Matteo Del Fabbro  
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LA CASA TRA DIRITTO UNIVERSALE E EMANCIPAZIONE


Commento al libro di Antonio Tosi



Matteo Del Fabbro


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Ci sono due parole chiave che prendono corpo alla fine della lettura del libro di Antonio Tosi, Le case dei poveri Mimesis, 2017): “universalismo” e “emancipazione”. Parole che suonano un po’ fuori moda ma che aiutano a tracciare percorsi sostenibili di uscita dal neoliberismo: ciò che il libro si propone e contribuisce a fare. Calate nel campo delle politiche per la casa, queste parole formano il sostrato di due concetti cruciali, attorno a cui ruotano molte delle argomentazioni sviluppate dall’autore: “diritto alla casa” e “valore abitativo”.

Il volume, in un formato agile e con uno stile asciutto, affronta problematiche alquanto complesse che chiamano in gioco nozioni fondamentali delle scienze sociali, come l’equità e l’efficacia, cercando di sviscerarne la portata e le sfide relativamente al campo del “welfare abitativo”, espressione con cui l’autore indica l’insieme degli interventi, politiche e azioni pubbliche mirate a garantire e migliorare un accesso a sistemazioni abitative di qualità accettabile. L’analisi si concentra sulle condizioni e sul trattamento delle fasce più svantaggiate di popolazione e la tesi principale difende l’utilità di politiche ad hoc, definite anche “politiche molto sociali”, per questo settore dei bisogni abitativi. Questa posizione non va intesa come deviazione da un approccio universalista (nelle forme del trattamento) ma proprio come condizione per salvaguardare un approccio universalista (negli effetti del trattamento). A fare da collegamento logico tra l’analisi dei settori più svantaggiati della domanda abitativa e la risposta positiva alla plausibilità di politiche ad hoc, sta la constatazione, chiaramente espressa sin dalle pagine iniziali e più volte ribadita, che le soluzioni standardizzate di edilizia sociale, la cui tradizione risale ai principi del “modello moderno”, non bastano più.

Il volume è di piacevole lettura, in particolare per la chiarezza della costruzione complessiva dell’argomentazione e per la varietà di punti di vista utilizzati per corroborare le tesi esposte. Nella prima parte, formata da quattro capitoli, si sviluppano problematiche di ordine teorico-concettuale. Nella seconda parte, formata da tre capitoli, l’autore propone degli affondi alimentati da materiale empirico tramite cui egli mette all’opera il posizionamento teorico costruito in precedenza. Si discute così la fattibilità di politiche ad hoc nel contesto italiano; se ne presentano dilemmi e diatribe attraverso un caso studio sulla homelessness; se ne discute l’urgenza in relazione ai flussi migratori più recenti.

Il problema di ricerca complessivo, annunciato nel titolo, riguarda la sfida di approntare politiche abitative per la fascia di popolazione più deprivata in un contesto attuale, fatto di politiche neoliberali, che pone trappole ovunque, e che, nel caso in questione, genera un rischio elevato di erosione delle politiche abitative per la fascia “intermedia” di bisogno abitativo. In altre parole, nel contesto attuale, esiste un rischio latente di sostituzione tra politiche rivolte ai gruppi più emarginati e politiche dedicate ai ceti medio-bassi. Al contrario, il problema di fondo affrontato nel libro consiste nell’esplorare le condizioni alle quali le politiche per la fascia della “miseria” siano aggiuntive rispetto a quelle per la fascia della “vulnerabilità” (Ranci, 2002).

Pur constatando le tendenze attuali di polarizzazione e divergenza esistenti nel campo delle politiche abitative sociali, il punto di partenza del libro è quello del diritto alla casa in un modello di welfare universalistico. Nel quadro concettuale elaborato da Tosi, il concetto di “diritto alla casa” è utilizzato come criterio di valutazione dell’efficacia delle politiche. In altri termini, l’efficacia delle politiche abitative sociali viene misurata in relazione all’effettiva realizzazione di miglioramenti nell’accesso a una sistemazione abitativa dignitosa. La realizzazione del diritto alla casa corrisponde a ciò cui nel volume ci si riferisce con il termine “socialità”, e potrebbe anche essere letta come la “funzione di benessere sociale” (Calafati, 2014) che l’autore attribuisce agli interventi per il welfare abitativo.

Se – questo il ragionamento dell’autore – in alcuni casi certe politiche ad hoc, differenziate da quelle convenzionali e persino sganciate dal dimensionamento degli standard urbanistici (pp. 58-60), contribuiscono ad aumentare l’efficacia delle politiche abitative sociali, allora non c’è motivo di non considerarle seriamente tra gli strumenti disponibili per costruire un welfare abitativo. L’autore si schiera quindi in difesa di un approccio di discriminazione positiva (p. 49), a condizione che esso sia “efficace” nel senso richiamato prima, e che esso rappresenti una “addizionale mobilitazione di risorse” (ibidem) rispetto alle misure più comuni nel campo delle politiche abitative sociali.

La centralità del diritto alla casa come aspirazione a un welfare abitativo universalista conduce al secondo polo argomentativo del volume, quello legato all’idea di emancipazione. Il presupposto etico da cui sembra partire l’autore è un certo grado di speranza nella possibilità di miglioramento individuale, ossia che la marginalità socio-abitativa non sia sempre e comunque una condanna definitiva. In quest’ottica, la separazione delle politiche “molto sociali” dal corpo delle politiche abitative più convenzionali – una caratteristica ricorrente di quelle politiche, problematica agli occhi dell’autore – è particolarmente grave, poiché presuppone l’assenza di una condizione dinamica e conduce a forme di assistenzialismo. Al contrario, l’obiettivo ultimo delle politiche per il welfare abitativo, ivi incluse quelle “molto sociali”, consiste nel favorire e rendere possibili, nel concreto, percorsi di autonomia abitativa e sociale (pp. 70-73).

Il concetto chiave che sottende questa argomentazione è quello di valore abitativo. Con tale concetto l’autore richiama esplicitamente, in vari punti del testo, una tradizione plurisecolare di pratiche materiali e simboliche che attribuisce alla sfera abitativa la realizzazione di importanti valori per lo sviluppo della persona: “un alloggio di qualità adeguata; un titolo di occupazione che costituisca un vero statuto abitativo: il potere di controllo del proprio spazio e la sicurezza abitativa; una forma e uno statuto che consentano di svolgere le principali attività connesse alla casa, di realizzare con/nella casa i valori implicati dall’abitare: domesticità, privacy, comfort, socialità ecc.” (p. 59). Nel quadro concettuale delineato dall’autore, il valore abitativo si produce attraverso una interazione individuo-casa, postulando perciò un certo grado di coinvolgimento attivo dell’abitante. In tal senso, esso è incompatibile con una logica di tipo “assistenzialista” e rimanda invece al potenziale ruolo attivo, anche dei poveri, nel plasmare gli spazi di vita (p. 22).

La ricezione del saggio tra gli specialisti della questione abitativa è stata caratterizzata da una certa prudenza (Bricocoli et al., 2019). Di fronte alle ambiziose sfide per le politiche abitative sociali delineate nel saggio, molti commentatori hanno sottolineato gli ostacoli, i freni, le condizioni sfavorevoli per un aumento della “socialità” di dette politiche. L’autore, riflettendo su tali spunti, sembra voler suggerire che, rispetto a quelle sfide, “non esiste un piano B” ed esplicita questo orientamento dichiarando che il suo “moderato ottimismo” cela un vero e proprio “risvolto utopico” (ivi, p. 181). Forse allora risulta tanto più interessante esplorare l’interesse che il volume può ricoprire – grazie al suo rigore analitico – come contributo alla riflessione sulle politiche urbane in genere.

Un esito originale in tal senso consiste nella dimostrazione delle ragioni per cui è utile, euristicamente, “guardare agli ultimi”, ossia alle fasce di popolazione più marginalizzate nell’accesso a una casa degna di questo nome, nel sistema valoriale radicato nella storia delle società e delle istituzioni europee. Con l’andare dei capitoli, si chiarisce progressivamente come uno sguardo inclusivo dei “soggetti della povertà” (ivi, p. 175) permetta di assumere un punto di osservazione privilegiato sulla crisi attuale del welfare abitativo, di rivelarne la divergenza rispetto a percorsi tracciati ben prima della stagione delle politiche neoliberiste, ed eventualmente di disegnare “nuove soggettività urbane” (Assennato, 2018).

Riflettendo sulla domanda messa in evidenza dal sottotitolo del saggio – è ancora possibile pensare un welfare abitativo? – sembra di poter affermare che, per immaginare nuove forme di “possibilismo” per le politiche pubbliche (Vitale, 2009), le conclusioni del volume suggeriscono di riannodare i fili con quei due fari dell’azione pubblica – universalismo del diritto alla casa ed emancipazione insita nel valore abitativo – di cui potremmo fare a meno solo a condizione di non sentirci più “europei”, in senso storico-sociale.

 

                                                                                                                          Matteo Del Fabbro

 

 

 

 

Riferimenti bibliografici
Assennato, M. (2018, 7 settembre ). Nuove soggettività urbane. Il Manifesto.
Bricocoli, M., Cognetti, F., Cucca, R., Gaeta, L., Ranci, C., Sabatinelli, S., & Tosi, A. (2019). È ancora possibile un welfare abitativo? Una discussione a partire da 'Le case dei poveri' di Antonio Tosi. Territorio, 89, 175-182.
Calafati, A. G. (2014). Urbanistica senza economia. In M. Russo (Ed.), Urbanistica per una diversa crescita. Progettare il territorio contemporaneo (pp. 113-120). Roma: Donzelli.
Ranci, C. (2002). Le nuove disuguaglianze sociali in Italia Bologna: il Mulino.
Vitale, T. (2009). Introduzione: elogio del possibilismo. In T. Vitale (Ed.), Politiche possibili (pp. 14-20). Roma: Carocci

 

N.d.C. - Matteo Del Fabbro, geografo e PhD in Studi Urbani, ha svolto attività di ricerca presso il Gran Sasso Science Institute (GSSI) di L’Aquila, il Centre d’Études Européennes di Sciences Po a Parigi e il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano. Si è occupato dei processi di costruzione della dimensione metropolitana nella regione milanese e attualmente si sta dedicando allo studio delle disuguaglianze e della segregazione urbana all’interno delle regioni metropolitane europee. Ha ricevuto il premio “Giovanni Ferraro” per tesi di dottorato promosso dalla Società Italiana degli Urbanisti e il Diploma d’Onore del Premio di dottorato “Giorgio Leonardi” dell’Associazione Italiana di Scienze Regionali. Suoi articoli scientifici sono apparsi in “Archivio di Studi Urbani e Regionali”, “Amministrare”, “Territory, Politics, Governance”, “Area”.

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

                                                                                                                                                                                     R.R.

 


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14 FEBBRAIO 2020

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2020:

A. Villani, La questione della casa, oggi, commento a: L. Fregolent, R. Torri (a cura di), L'Italia senza casa (FrancoAngeli, 2018)

P. Pileri, Per fare politica si deve conoscere la natura, commento a: P. Lacorazza, Il miglior attacco è la difesa (People, 2019)

W. Tocci, La complessità dell'urbano (e non solo), commento a: C. S. Bertuglia, F. Vaio, Il fenomeno urbano e la complessità (Bollati Boringhieri, 2019)

S. Brenna, La scomparsa della questione urbanistica, commento a: M. Achilli, L'urbanista socialista (Marsilio, 2018)

L. Decandia, Saper guardare il buio, commento a: A. De Rossi (a cura di), Riabitare l'Italia (Donzelli 2018)

 

 

 

 

 

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