Andrea Villani  
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LA CITTÀ DA JANE JACOBS A URSULA VON DER LEYEN


Commento al libro curato da Michela Barzi



Andrea Villani


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Punto di partenza di questa riflessione sono due testi recenti di diversa natura. Un libro, a cura di Michela Barzi, che contiene in prevalenza saggi di Jane Jacobs, dal titolo Città e Libertà (Elèuthera, 2020); e un articolo di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, dal titolo Rivoluzione Bauhaus per l’Europa, comparso su “La Stampa” lo scorso autunno (16 ottobre 2020, pp. 1 e 21). Due modi di immaginare il futuro della città, del territorio e della società completamente differenti sui quali pare utile avviare una riflessione. Jane Jacobs, infatti, a partire innanzitutto da The Death and Life of Great American Cities del 1961, esprime una esplicita ostilità al Movimento Moderno, per gli assunti di questo nel suo complesso e nelle singole applicazioni pratiche. Mentre il Bauhaus evocato da Ursula von der Leyen, nella sua storia, nella sua filosofia, nella sua azione culturale e pratica – ancorché ben distinto dal razionalismo dei Ciam e della Carta d’Atene, e anche dall’ideologia e dalle tesi urbanistiche di Le Corbusier – gioca una parte rilevante nello spirito – e ritengo anche nella prassi – di quello che è stato il Movimento Moderno. In questa nostra riflessione, tenteremo quindi di comprendere e spiegare il senso della proposta delle tesi di Jane Jacobs verificandone l’attualità e quello della proposta di Ursula von der Leyen che non riguarda solo linee di comportamento e d’azione concreta – un elenco di cose da fare e da non fare nell’azione umana già da oggi, in una prospettiva dei prossimi trent’anni – ma un progetto culturale di ampia portata esplicitamente definito “rivoluzione Bauhaus per l’Europa”. Tutto ciò facendo riferimento a quella che riteniamo la situazione attuale nell’elaborazione teorica e nella prassi del governo delle città e del territorio.

 

1. Innanzitutto Jane Jacobs. Ho incontrato la sua opera nell’agosto 1965, a Londra, dove, girovagando tra le librerie, scopersi Death and Life of Great American Cities. Devo dire che questo libro mi fece una grande impressione, per una quantità di motivi. Mi sembrò subito particolarmente stimolante, anche perchè sosteneva tutto il contrario di quanto cercavamo di fare ogni giorno e con impegno nel Piano Intercomunale Milanese, e anche il contrario di quanto - preconizzato da Ebenezer Howard – tradotto in concreto nelle New Towns britanniche – che stavo man mano visitando.

Cosa sosteneva Jane Jacobs, e cosa si sosteneva allora a Milano, in campo urbanistico, vale a dire sulla politica da seguire per lo sviluppo e la trasformazione della città ? Jacobs era esplicitamente ostile alla pianificazione urbanistica (e anche alla pianificazione in generale), compiuta da architetti-urbanisti essenzialmente e innanzitutto perché – banalizziamo la tesi per farci comprendere –, per il modo in cui questa era teorizzata e attuata, era compiuta da pochi soggetti che si arrogavano il diritto di stabilire cos’era buono, giusto, valido per tutti gli abitanti della città. Vale a dire un modo di essere in cui le case, le strade, le piazze, i parchi e i giardini e ogni struttura fisica e luogo di vita, lavoro, movimento, divertimento dovesse essere conforme a pochi principi ideali di efficienza e di estetica, stabiliti e da accettare come dogmi. Mentre le esigenze dei singoli cittadini e delle loro micro-comunità, i loro sentimenti, pensieri, desideri, gusti, preferenze, aspirazioni di vita per quanto attiene l’assetto urbano, erano completamente ignorati, quasi non esistessero, sicuramente considerati irrilevanti.

Jacobs, al contrario, sosteneva la necessità e l’utilità di un modo di essere delle città in cui anche le realtà fisiche che erano state realizzate al di fuori di ogni piano, magari su iniziativa dei residenti, frequentemente nel cuore delle medesime città, ancorchè degradate non dovessero assolutamente venire trasformate attraverso una politica di urban renewal perché questo avrebbe significato innanzitutto l’espulsione di quegli stessi residenti, spesso poco privilegiati dal punto di vista economico. E come criterio e principio guida generale, c’era la negazione esplicita – diciamo pure il rifiuto – delle grandi zone specializzate, monofunzionali; delle autostrade urbane, delle architetture a torri o “stecche” come modello architettonico da imporre come segno estetico caratterizzante la nuova forma urbana, considerata dai promotori propria della civiltà industriale e della modernità.

 

2. Ho detto che una simile posizione contrastava frontalmente con ciò che si cercava di fare in Milano negli anni 1960, in una fase non più di ricostruzione, quanto di attuazione del Piano regolatore adottato nel 1948, e approvato in modo definitivo nel 1953. Si trattava di un piano esplicitamente razionalista che prevedeva non solo zone specializzate per funzione, ma anche i famosi “assi attrezzati” – id est superstrade per attraversare la città del tutto analoghe a quell’autostrada cui Jacobs si opponeva per la salvaguardia del suo Greenwich Village – e poi la cosiddetta “racchetta”, una grande strada che – senza discontinuità con le politiche urbanistiche del fascismo – comportava lo sventramento di quartieri storici nel cuore della città.

Quel piano regolatore aveva avuto i suoi prodromi nel Piano AR – una proposta maturata anche qui (come in Gran Bretagna col Piano della Grande Londra) durante la Seconda Guerra Mondiale, sotto i bombardamenti – ed era stato elaborato da architetti-urbanisti milanesi in piena sintonia col pensiero del Movimento Moderno e con quello che stava maturando nell’urbanistica nel Politecnico di Milano. E deve deve essere noto che al Politecnico erano quasi tutti razionalisti e che gli urbanisti – lì e poi allo Iuav di Venezia, e ovviamente a Bologna – erano prevalentemente di sinistra. Perchè in quell’epoca l’intellighenzia urbanistico-architettonica italiana era tutta di sinistra, agganciata o, meglio, innervata in una precisa parte politica, il Partito Comunista Italiano.

Ho detto del Piano Intercomunale Milanese (Pim). Il dato di fatto è che mentre Milano cercava di attuare il proprio piano urbanistico, i comuni limitrofi si sviluppavano in modo tumultuoso senza alcun piano. In quel momento si stava realizzando quello che fu denominato già da allora “miracolo economico italiano”, con un grande sviluppo industriale, a iniziare proprio da Milano. E questo sviluppo – industriale innanzitutto nel capoluogo e residenziale in tutti i comuni contermini – fu fortissimo. Nei comuni limitrofi al capoluogo, i nuovi insediamenti venivano realizzati nella migliore delle ipotesi seguendo le prescrizioni dei regolamenti edilizi.

Quel tipo di sviluppo insediativo – enorme in termini quantitativi, improvviso e sostanzialmente senza regole – venne contrastato dall’amministrazione comunale di Milano, che all’inizio degli anni Sessanta iniziava la propria esperienza di governo di centro-sinistra, vale a dire formato da Dc e Psi. E in quel contesto politico e culturale venne avviato un grande esperimento urbanistico, amministrativo e gestionale di urbanistica di ‘area vasta’. Vale a dire un tentativo – che diede certi risultati – di realizzare forme e modalità di sviluppo del territorio di Milano insieme con una trentina di comuni, nella fase iniziale, cercando di individuare una modalità di pianificazione e dunque di trasformazione urbanistica di scala superiore. Questo provando a definire a livello territoriale quantità e qualità delle funzioni, il sistema della mobilità e quello del verde, la distribuzione delle grandi funzioni collettive.

 

3. Per un lungo periodo, nell’ambito del Pim si procedette seguendo sostanzialmente l’approccio del movimento moderno, per una fase addirittura enunciato in modo esplicito nelle conferenze e nei dibattitti. Oggi il razionalismo e il funzionalismo come espressi nella Carta d’Atene, fanno parte della preistoria della pianificazione urbanistica post-rivoluzione industriale. Ma per tutti gli anni Sessanta (come nel decennio precedente) in Italia e in generale in tutta Europa quelle regole maturate attraverso l’elaborazione di ciò che non funzionava nella città, che costituiva elemento di crisi per la popolazione, erano ritenute di grande valore.

Nell’ambito tecnico-politico del Piano intercomunale milanese il modo di procedere delle amministrazioni comunali che avviavano la pianificazione del loro territorio corrispondeva negli elementi essenziali alle idee del movimento moderno. In pratica, fare il piano di un centro urbano significava da una parte stabilire come procedere (cioè cosa ammettere, e in quale forma fisica – in pianta innanzitutto – nella città esistente, per le singole funzioni), poi per le espansioni. E questo, facendo riferimento a previsioni di sviluppo della popolazione – e dunque commisurando le residenze e i servizi collettivi – e lo sviluppo delle attività produttive – per cui venivano calibrate le attività di servizio –. Per tutte queste funzioni si elaborava un disegno planimetrico che indicava ciò che si sarebbe potuto realizzare in concreto sul territorio e dove, ciò che invece dovesse rimanere verde o comunque non disponibile all’edificazione. Sulla base di questo approccio alla pianificazione vennero redatti e approvati decine di piani regolatori. Ed è possibile ancora oggi toccare con mano, nella realtà di molti nostri paesaggi, cosa hanno significato quei piani. Perchè sviluppi residenziali, industriali, terziario-direzionali e commerciali e connessi servizi – alla grande scala innanzitutto, ma anche (quanto meno nell’esperienza milanese) con specificazioni micro-urbanistiche per la localizzazione delle singole funzioni – sono stati previsti e realizzati proprio in virtù delle previsioni e prescrizioni stabilite in quei piani.

 

4. Torniamo a Jane Jacobs. Per molti aspetti la sua elaborazione teorica nasce e si sviluppa nella scena urbana. E a questa scala offre il suo contributo più originale, noto e ancor oggi riconoscibile. Tutto parte da una situazione molto concreta. Siccome il grande manager dell’urbanistica di New York Robert Moses nella sua politica di creazione di grandi infrastrutture viabilistiche voleva realizzare un’autostrada che avrebbe tagliato in due il Greenwich Village dove Jacobs risiedeva, quest’ultima organizzò una mobilitazione molto efficace contro l’iniziativa. Ma, a differenza di analoghe azioni di contestazione civile per specifici obiettivi locali, a partire da questa azione, questa straordinaria persona avviò una riflessione e un’azione contro i principi-guida della politica urbanistica del Movimento Moderno così come venivano applicati in concreto nelle grandi città americane. E, per analogia, nei confronti della concezione di Ebenezer Howard per le città-giardino. In particolare, la critica di Jacobs si concentrò sui progetti e le azioni di rinnovo urbano che – ieri come oggi – determinavano, per effetto dei meccanismi della rendita urbana, l’espulsione dei residenti meno privilegiati non più in grado di sostenere il costo degli affitti delle nuove case.

 

5. Scrive Michela Barzi nell’Introduzione al volume che qui presentiamo:

La questione che percorre il pensiero di Jacobs sulle città e le loro trasformazioni riguarda, in buona sostanza, il conflitto che si innesca quando all’esperienza urbana degli abitanti si sovrappongono le idee degli architetti e degli urbanisti sulla città, cui il processo istituzionale della pianificazione si fa carico di dare legittimazione politica, L’esperienza urbana, che da qualche tempo riguarda oltre la metà degli abitanti del pianeta, e l’urbanizzazione globale determinano continue occasioni di innesco di simili forme di conflitto, ma forniscono anche molti motivi di riflessione, da una parte, sul ruolo svolto dall’urbanistica nel governarle e, dall’altra, su come i governi stiano interpretando questa trasformazione epocale. Tra i due poli del processo ci sono le persone, coloro che abitano e trasformano le tante forme dell’ambiente urbano. Secondo la visione di Jacobs, ai loro piccoli piani l’urbanistica avrebbe dovuto adattarsi”(pp.- 18 – 19).

Barzi esprime in modo preciso il senso del pensiero e delle tesi di Jane Jacobs sulla città, soprattutto sul modo in cui dovrebbe nascere e crescere l’insediamento umano. Ora nel volume Death and Life of Great American Cities (tradotto in italiano nel 1969 col titolo Vita morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane), Jacobs illustra il modo di essere di determinati quartieri nei quali si attuano intensi rapporti di vicinato, una vita dove persone di ogni età vivono con un continuo positivo rapporto umano, e la struttura fisica dell’insieme degli edifici e degli spazi pubblici è tale da consentire, e anche favorire, questa condizione. Ed è in quel contesto che le trasformazioni in senso giudicabile positivo degli edifici avvengono non su imposizione dall’alto, ma per iniziativa e con le risorse dei suoi abitanti. Ovviamente quando si diano le condizioni e le circostanze. È proprio in questo pensiero, in questa lettura e in questa proposta che riteniamo si possano cogliere positività e limiti del pensiero di questa visionaria teorica della città.

Un punto che considero cruciale mi sembra quello in cui Michela Barzi osserva che quello della Jacobs “è un approccio che presenta delle analogie con quello che un naturalista utilizzerebbe per spiegare l’impossibilità degli ecosistemi naturali di adattarsi a modelli interpretativi che prescindano dal comportamento dei loro elementi costitutivi. Questo è precisamente il punto del pensiero di Jacobs che ha messo in crisi il paradigma urbanistico” (Ibidem, p. 19)..

 

6. Ora gli abitanti di una grande città non sono tutti uguali. Anzi, possono essere – e normalmente sono – anche enormemente diversi: per cultura, tradizioni, lingua, storia istruzione, reddito, classe sociale, nazionalità, etnia, professione, e altro ancora. Possono avere desiderio di parlare con chiunque, e di stabilire relazioni con chiunque, oppure di mantenere – specie con sconosciuti – un atteggiamento riservato; desiderare di rimanere isolati il più possibile, oppure invece amare l’incontro con altri in luoghi prescelti: in club, sedi di movimenti artistici, culturali, religiosi, politici, benefici, di volontariato; in luoghi di svago, di spettacolo, musica, di sport, o in bar e ristoranti. O magari – poiché pur essi certamente presenti nelle grandi città – luoghi di incontro di teppisti, mafiosi, criminali. Forse taluni appartenenti a determinati gruppi sociali desiderano partecipare alla configurazione e organizzazione fisica della città in cui abitano, mentre altri non lo desiderano affatto, e accettano come normale e naturale che complessi di strutture residenziali siano progettate e realizzate da pianificatori, architetti e comunque specialisti al servizio tanto della pubblica amministrazione, quanto di promotori immobiliari privati. Strutture con una varietà di caratteristiche, e magari in una varietà di siti, nell’ambito delle quali liberamente scegliere la soluzione preferita.

 

7. Un punto deve poi essere enfatizzato. Un giudizio che ambisca a essere significativo ed efficace sul divenire della città – vale a dire come uno sviluppo o una trasformazione urbanistica si debbano realizzare – quando ci si trovi in una società democratica – ovvero che consenta la partecipazione di ogni cittadino a scelte collettive sul futuro della città e del territorio – può essere definito anche attraverso un processo decisionale partecipativo. Ritengo sia chiaro ed evidente che un simile processo è assai complesso perché comporta per il cittadino la capacità di comprendere gli elementi tecnici, economici ed estetici in gioco. Comporta un dibattito pubblico organizzato in una varietà di modi e con un significativo impegno. E – ultimo ma non meno importante – bisogna tenere conto che possono emergere posizioni anche diverse tra loro – anche molto diverse e anche alla scala di quartiere – rispetto a quanto auspicato da Jane Jacobs, o da coloro che ne seguono i principi.

E questo non è tutto. Perchè nella dinamica della crescita di un centro urbano – anche solo a livelli di base, vale a dire alla scala comunale – non sono in gioco soltanto elementi riguardanti le residenze – e in specie la propria e l’immediato contesto, su cui motivatamente si potrebbe voler esprimere il proprio punto di vista – ma un insieme di quartieri e funzioni, il complessivo modo di essere della città. E, specie nelle grandi città, un conto è come vivono i quartieri e la gente dei quartieri; un altro conto è come nascono i quartieri; chi dà loro la vita di partenza; chi stabilisce il dove, il come, il quando dei singoli edifici, delle singole strutture. Soprattutto quando dalla scala di poche decine o centinaia di persone si passa alla scala urbana; alla connessione tra quartieri e tra città; alle grandi infrastrutture. Alla considerazione di quello che sono di fatto e alla riflessione su quello che dovrebbero essere. Ad esempio, dal verde per un piccolo insieme di residenze, a una realtà come il Parco Nord, il Parco Agricolo del Sud Milano, il Parco del Ticino, per esempi ben evidenti dell’area metropolitana milanese.

 

8. Può a questo punto essere utile al nostro ragionamento una breve riflessione a partire dal caso lombardo su quella che è stata l’evoluzione dei modi di gestire città e territorio dagli anni Sessanta a oggi. Questo anche per cercare di identificare quali sono stati gli attori principali; se la lezione intellettuale, culturale e politica di Jane Jacobs ha giocato una parte in questa evoluzione; quali siano le prospettive attuali anche tenendo conto anche dei contributi e degli stimoli, a cui abbiamo fatto cenno all’inizio di questo testo, di Ursula von der Leyen.

Come noto – e come è stato verificato ed è possibile osservare – il modo di procedere dell’urbanistica del Movimento Moderno ha mostrato limiti significativi, sia rispetto alla qualità dell’ambiente di vita realizzato in concreto, sia per le difficoltà nella capacità e possibilità di previsione tanto dello sviluppo demografico, quanto delle attività produttive e di servizio. Partiamo dalla qualità dell’ambiente di vita, innanzitutto dalle zone residenziali. Ovviamente non è detto che un quartiere residenziale – specie se si realizza per parti, cioè man mano, su iniziativa di soggetti diversi – sia tale da possedere ed esprimere un’alta qualità complessiva (estetica o funzionale). E in ogni caso è di regola evidente che anche quartieri progettati come tali, in modo unitario, anche quando decorosi non è affatto scontato che possiedano la qualità che più facilmente riconosciamo in molte parti della città storica. Questo per il semplice motivo che quello che deriva dalla storia è frutto di una stratificazione di interventi e creazioni con linguaggi diversi che nei secoli hanno trovato un’espressione che siamo stati educati a considerare unitaria. E in ogni caso, qui gli interventi programmaticamente eccezionali sono – per definizione – eccezioni: quelli contemporanei, poi, non sono affatto necessariamente apprezzati da tutta la popolazione. Ecco perché anche il giudizio – sia su singoli edifici così come su complessi ovvero quartieri – non è necessariamente omogeneo tra gli osservatori: abitanti della città e intellighenzia critica, locale e del mondo esterno. Si pensi, per fare un esempio eclatante, alla pluralità di giudizi, anche contrastanti, che sono stati espressi a proposito dei nuovi quartieri milanesi di Porta Nuova e di City Life.

 

9. A dire il vero, sulla qualità di un quartiere, di una parte di città, e anche di tutta una città come luogo di vita, non gioca soltanto la qualità urbanistica – alla grande o alla piccola scala – nè soltanto quella architettonica. Gioca certamente anche (e forse soprattutto) la ‘qualità’ – mi si perdoni l’espressione – della popolazione che vi vive. Chi sono questi abitanti; che stile di vita hanno; come si comportano con l’ambiente fisico, naturale e storico; come si comportano gli uni con gli altri nel contesto; se esiste un certo livello di rapporti umani; se esistono comunità distinte nella città e sul territorio; se i rapporti tra le diverse comunità non sono conflittuali. Anche tutto ciò dice della qualità di un contesto, della vita in un contesto.

Simili questioni non sono mai state toccate da studiosi e progettisti della pianificazione urbanistica di stampo razionalista. E questo specialmente in Italia e in Europa; mentre certamente – come ho potuto personalmente constatare – lo sono state nelle esperienze anglosassoni, dove il modello di riferimento non era quello razionalista come tradotto nella Carta d’Atene, ma – accanto a un processo pragmatico graduale di soluzione dei problemi urbani man mano emergenti – il modello della città-giardino di Ebenezer Howard, compresi i successivi sviluppi dalle New Towns in poi.

 

10. Accanto a questo, in tema di obiettivi fisici, vanno poi considerati altri elementi importanti, anzi cruciali. L’ente pubblico – da noi, essenzialmente il Comune – là dove stabiliva (e supponiamo lo facesse in maniera tecnicamente corretta, vale a dire con buone giustificazioni tecniche ed economiche, e in vista di interessi e vantaggi per la collettività, e non per favorire interessi di singoli proprietari di terreni) poteva stabilire cosa era possibile realizzare in determinate zone; sovente, macro-zone. Ma, normalmente, non era l’ente pubblico a compiere gli interventi, a realizzare gli insediamenti pianificati che quindi – in specifiche aree funzionalmente definite e magari dotate di fondamentali infrastrutture (ad esempio di mobilità) – venivano attuate in modo discontinuo, magari con carenze anche gravi in termini di quello che è definibile “effetto urbano”.

 

11. Tra i motivi del cambiamento delle politiche urbanistiche e degli approcci progettuali alla grande scala come a quella locale – non solo ovviamente nell’area metropolitana milanese, ma in tutti i paesi occidentali – non vanno considerati soltanto l’inefficacia dei piani che stabilivano destinazioni pubbliche e private d’uso del suolo, spesso non concretamente attuate ne’ attuabili, ma anche il mutare di orientamenti culturali generali nella società, in particolare per quanto attiene l’ambiente naturale e quello storico. Per molto tempo, nella seconda metà del secolo scorso, l’orientamento prevalente fu quello nella ricerca del “nuovo”, in ogni campo. E ricercare in concreto il nuovo significava non solo progettarlo e realizzarlo – dalle strutture fisiche di piccola o grande scala – ma anche eliminare il “vecchio”. La svolta, la grande innovazione culturale che pian piano maturò nello stesso periodo fu nel senso di riscoprire e considerare come un valore irrinunciabile quanto prima era stato disprezzato, e anche ampiamente distrutto. Un nuovo atteggiamento, un nuovo modo di essere, riconoscibile in termini ideali e concreti. Vale a dire che da un certo momento in poi è stata riscoperta e considerata l‘eredità culturale architettonica e urbana, sia dei centri storici sia di significative strutture isolate.

Questo anche seguendo non soltanto una sensibilità estetica, ma anche politica, esplicitamente anticapitalista, di rifiuto della “distruzione creativa”, oltre che per espliciti motivi economici e sociali. Perché il concetto di “rinnovo urbano”, anche grazie all’azione culturale di Jane Jacobs, da un certo momento in avanti è stato associato a distruzione di beni concretamente esistenti, di valori sedimentati e condivisi, di identità, oltre che – abbiamo detto – a espulsione dal cuore delle città dei suoi residenti storici, delle famiglie a basso reddito. E tutto ciò per “riqualificare” esteticamente quelle aree, quei luoghi, quelle strutture, con inserimento di funzioni di alto livello, vale a dire d’élite, dalle residenze agli uffici alla distribuzione commerciale, alle galleria d’arte o ai laboratori di design.

Un analogo discorso potrebbe essere fatto a proposito della maturazione di una sensibilità per la conservazione dell’ambiente naturale o del territorio agrario, per le aree verdi urbane. Anche su questo il discorso sarebbe lungo, ma ci basta questo accenno per dire che questi orientamenti culturali divennero dominanti in Italia non soltanto nel dibattito politico-culturale, ma anche nella legislazione e nelle regole stabilite ai diversi livelli di governo. Dalla scala nazionale a quella regionale e locale. E insieme con un modo diverso di fare la pianificazione urbanistica, anche il linguaggio architettonico ha sperimentato approcci completamente diversi da quelli di stampo modernista.

 

12. Di fronte ai limiti dell’approccio modernista o semplicemente razionale qui indicati in modo sintetico, la risposta del legislatore – quanto meno in Italia, quanto meno in Lombardia – è stata, in parole povere, orientata ad accantonare o almeno depotenziare tale modo di procedere. La grande novità è stata quella di porre, a monte delle regole di piano – cioè di quello che si potrebbe/dovrebbe fare in termini fisici e funzionali sul territorio – una quantità di finalità molto ampie che – accanto a ciò che andrebbe realizzato fisicamente per soddisfare condizioni di vita civili – attribuiscono rilevanza a una grande quantità di altri parametri (non solo quantitativi e di specificazione formale-funzionale) ma qualitativi. Tutto ciò, in un contesto in cui dovrebbe essere il privato a prendere l’iniziativa e avanzare le proprie proposte all’amministrazione pubblica, che avrebbe il compito di valutare se queste corrispondono agli obiettivi generali e specifici, puntuali, stabiliti nelle finalità del piano e nelle regole operative.

 

13. Questo modo di procedere teoricamente potrebbe consentire a gruppi di cittadini espressione di realtà locali culturalmente omogenee, di esprimere il proprio punto di vista sul divenire di quello che viene inteso come ‘il proprio territorio’. Una simile azione propositiva è facile da enunciare quanto difficile da realizzare. Di fatto sono soprattutto i promotori immobiliari a essere in grado di avanzare proposte forti alle amministrazioni locali, essendo capaci, tra l’altro, di fare adeguato riferimento alle finalità generali di piano che l’amministrazione che governa il territorio ha predisposto. E allo stesso tempo proporre, nell’ambito di interventi circoscritti, la previsione dei servizi necessari per quell’area e dimostrare il rispetto delle regole generali stabilite nel piano di governo del territorio. Ritorno qui a richiamare, a titolo esemplificativo, il caso dei quartieri Porta Nuova e City Life a Milano. Quello che si può osservare è che nonostante molti dei progetti nati secondo questa logica non siano espressione dell’amministrazione comunale non lo sono neppure di un sentire comune da parte della comunità locale come nell’intendimento di modus operandi elaborato da Jane Jacobs.

La lezione della Jacobs, piuttosto, è per certi versi nella grande svolta che si ebbe dagli anni Settanta, quando – partendo da Bologna con l’azione politico-amministrativa di Pierluigi Cervellati – il piano per la città passò dal modello di sviluppo razionalista a quello del recupero dei centri storici. Questo non significava soltanto attenzione alle strutture architettoniche del passato e quindi al loro restauro puntuale ma la riconsiderazione del complesso di case, edifici pubblici e spazi collettivi che, seppur in condizioni di degrado, erano potenzialmente in grado di restituire livelli di qualità dell’abitare che la modernità non aveva mai raggiunto. Un approccio che divenne, esso sì, un documento anche estetico, culturale e di valore umano perché tale operazione aveva tra le sue condizioni il mantenimento in loco delle famiglie che vi risiedevano, anche se povere. Ricordo a questo proposito il caso di Crema, dove si svolse una battaglia politica che comportò l’accantonamento di un progetto razionalista di rinnovo urbano – che prevedeva la demolizione di un quartiere storico ritenuto senza qualità – a favore di uno che, al contrario, si fondava sul suo recupero. E certo si può pensare che in simili vicende abbia giocato una parte significativa il messaggio di Jane Jacobs, anche se Cervellati a Bologna, Spallino a Como, don Zucchelli a Crema non ne hanno fatto esplicitamente riferimento.

Vi e’ poi qualcosa che vorrei sottolineare a questo proposito, ovvero rispetto alla politica urbanistica seguita dalle amministrazioni social-comuniste rispetto a quelle a prevalenza democristiana. Nei piani urbanistici degli anni Sessanta e Settanta – già in sede Pim, ma poi in molte realtà locali – la linea operativa sostenuta andava nella direzione di una forte specializzazione nelle destinazioni d’uso del suolo, con regole di attuazione del piano che garantissero la realizzazione di edifici alti e ben separati tra loro. Si andava cioè nella direzione di un progetto che tendeva alla ‘densificazione’ edilizia in vista di un minore consumo di suolo. Gli amministratori democristiani e i progettisti al loro servizio, invece, in generale miravano a inserire ampie ‘zone miste’ nei loro piani, sottolineando che questo ‘mettere insieme’ possibilità di residenza, artigianato, piccola industria, commercio, e altre funzioni connesse, era ciò che domandavano gli abitanti di questi centri urbani. Per fare qualche esempio, si pensi alla realtà di molti comuni della Brianza oppure, nell’hinterland di Milano, anche a Gaggiano rispetto a Trezzano e Corsico, a Gorgonzola e Cernusco sul Naviglio rispetto a Vimodrone. In quei comuni a guida democristiana si riuscì ad attuare sia pure con l’opposizione dell’intellighenzia urbanistica di sinistra, assai prima degli orientamenti oggi dominanti la mixité delle funzioni urbane.

 

15. Veniamo dunque all’ultimo punto ovvero alla posizione, eccezionalmente forte, di Ursula von der Leyen a cui abbiamo fatto riferimento in apertura di questo testo. Banalizzando possiamo affermare che la presidente della Commissione Europea auspica la nascita e la crescita di qualcosa di analogo al Bauhaus. Cioè – penso – qualcosa che nasca dal basso, per azione di personaggi come furono Walter Gropius e Ludwig Mies van der Rohe, e la grande schiera di loro allievi e seguaci, per dare attuazione e un senso culturale al Green Deal dell’Unione Europea. Ora, è indubbio che il Bauhaus abbia influenzato fortemente l’architettura delle grandi città americane, e diciamo pure di tutte le grandi città del mondo con quello che divenne (e venne definito) International Style. Così come è abbastanza chiaro che chi ha abbracciato questo approccio all’architettura, questo modo di fare urbanistica, agisse nello spirito del Movimento Moderno piuttosto che nel clima culturale teorizzato e auspicato da Jane Jacobs. Le enormi innovazioni teoriche e operative che von der Leyen elenca in apertura del suo articolo, così come quanto espresso nel Green Deal for Europe, si muovono però dal vertice. Ovvero da una intellighenzia che da Bruxelles avanza in modo continuo tesi e proposte per far migliorare e portare ad un più alto livello le condizioni sociali, fisiche, culturali ed economiche dell’Unione Europea. Ma tutto ciò contrasta con quel pensiero diffuso, anche grazie a Jane Jacobs, dell’autodeterminazione, di un cambiamento che muove dal basso senza una guida superiore.

Esistono tensioni diffuse per cercare linee operative ed efficienza di fronte a problemi drammaticamente presenti nella realtà europea, oltre che mondiale. Pensiamo, per citarne uno, alla questione del cambiamento climatico. E non ho il minimo dubbio che singole persone e loro comunità desiderino per la collettività condizioni di vita salubri e civili. Ma, allo stesso tempo, credo che esista una miriade di modalità per tradurre in concreto queste aspirazioni e che si debba essere consapevoli dei pericoli insiti in certi approcci tecnocratici e verticistici. La tendenza ad attribuire un peso sempre maggiore all’innovazione tecnologica – in assenza di tensioni culturali, artistiche, politiche, religiose – conduce alla banalizzazione di comportamenti. E mette in pericolo la democrazia. L’assenza di posizioni condivise, unitarie su questioni di fondo della civiltà di un popolo – questo nell’ambito dei singoli paesi (a iniziare dall’Italia) e alla scala europea – rappresenta un fatto grave e pericoloso. La realtà culturale postmoderna appare estremamente frammentata e – a parte il dominio della tecnologia che spesso omogeneizza e banalizza i comportamenti e comprime la riflessione critica – non vedo la presenza di progetti culturali potenti nascere dal basso: né prossimi al modello Bauhaus, né a quello preconizzato da Jane Jacobs.

La sfida… Già! Qual è la sfida? A mio giudizio è sempre e ancora, come nella fase di origine della disciplina urbanistica, quella di riuscire a realizzare nella realtà plurale in cui viviamo caratterizzata da enormi differenze – ovvero, in primis, disuguaglianze economiche, culturali, sociali) tra gli esseri umani una civile e ordinata convivenza (casuale? prevista? progettata?). E, soprattutto, una società più equa e civile. Per tutti. Questo a partire dalle città, dalle metropoli, dalle megalopoli e anche accettando e facendo tesoro di differenti stili di vita e di organizzazione sociale.

Andrea Villani

 

 

 

N.d.C. - Laureato in Scienze economiche all'Università Cattolica di Milano, in Filosofia all'Università Statale di Milano e in Architettura al Politecnico di Torino, Andrea Villani ha insegnato Economia urbana e Economia politica all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con cui continua a collaborare al Dipartimento di Economia Internazionale, delle Istituzioni e dello Sviluppo. Ha svolto attività di ricerca presso l'Università di York, la Research School of Social Sciences della Australian National University di Canberra, il Public Choice Center della George Mason University di Fairfax (Virginia), il Department of Economics dell'Università di Toronto (Ontario), il Department of Economics dell'Università di Tucson (Arizona). Ha diretto il Centro Studi Piano Intercomunale Milanese (PIM), i periodici Città e Società e Quaderni Bianchi ed è stato condirettore di Edilizia Popolare. È stato membro della Giunta esecutiva della XVI Triennale di Milano e attualmente è co-coordinatore delle attività della Urban and Territorial Research Agency (ULTRA) nel Dipartimento di Sociologia dell'Università Cattolica.

Tra i suoi libri editi da ISU Università Cattolica: La pianificazione della città e del territorio (1986); La pianificazione urbanistica nella società liberale (1993); La gestione del territorio, gli attori, le regole (2002); Scelte per la città. La politica urbanistica (2002); La decisione di Ulisse (2000); La città del buongoverno (2003). Per i tipi di FrancoAngeli, nel 2018 ha curato, con Enrico Maria Tacchi, Parchi, giardini, riserve naturali.

Per Città Bene Comune ha scritto: Disegnare, prevedere, organizzare le città (28 aprile 2016); Progettare il futuro o gestire gli eventi? (21 luglio 2016); Arte e bellezza delle città: chi decide? (9 dicembre 2016); Pianificazione antifragile, una teoria fragile (10 novembre 2017); L'ardua speranza di una magnificenza civile (15 dicembre 2017); Post-metropoli: quale governo? (20 aprile 2018); Democrazia e ricerca della bellezza (29 novembre 2018); È etico solo ciò che viene dal basso? (28 marzo 2019); La questione della casa, oggi (7 febbraio 2020).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

11 DICEMBRE 2020

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture progettuali

ideato e diretto da
Renzo Riboldazzi

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

in redazione:
Elena Bertani
Oriana Codispoti

cittabenecomune@casadellacultura.it

powered by:
DASTU (Facebook) - Dipart. di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano
 

 

 

Le conferenze

2017: Salvatore Settis
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2018: Cesare de Seta
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2019: G. Pasqui | C. Sini
locandina/presentazione

 

 

Gli incontri

- cultura urbanistica:
 
- cultura paesaggistica:

 

 

Gli autoritratti

2017: Edoardo Salzano
2018: Silvano Tintori

 

 

Le letture

2015: online/pubblicazione
2016: online/pubblicazione
2017: online/pubblicazione
2018: online/pubblicazione
2019: online/pubblicazione
2020:

F. Camerin, La città è davvero al tramonto?, commento a: L. Alteri, A. Barile, L. Raffini, Il tramonto della città (DeriveApprodi, 2019)

L. Gaeta. Lefebvre e il beat della vita quotidiana, commento a: H. Lefebvre, Elementi di ritmanalisi, a cura di G. Borelli (LetteraVentidue, 2019)

O. Codispoti, Città e paesaggi tra percezione e progetto, commento a: L. Burckhardt, Il falso è l’autentico, a cura di G. Licata, M. Schmitz (Quodlibet, 2019)

F. Indovina, Come combattere la segregazione urbana, commento a: I. Blanco, O. Nel·lo, Quartieri e crisi, ed. it. a cura di A. Mazza e R. Paciello (INU Edizioni, 2020)

L. Bottini: Il valore dei luoghi e dello spazio, commento a: M. Lussault, Iper-luoghi, ed. it. a cura di E. Casti (FrancoAngeli, 2019)

G. Consonni, Città: come rinnovare l'eredità, commento a: G. Piccinato, Il carretto dei gelati (Roma TrE-Press, 2020)

L. Piccioni, La critica del capitalismo da Salzano a Nebbia, commento a: G. Nebbia, La terra brucia, a cura di L. Demichelis (Jaca Book, 2019)

M. Bolocan Goldstein, Spazio & società per ripensare il socialismo, commento a: B. Sala, Società: per azioni (Einaudi, 2020)

M. Landsberger, L'architettura moderna in Sicilia, commento a: G. Di Benedetto, Antologia dell’architettura moderna in Sicilia (40due edizioni, 2018)

M. Balbo, Trasporti: più informazione, più democrazia, commento a: M. Ponti, Grandi operette (Piemme, 2019)

F. C. Nigrelli, Senza sguardo territoriale la ripresa fallisce, commento a: A. Marson (a cura di), Urbanistica e pianificazione nella prospettiva territorialista (Quodlibet, 2019)

G. Pasqui, La Storia tra critica al presente e progetto, commento a: C. Olmo, Progetto e racconto (Donzelli, 2020)

F. Lazzari, Paesaggi dell'immigrazione in Brasile, commento a: D. Rigatti, E. Trusiani, Architettura e paesaggio in Serra Gaúcha (Ed. Nuova Cultura, 2017)

F. de Agostini, De carlo e l'ILAUD: una lezione ancora attuale, commento a: P. Ceccarelli (a cura di), Giancarlo De Carlo and ILAUD (Fondazione Ordine Architetti Milano, 2019)

P. O. Rossi, Modi (e nodi) del fare storia in architettura, commento a C. Olmo, Progetto e racconto (Donzelli, 2020)

A. Mela, La città e i suoi ritmi (secondo Lefebvre), commento a: H. Lefebvre, Elementi di ritmanalisi, a cura di G. Borelli (Lettera Ventidue, 2019)

P. Baldeschi, La prospettiva territorialista alla prova, commento a: (a cura di) A. Marson, Urbanistica e pianificazione nella prospettiva territorialista (Quodlibet, 2019)

C. Magnani, L'architettura tra progetto e racconto, commento a: C. Olmo, Progetto e racconto (Donzelli, 2020)

F. Gastaldi, Nord vs sud? Nelle politiche parliamo di Italia, commento a: A. Accetturo e G. de Blasio, Morire di aiuti (IBL, 2019)

R. Leggero, Curare l'urbano (come fosse un giardino), commento a: M. Martella, Un piccolo mondo, un mondo perfetto (Ponte alle Grazie, 2019)

E. Zanchini, Clima: l'urbanistica deve cambiare approccio, commento a: M. Manigrasso, La città adattiva (Quodlibet, 2019)

A. Petrillo, La città che sale, commento a: C. Cellamare, Città fai-da-te (Donzelli, 2019)

A. Criconia, Pontili urbani: collegare territori sconnessi, commento a: L. Caravaggi, O. Carpenzano (a cura di), Roma in movimento (Quodlibet, 2019)

F. Vaio, Una città giusta (a partire dalla Costituzione), commento a: G. M. Flick, Elogio della città? (Paoline, 2019)

G. Nuvolati, Città e Covid-19: il ruolo degli intellettuali, commento a: M. Cannata, La città per l’uomo ai tempi del Covid-19 (La nave di Teseo, 2020)

P. C. Palermo, Le illusioni del "transnational urbanism", commento a: D. Ponzini, Transnational Architecture and Urbanism (Routledge, 2020)

V. Ferri, Aree militari: comuni, pubbliche o collettive?, commento a: F. Gastaldi, F. Camerin, Aree militari dismesse e rigenerazione urbana (LetteraVentidue, 2019)

E. Micelli, Il futuro? È nell'ipermetropoli, commento a: M. Carta, Futuro. Politiche per un diverso presente (Rubbettino, 2019)

A. Masullo, La città è mediazione, commento a: S. Bertuglia, F. Vaio, Il fenomeno urbano e la complessità (Bollati Boringhieri, 2019)

P. Gabellini, Suolo e clima: un grado zero da cui partire, commento a: R. Pavia, Tra suolo e clima (Donzelli, 2019)

M. Pezzella, L'urbanità tra socialità insorgente e barbarie, commento a: A. Criconia (a cura di), Una città per tutti (Donzelli, 2019)

G. Ottolini, La buona ricerca si fa anche in cucina, commento a: I. Forino, La cucina (Einaudi, 2019)

C. Boano, "Decoloniare" l'urbanistica, commento a: A. di Campli, Abitare la differenza (Donzelli, 2019)

G. Della Pergola, Riadattarsi al divenire urbano, commento a: G. Chiaretti (a cura di), Essere Milano (enciclopediadelle
donne.it, 2019)

F. Indovina, È bolognese la ricetta della prosperità, commento a: P. L. Bottino, P. Foschi, La Via della Seta bolognese (Minerva 2019)

R. Leggero, O si tiene insieme tutto, o tutto va perduto, Commento a: M. Venturi Ferriolo, Oltre il giardino (Einaudi, 2019)

L. Ciacci, Pianificare e amare una città, fino alla gelosia, commento a: L. Mingardi, Sono geloso di questa città (Quodlibet, 2018)

L. Zevi, Forza Davide! Contro i Golia della catastrofe, commento a: R. Pavia, Tra suolo e clima (Donzelli, 2019)

G. Pasqui, Più Stato o più città fai-da-te?, commento a: C.Cellamare, Città fai-da-te (Donzelli, 2019)

M. Del Fabbro, La casa tra diritto universale e emancipazione, commento a: A. Tosi, Le case dei poveri (Mimesis, 2017)

A. Villani, La questione della casa, oggi, commento a: L. Fregolent, R. Torri (a cura di), L'Italia senza casa (FrancoAngeli, 2018)

P. Pileri, Per fare politica si deve conoscere la natura, commento a: P. Lacorazza, Il miglior attacco è la difesa (People, 2019)

W. Tocci, La complessità dell'urbano (e non solo), commento a: C. S. Bertuglia, F. Vaio, Il fenomeno urbano e la complessità (Bollati Boringhieri, 2019)

S. Brenna, La scomparsa della questione urbanistica, commento a: M. Achilli, L'urbanista socialista (Marsilio, 2018)

L. Decandia, Saper guardare il buio, commento a: A. De Rossi (a cura di), Riabitare l'Italia (Donzelli 2018)

 

 

 

 

 

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