Giovanni Carosotti  
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ITALIAN THOUGHT E STORIA


Sul complesso rapporto dell’italian thought con la storia



Giovanni Carosotti


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Le problematiche teoretiche che ineriscono alla filosofia della storia hanno da sempre giocato un ruolo decisivo nell’elaborazione di una consapevole teoria della storiografia, all’interno però di un rapporto decisamente asimmetrico tra i due campi disciplinari; con una maggiore sensibilità, a nostro parere, da parte degli storici. Questi hanno sempre fatto tesoro da quanto si poteva apprendere sulle vicissitudini della storiografia filosofica, per porre a problema la questione decisiva del “senso”, evidentemente implicita in ogni ricostruzione del passato; per problematizzare in che misura esso poteva alterare la qualità del lavoro scientifico, valorizzando in eccesso la soggettività dello studioso, a scapito di un rigoroso lavoro interpretativo sulle fonti. Da questo punto di vista, le vicissitudini della filosofia contemporanea, e il suo confrontarsi in modo deciso con il rischio sempre presente del teleologismo, hanno costituito per gli storici un termine di confronto irrinunciabile, senza il quale non potrebbe darsi una completa teoria della metodologia storiografica.

Non è avvenuto lo stesso in campo filosofico, nel quale a volte si è guardato con una certa supponenza alle riflessioni che, provenienti da storici, potessero dare un contributo anche all’autoconsapevolezza della disciplina filosofica, interpretandole quasi come un’arbitraria invasione di campo. Secondo alcuni esiti della filosofia occidentale, in particolare di alcune riflessioni degli ultimi venticinque anni del secolo scorso, sarebbe la disciplina storica in quanto tale responsabile, per la sua stessa struttura concettuale, di una deriva sostanzialistica della filosofia. Per cui si è tentato di mettere in discussione la stessa dimensione della storicità, per ritagliarsi uno spazio dedicato unicamente all’approfondimento speculativo con il quale, sfuggendo a una logica cronologica lineare, ci si illudeva di impedire l’invasività del soggetto sul materiale trattato.

Si era accorto di questa deriva, esiziale per il sapere storico, Giuseppe Galasso, nella sua opera dedicata alla teoria della storia (Nient’altro che storia, Il Mulino, Bologna 2000), dove si era confrontato alla pari, ovvero utilizzando con piena padronanza il bagaglio concettuale della disciplina filosofica, con questa pretesa della filosofia di fare a meno della storia; e lo stesso studioso vi era ritornato qualche anno dopo, a proposito della discussione sull’italian thought, in un confronto critico con le prospettive di ricerca, tra loro opposte ma a suo parere entrambe manchevoli, di Roberto Esposito e di Carlo Augusto Viano.

Lo studio di Corrado Claverini (La tradizione filosofica italiana. Quattro paradigmi interpretativi, Quodlibet, Macerata 2021) ricostruisce proprio il dibattito relativo all’’italian thought. Dal punto di vista della teoria della storia (che -è bene precisarlo- non è il principale oggetto d’indagine di Claverini) tale analisi riveste un grande interesse; i quattro paradigmi cui si fa riferimento nel titolo corrispondono infatti a quattro modelli storiografici (potremmo dire quattro modalità possibili di filosofia della storia) il cui esito recente, in particolare con l’opera di Roberto Esposito, ha coinciso con l’esaltazione della dimensione del non storico, con la teorizzazione di un nocciolo speculativo estraneo alla dimensione della storicità e che costituirebbe il carattere peculiare -in un prospettiva ermeneutica molto ardita, che non è certo andata esente da critiche- della tradizione filosofica italiana nel suo complesso.

Claverini, con una prosa decisamente chiara ed efficace, ripercorre la questione presentando i quattro passaggi fondamentali (Spaventa, Gentile, Garin e, appunto, Esposito) in modo esaustivo, con un’abbondanza di citazioni e con un apparato critico e bibliografico imponente. Lo studio fornisce dunque un materiale complessivo, esposto senza privilegiare a priori alcuna delle prospettive descritte (per quanto, evidentemente, si riconoscono i limiti oggettivi delle impostazioni di Spaventa e di Gentile), e consente di avere un quadro complessivo che non intende condurre il lettore a fare propria un’impostazione di partenza predeterminata.

 

Ed è proprio questa qualità del testo a risultare preziosa anche a chi ha a cuore la tematica della metodologia della storia e della storiografia, in particolare se riferita alla decisiva questione della crisi della storia (rispetto alla quale le responsabilità della filosofia -o meglio, di una certa deriva della disciplina nell'ultimo cinquantennio- sono evidenti). Nel corso dell’analisi, infatti, risulta chiaro quanto un disconoscimento da parte dei filosofi di un dibattito che riguarda le caratteristiche specifiche della disciplina storica, se prolungato, vada a detrimento non solo dello sviluppo dei due campi di ricerca, ma soprattutto della loro capacità di condizionare il contesto politico e sociale nel suo complesso. Di conseguenza, nonostante la tentazione da parte di storici e filosofi di puntare a un decisa separazione di ambiti (ipotesi che si vorrebbe concretizzare anche in relazione alla cattedra tuttora presente nei licei italiani), un confronto metodologico tra gli approcci storiografici delle due discipline sarebbe produttivo per i rispettivi campi di ricerca.

La storiografia filosofica, soprattutto quando affronta un tema così sfuggente -per alcuni anzi contraddittorio rispetto alla natura stessa della disciplina filosofica-, ovvero l’esistenza di un tratto caratterizzante in modo specifico la filosofia italiana, si trova di fronte a una difficoltà, o contraddizione metodologica, che Claverini mette ben in luce: da una parte si propone la rilettura di un percorso del pensiero che prosegue nei secoli, attraversando diverse epoche storiche e confrontandosi con differenti contesti politico-culturali; dall’altra intende evidenziare un contenuto permanente, che sembra sottrarsi alla temporalità, e che proprio per questo coinciderebbe con un carattere propriamente “nazionale” della filosofia, in quanto si manterrebbe identico pur nel variare delle circostanze storico-politiche. Risulta evidente come, per portare a termine un programma di questo tipo, si deve fare proprio un punto di partenza speculativo -inevitabilmente destinato ad assumere una funzione performativa- che si è intenzionati a rintracciare nei percorsi che si intende descrivere; attraverso dunque un atteggiamento aprioristico proprio delle filosofie della storia, il quale inevitabilmente forza la descrizione degli eventi (in questo caso delle caratteristiche del pensiero) in direzione di un’opzione interpretativa predeterminata. Indubbiamente questo non implica che sia le prospettive euristiche delle singole osservazioni, sia il messaggio complessivo nel suo complesso risultino privi di rilevanza culturale. Claverini mette ben in evidenza gli aspetti limitativi di tale impostazione, ma fa emergere tutti i meriti speculativi dei rispettivi autori, soprattutto nell’individuare il fecondo intreccio e rapporto tra la filosofia italiana e quella europea, che non è certo corretto interpretare -come per lungo tempo è stato proposto- come una condizione di minorità (e le argomentazioni di Spaventa, contrarie a questo assunto, possono essere accolte -fatte salve evidenti forzature- ancora oggi). L’aspetto che ci sembra con più evidenza emergere da questo lavoro è la circostanza per cui ogni volta che uno studioso intende rilanciare tale problematica, inevitabilmente compie opera critica nei confronti dei tentativi precedenti; ma -e qui il fenomeno si fa sospetto- tale critica si concentra immancabilmente nell’accusa al predecessore di sostanzialismo o apriorismo, ovvero di ricaduta nella filosofia della storia, proprio perché in questo tipo di ricerca si produce sempre, consapevolmente o inconsapevolmente, un’idea di sviluppo teleologica.

Claverini, correttamente, si limita a rendere conto di tale dibattito, senza intervenire per decretare ragioni e torti. È interessante notare come la sostanza di tale critica coinvolga anche la riflessione di Roberto Esposito. Apparentemente distante, per la sua personale impostazione speculativa, da un approccio classico di filosofia della storia, Esposito individua il principale elemento caratteristico della tradizione filosofica italiana in una «estraneità alla piega trascendentale in cui resta, invece, impigliata la sezione più cospicua e influente della filosofia moderna», al riconoscimento di un grumo profondo, naturale, anteriore dunque al processo di storicizzazione, che continua a manifestarsi contro tutte le volontà di realizzare rispetto a esso un’operazione di immunizzazione. Per cui, al contrario delle ambizioni di qualsiasi processo razionalizzante, che vorrebbe neutralizzare tale elemento oscuro, «l’Italia ha pensato, e in un certo senso continua a pensare, il politico fuori dello Stato, nella dialettica ininterrotta di ordine e conflitto, potere e resistenza». Da qui deriva la tesi più caratteristica di Esposito, ovvero il privilegiare la filosofia italiana la dimensione della biopolitica, i cui fondamenti sono stati compresi da essa ben prima che tale concetto diventasse egemone; e ciò rende il pensiero italiano più adatto ad affrontare il contesto della globalizzazione, e nello stesso tempo rende ragione del successo recente, soprattutto in area anglo-americana, dell’Italian thought.

Ovviamente, anche Esposito deve, per sostenere tale teoria, ripercorrere almeno in parte i momenti cruciali della storia della filosofia italiana. Tale ricostruzione, effettuata nell’opera Il pensiero vivente (Einaudi, Torino 2010) attraverso riflessioni di indubbia profondità e coinvolgimento, non è andata esente da critiche. Da quelle già ricordate di Galasso, che rileva alcune semplificazioni storiche per ridurre il concetto di “italianità” non al principio della “nazione” ma a quello deleuziano del “territorio”, a quelle decisamente più puntute di Viano, che parla di faziosità nella scelta degli autori, nonché di forzature interpretative al limite della correttezza filologica. Claverini rende conto in modo esauriente di tale dibattito, per riportare la replica di Esposito che, sorprendentemente, accetta la sostanza delle critiche. Ed è proprio la sua risposta, infine, a far emergere la da noi già rilevata estraneità, da parte filosofica, al dibattito che è in corso da anni sulla natura e la crisi della storia. «Il mio è un discorso “a tesi”, che porta nella direzione di quelle che sono state le mie categorie. Insomma, non solo accetto questa critica, ma la considero inevitabile, per tutti, e tanto più nel caso mio». Una sorprendente rivendicazione di una prospettiva aprioristica, dunque, che seleziona gli autori e i contenuti che intende privilegiare. Il che rende però meno credibile l’insieme delle critiche rivolte ai predecessori, siano essi Spaventa, Gentile o Garin. Sembra accorgersene Claverini che, se da una parte rimarca l’importanza di ripercorrere un simile tentativo di ricostruzione storica, comprende la necessità di liberarsi in parte da tale approccio comparatistico. Lui stesso, a dire il vero, mantiene una sorta di diffidenza verso la nozione di “storicismo”, interpretata forse in modo un po’ troppo unilaterale; però propone, nelle sue conclusioni, un’osservazione fondamentale, ricollegando i limiti di un simile confronto al tema -decisamente caro agli storici- della fine della storia: dare per scontata una critica radicale alla dimensione della storicità conduce inevitabilmente la filosofia a esiti sostanzialistici, in quanto comporta «l’adozione, da parte della filosofia, di atteggiamenti che sono tipici della scienza». E prosegue con un’osservazione a nostro parere ancora più illuminante: «In un periodo storico in cui la rimozione della storia è programmatica, ogni discorso che tende a storicizzare la pratica filosofica è criticato a prescindere. Tuttavia, occorre ricordare che è la storicità a rendere la filosofia pensiero critico. In effetti, la critica è resa impossibile dalla naturalizzazione dell’elemento storico e sociale. Soltanto ciò che è storico può essere criticato. La natura, al contrario, può essere solo descritta.» Una riflessione che, a noi sembra, prende in parte le distanze dall’impostazione di Esposito, pur riconoscendone tutti i meriti speculativi.

E, nel contempo, ripropone l’attenzione sulle questioni di metodo che riguardano la storiografia, nella consapevolezza che l’indifferenza o il rifiuto della storia finisce inevitabilmente per delegittimare la stessa riflessione filosofica e avvilupparla in consuete contraddizioni, come quelle dovute a un confronto insufficiente con la concretezza della storia; nella convinzione di poterle sfuggire, ma finendo per imporre alla riflessione filosofica una dimensione concettuale aprioristica, che porta al fallimento proprio il tentativo ricercato di emancipare il pensiero dall’invasività di una visione del mondo, per forza di cose parziale, con cui il soggetto forza l’interpretazione della realtà.

 Per gentile concessione della rivista “Il Protagora”

 

 

 


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24 GIUGNO 2023