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Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

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Home > 65° Casa della Cultura > 16 marzo 2011: Assunta Sarlo

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16 marzo 2011: Assunta Sarlo

16 marzo 2011
ASSUNTA SARLO, presidente di Usciamo dal silenzio

Innanzitutto buon compleanno, e grazie anche per questo invito che è stato fatto in nome di una relazione che la Casa della Cultura ha con i tanti pezzi del Movimento delle Donne milanese e che, nello specifico, ha avuto, sin dalla sua nascita, con Usciamo dal Silenzio che io qui rappresento. Voi avete chiesto, nell’inchiesta che trova spazio nel sito e che ci ha portato qui stasera, che cosa significa fare politica ai tempi del populismo e qual è il ruolo di un luogo come la Casa della Cultura. Lo avete chiesto in un momento in cui va in crisi l’idea stessa di un luogo fisico in cui incontrarsi (come qui stasera, noi) in favore di luoghi che sono immateriali, come i social network e i luoghi della Rete. E avete domandato se ha ancora senso un luogo, come questo, che conserva una memoria di sé e il senso forte del proprio cammino. Tra gli interventi che ho letto sul sito, solo per fare un esempio, c’è un pezzo bellissimo – che consiglio a chi non l’abbia letto – di Rossana Rossanda che ricorda la sua esperienza come segretaria della Casa della Cultura: io sono una ex giornalista de Il Manifesto, per cui Rossanda, che anche ne La ragazza del secolo scorso ha raccontato dell’esperienza in queste stanze, è particolarmente cara al mio cuore. Ciò che trasmette il suo scritto è proprio questo. A me – che di anni ne ho molti di meno, che quella stagione non ho vissuto, che sono arrivata a Milano alla fine degli anni Settanta – trasmette la nostalgia del “non vissuto” e insieme la nostalgia di un dibattito culturale e politico che qui avveniva e che era cruciale. E che, soprattutto, si autopercepiva come cruciale e non soltanto per il destino dell’Italia, ma anche in relazione con l’Europa che cambiava, con le vicende dei socialismi, con il cammino, pieno di futuro anche se molto complicato, dei diritti. Questa centralità – di quel dibattito e di questi luoghi- è quella che, appunto, oggi va in crisi in favore di altri luoghi, che sono diventati ormai i luoghi della partecipazione, dei social network, della rete, utilissimi di certo ma che sostituiscono, nella nostra esperienza quotidiana, il dibattito politico come molti lo hanno conosciuto e lo conoscono ancora. La rete – ognuno a casa propria davanti a un computer – diventa dunque il luogo della partecipazione, ma anche, al contempo l’illusione di quella partecipazione. C’è un’altra cosa che, ai tempi del populismo – va in crisi ed è l’ idea di un alfabeto comune: pensate soltanto a come, in questi anni, negli anni dell’anomalia berlusconiana, si sono caricati di significati caricaturali oltre che di guasti concretissimi guasti, parole come democrazia, o come diritto. Questo è un primo compito a casa per Ferruccio Capelli e per la Casa della Cultura: difendere l’idea di un luogo, di luoghi in cui le persone si incontrano, dibattono, trovano nuovi linguaggi. Difenderli dalla diaspora che sta colpendo quasi tutti i luoghi della partecipazione e della discussione. E difendere, questione cruciale per la modernità, la complessità degli alfabeti, restituire senso e profondità alle parole che lo hanno perso.
L’altro tema riguarda la capacità della Casa della Cultura di stare in relazione con i movimenti. Il movimento delle donne è una di queste esperienze e stare in rete col movimento delle donne, secondo me, è cruciale per il futuro della Casa della Cultura. Il movimento delle donne sta vivendo in questo momento una rinascita, ma io penso che non esistano rinascite nate dal niente e la Casa della Cultura ha avuto l’intelligenza di percepire come ci siano tanti femminismi ed è stata capace di stare in relazione con questi. Ed è stata capace anche di capire che Milano può essere un crocevia molto interessante di autonomia e di proposizione di esperienze del Movimento delle Donne. Lo è stata sicuramente con Usciamo dal Silenzio, che nel 2006 ha portato duecentomila donne in piazza per difendere la legge 194 e nel nome della libertà femminile, lo fa con altre esperienze e con altri pensieri del femminismo, con La Libreria delle Donne, eccetera. Questa è la complessità, secondo me, da salvare. Ed è una complessità di cui adesso il Movimento delle Donne ha molto bisogno. Proprio nel momento della rinascita c’è in agguato il pericolo della semplificazione, il pericolo di retoriche che sono quelle che affliggono il dibattito pubblico in Italia. Ne cito una per tutte: è la retorica dei giovani contro i vecchi, delle giovani contro le vecchie, nella fattispecie. Come se non si potesse e non fosse necessario, obbligatorio direi, stabilire dei fili, delle connessioni, costruire delle catene che sono generazionali e di trasmissione di culture politiche. Io penso che sia questa, oggi, la scommessa del Movimento delle donne, a Milano con le precipue caratteristiche milanesi, ma più in generale in Italia: sapere coniugare le esperienze dell’oggi con l’eredità straordinaria del Femminismo.Sapere coniugare quell’esperienza, la radicalità di quella interrogazione sui ruoli sociali, sui ruoli familiari, sull’assetto intero della società con le domande che Silvia Vegetti definiva come domande della vita quotidiana. Come si vive, come si lavora, come si mette insieme l’avere un figlio e l’avere delle ambizioni professionali; come si lascia il tempo per la politica, dove si trova il tempo della politica, come ci si figura la relazione tra gli uomini e le donne. Alessandra Bocchetti, il 13 febbraio, nella manifestazione di Roma, ha detto una cosa molto bella: “Noi non arriviamo qui dal niente, noi abbiamo le mani piene, piene di politica”. Cioè il Movimento delle Donne non bussa timidamente a una porta che non si apre a causa dell’altra anomalia italiana che è il ritardo su tutte le questioni che riguardano le donne. Le donne che fanno la galassia del movimento hanno invece le mani piene di politica, di quella che hanno costruito e sono capaci di mettersi in interlocuzione, anche conflittuale con la politica delle istituzioni. Secondo me oggi è proprio questa la scommessa: riformulare alla politica le nostre richieste con la forza che ci ha dato e che continua a darci l’esperienza del Movimento delle Donne. Per concludere: in questo quadro, la Casa della Cultura può essere uno snodo di messa in relazione. Di messa in relazione tra i movimenti; di messa in relazione tra catene generazionali, tra vecchi e nuovi cittadini che abitano questa Milano profondamente cambiata. Questo è, in conclusione, l’augurio per la Casa della Cultura: che da oggi in poi riesca a rinverdire gli onori del passato con questa sfida, culturale e politica, sul futuro di noi tutti.