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Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

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Home > 65° Casa della Cultura > 16 marzo 2011: Giordana Masotto

Materiali


16 marzo 2011: Giordana Masotto

16 marzo 2011
GIORDANA MASOTTO

Dirò qualcosa sul tema del rapporto cultura/politica a partire dalla mia esperienza nella Libreria delle Donne di Milano, e nel Gruppo Lavoro che è nato nella libreria, ma che ha anche seguito un suo percorso, coinvolgendo via via donne diverse.
Ma, più che del rapporto cultura/politica, dirò della impossibilità, nella mia/nostra esperienza, di separare la cultura dalla politica.

La Libreria delle donne di Milano
La Libreria delle donne da oltre 35 anni (è stata inaugurata nell’ottobre del 1975) fa molte delle cose che fa una libreria di qualità: è un negozio sulla strada, sceglie e vende libri, organizza incontri, presenta libri e film, autrici e autori, pubblica una rivista e alcuni libri.
Ma la cosa che dà senso all’impresa è che vuole, tramite l’incontro con queste diverse dimensioni, generare un punto di vista sulla realtà.
Cogliere segnali in ciò che accade vicino e lontano e dare nome a ciò che accade. Vedere e nominare. Generare pensiero. Fa cultura dunque? No, fa politica.

Che cosa ha a che fare questa libreria con le donne e con la politica?
Ha a che fare con le donne perché le donne non sono, principalmente, una questione da portare a soluzione per rendere più compiuta e più giusta la democrazia.
Le donne, facendo irruzione sulla scena pubblica, in tutto il mondo, dicono nei fatti anche se non sempre con parole chiare – ma sono chiare per chi le vuole capire – che ogni visione del mondo, della storia, della politica, dell’economia, della scienza che presupponga come universale l’essere umano di sesso maschile, è patriarcale.
Non più uno ma due. Relazione tra differenti: è questo che genera vita, che genera pensiero, che genera politica.
Politica: cioè luoghi e pratiche in cui le differenze riescano a vivere senza soccombere alla forza e al potere.

Il separatismo iniziale, nato come pratica politica delle donne che si incontravano e prendevano la parola su di sé e sul mondo, ha dato forma anche alla libreria, nella scelta di tenere inizialmente solo libri di donne. Scelta politica, non di linea culturale. Rintracciare, ascoltare le voci di altre donne che avevano già parlato, in altri tempi e luoghi o che ci parlavano in quegli stessi giorni.
Non dunque “ostracismo verso gli uomini”, come ho letto ancora in questi giorni nelle pagine di Repubblica detto da un assai colto giornalista, evidentemente ancora scosso e comunque inconsapevole nonostante il passare del tempo. Ricordo di quegli anni come fosse scontato, nei media e anche nei partiti, definire il movimento delle donne, le femministe “contro gli uomini”. Contro gli uomini non mi sono mai sentita, e come me anche moltissime altre. Contro un singolo uomo questo certo capitava, in genere con buoni motivi. Non contro gli uomini.
Definirsi “contro” lo fanno più facilmente gli uomini. Noi scoprivamo di voler partire da noi e per questo aprivamo conflitti. Confrontarsi con donne, leggere le parole di altre donne sono stati i primi passi per nascere come soggetto politico.
Accenno a questo tema perché oggi, nell’ansia di voler sistemare in categorie rassicuranti ciò che non è sistemabile, si parla di “nuovo femminismo”, negando una continuità che è vitale nelle sue differenze, quasi a voler chiudere una stagione, cancellando una realtà ricca e multiforme che non si è mai fermata.
È la libertà delle donne che cresce ed emerge anche in questi giorni, anche in presenza di parole d’ordine riduttive o mal pensate. Che sa schivare le maldestre appropriazioni di chi non sa dire in prima persona. Una libertà che ha alimentato grande ricchezza di dibattito, nutrito la presenza nelle piazze e che certamente va oltre quel movimento di affioramento.
Per chiudere con la questione del separatismo, osserverò che la progressiva apertura della libreria ai libri degli uomini, e la loro partecipazione agli incontri e alle pratiche politiche, si è realizzata da molto tempo, senza scosse, mano a mano che alcuni uomini hanno incominciato a vedere la novità di quanto stava accadendo e a manifestare il desiderio di mantenersi in relazione con questo fatto politico.

Il Gruppo lavoro
Nel gruppo lavoro questo nesso tra soggetti-pensiero-pratica politica è secondo me particolarmente significativo.
Il Gruppo lavoro della LDM è nato nel 1994. Da oltre 15 anni si riunisce per riflettere sul lavoro a partire dall’esperienza che ne hanno le donne, ma sempre ritenendo tale riflessione preziosa per entrambi i generi. Dal gruppo sono usciti vari testi. Ricordo Parole che le donne, Il doppio sì e il manifesto Immagina che il lavoro. E regolarmente un inserto nella rivista “Via Dogana”, dal titolo Pausa Lavoro.
Al centro della pratica del gruppo mettiamo l’ascolto dell’esperienza delle donne al lavoro. Ascoltare vuol dire creare lo spazio perché una donna si autorizzi a parlare, legga la propria esperienza di lavoro e di vita. Ascoltare è coinvolgersi con le proprie competenze, vita e lavoro, è entrare in relazione, scambiare. È pensare in relazione, che non produce solo cultura ma è già politica.
Un pensare insieme al quale, in Immagina che il lavoro, abbiamo anche cercato di dare parole nuove nella ricerca di una scrittura collettiva.

In grande sintesi, questo il cuore della teoria sul lavoro. C’è una divisione sessuale del lavoro: produzione e riproduzione, fabbrica e casa, denaro e gratuità, potere e relazioni. Con il controllo sul proprio corpo e sulla riproduzione, con l’uscita da casa, le donne hanno messo le basi della propria autonomia ed indipendenza economica. È una rivoluzione. Che si sta costruendo sui desideri delle donne, sul progetto che hanno su di sé.
Certo, contemporaneamente il mercato del lavoro è vorticosamente cambiato, più povero (ci vogliono due stipendi) più incerto, più invadente.
Ma quel progetto che le donne hanno su di sé mette in discussione alla base i paradigmi del lavoro: visto da questo punto di vista, non è più il problema di far entrare sempre più donne nel mondo del lavoro, di conciliare due mondi predefiniti, ma dell’affermarsi sulla scena pubblica di nuovi soggetti che portano con sé tutti e due quei mondi. Soggetti che tendono anche numericamente a essere la metà e oltre dell’intera forza lavoro e chiedono dunque che su questa base vengano ripensati i tempi di lavoro, i modi del welfare, gli equilibri tra produzione di beni e qualità e varietà dei servizi, e che spesso proprio per questa visione di insieme, sono anche più sensibili alla qualità dello sviluppo, all’ambiente ecc.
Riassumendo in uno slogan: il lavoro delle donne è il lavoro del futuro. Le donne sono le abitanti naturali dell’epoca globalizzata che anche grazie alla differenza di questi soggetti femminili può diventare la società cosmopolita del futuro.

Un’Agorà del lavoro
Questo modo di intendere la pratica politica ci ha portato ora a un nuovo progetto cui vogliamo dar vita qui a Milano: l’agorà del lavoro.
Si è detto del populismo: la politica viva non può che essere oggi, nello slabbrarsi delle classi e perfino dei gruppi omogenei, una politica agita dai soggetti, differenze che si giocano nelle relazioni, libertà che sanno agire e crescere nei conflitti.
Nel populismo al contrario, c’è espropriazione dei soggetti e cancellazione della libertà, operata in nome di un individualismo competitivo che è consumo di sé, non progetto di sé.
Noi pensiamo a una politica come creazione continua dei soggetti, nel conflitto e nel cambiamento. La crisi dello stato e dei partiti, della stessa democrazia rappresentativa che si manifesta macroscopicamente nell’astensionismo, apre nuove possibilità alla politica, come ad esempio ipotizza la studiosa belga Chantal Mouffe che immagina una democrazia “agonistica” in cui la rappresentanza deve fare i conti con forme vive di democrazia diretta, partecipata.
Il pensiero e la pratica politica delle donne dicono molto su questo. Per esempio dicono una cosa fondamentale: che è possibile fare la spola tra necessità e libertà, che smuove più cose l’autocoscienza del pensiero critico, l’azione più che la reazione, il conflitto relazionale più che la guerra di annientamento del nemico.

Modi della politica: sperimentiamo forme
. Trovo molto interessante, ad esempio, che i movimenti delle donne (dalle donne del “no dal molin” alle molte reti, soprattutto nel sud del mondo) stiano imparando ad applicare la regola del consenso nelle decisioni: non agiscono cioè a colpi di maggioranza ma vanno avanti insieme solo sui punti unanimemente condivisi, lasciando a singoli gruppi le altre azioni. Vuol dire abbandonare le ambizioni di egemonia, la tendenza ad attribuire sempre ad altre/i gli errori: non sono cose facili. Ma come diceva Carla Lonzi: “Il nostro futuro ci importa che sia imprevisto piuttosto che eccezionale”.

A Milano, anche noi vogliamo sperimentare altre forme della politica: per il progetto dell’agorà del lavoro abbiamo coinvolto donne e uomini che in questi anni a Milano hanno pensato e agito sul lavoro.
Vorremmo riportare l’esperienza e il discorso su tutto il lavoro necessario per vivere al centro dello spazio pubblico. Vogliamo inventare uno stabile terreno di incontro sulla materialità e sul senso del lavoro (e dei servizi). Un luogo che sia vivo e vivace, che sia fertile, gradevole, utile, radicato e visibile nella realtà di Milano. Un appuntamento fisso, che diventi un punto di riferimento in città. Creare un luogo che sia espressione di politica viva. Quella che può nascere in primo luogo dalle donne quando agiscono la propria libertà.