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Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

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Home > 65° Casa della Cultura > 16 marzo 2011: Giorgio Riolo

Materiali


16 marzo 2011: Giorgio Riolo

16 marzo 2010
Giorgio Riolo

Il pericolo estremo delle destre contemporanee, in Europa e in Italia espresse soprattutto sub specie dei populismi, impone alla sinistra politica e alla sinistra sociale una semplice considerazione: occorre lavorare strenuamente in primo luogo a partire dal retroterra culturale, avendo piena consapevolezza del necessario “tempo lungo” della cultura, di contro al “tempo breve” della politica. Ogni avanzamento oppure ogni arretramento storico, sociale e politico, ha sempre alle spalle un avanzamento o un arretramento culturale.
All’inizio degli anni Novanta, Franco Fortini scrisse un libro dal titolo Extrema Ratio. Il sottotitolo riportava “per un buon uso delle macerie”. Si riferiva alle macerie lasciate dalla catastrofica caduta del Muro di Berlino e dal crollo delle forme storiche del comunismo novecentesco, non solo a Oriente, il cosiddetto socialismo reale, ma anche in Occidente, con la scomparsa del Pci. Non si da mai, nella storia e nella società, la pagina completamente bianca. Qualcosa rimane sempre, anche delle precedenti fasi negative. Nella fattispecie, allora, in positivo, rimanevano le cosiddette “grandi narrazioni”, tanto esecrate dal dilagante postmodernismo (il marxismo critico, il cristianesimo sociale, l’ambientalismo anticapitalistico, la teoria e la pratica dei movimenti antisistemici ecc.).
Tranne rare e poche eccezioni, non si è fatto un buon uso delle macerie. Non abbiamo rivisto, vagliato, aggiornato le nostre culture politiche e non abbiamo proceduto alla riforma necessaria degli strumenti, in primo luogo della forma-partito, delle modalità, delle procedure, delle forme politiche e delle forme organizzative in breve. Sulla necessaria discontinuità ha prevalso l’impulso, conservativo e confortante, della continuità. Oppure, in modo sbrigativo e da cupio dissolvi, ci si è lanciati alla caccia del “nuovo”, di contro al “vetero”, del “partito leggero”, dell’estetica ecc.
Oggi ci ritroviamo in queste condizioni preoccupanti. Nella crisi generale della politica, la sua separatezza investe gravemente la sinistra nel suo complesso (moderata e alternativa). Tanto che lo scollamento tra sinistra sociale diffusa, tra le persone eticamente e politicamente orientate a sinistra, e la sinistra politica è veramente ampio, profondo. Non riusciamo a rappresentare, nell’agone politico e istituzionale, strati sociali, gruppi e persone che non soggiacciono al populismo, al razzismo, alla disgregazione culturale e politica, investite dall’attuale crisi economica.
In questo contesto, tutto ciò che è in discontinuità, in controtendenza a quanto detto prima, a quel corso delle cose, è salutare e positivo. Intra muros, al nostro interno, poiché abbiamo bisogno di conoscere, ancor prima di sapere come agire, abbiamo bisogno di conoscere il terreno entro cui operiamo, abbiamo bisogno di conoscere il capitalismo e la sua società, in Italia e su scala mondiale, e le sue plastiche e incessanti trasformazioni, abbiamo bisogno di dotarci di questa nuova cultura politica. Extra muros, fuori di noi, poiché la sinistra dovrebbe esibire un’offerta così come un profilo culturale, politico, etico, antropologico, tale da attrarre gruppi, organismi, singole e singoli, da interessare insomma il resto della società, da indurre la percezione di essere utili alla società italiana nel suo complesso.
Naturalmente i processi veri, storici, non si escogitano a tavolino, non sono il semplice prodotto di un disegno strategico, ma nascono nella “tempesta della vita”, come direbbe Goethe, nell’essere-proprio-così della realtà sociale, delle forze in campo. Partiamo dal materiale umano e politico che esiste, che è disponibile. Non da un materiale immaginario. Il poco spazio a disposizione non concede di trattare problemi complessi e cruciali, con un’argomentazione adeguata, estesa. Procedo per veloci punti.

La necessaria autoriforma

I problemi presentati nell’esperienza storica del movimento operaio, socialista e comunista, nell’impulso tipico del procedere umano, dei problemi delle culture politiche della verticalità, delle forme autoritarie e piramidali, del dispotismo anche (forme che, detto di sfuggita, sono state anche efficaci nel conseguire risultati rilevanti, come resistenze, rivoluzioni, riforme, cambiamenti e conquiste sociali ecc.), hanno trovato soluzione nel propendere volta a volta con il privilegiare la forma-movimento, pensando appunto che ciò risolvesse le aporie, i guasti. Si procede umanamente spesso per polarizzazioni, per assoluti.
Il venire a palesarsi, nel proscenio del nostro tempo, del movimento contro la globalizzazione neoliberista, il Forum Sociale Mondiale ecc., ha dato corpo all’ipotesi di un’alternativa reale e credibile al corso dominante su scala mondiale. Il lavoro, che all’origine si caratterizzava più sul versante culturale, assume in questo movimento altermondialista caratteri sempre più direttamente politici con il rendersi evidente della politicità intrinseca del movimento contro il neoliberismo, con la necessità della rifondazione della nobile nozione di politica.
Il neoliberismo, abbiamo sempre sostenuto, è una filosofia sociale complessiva. La sua dimensione economica è fondamentale e non la si vuole sminuire. Tuttavia occorre sottolineare che la forza del sistema è data soprattutto dalla sua dimensione politica e culturale. I punti forti del suo programma sono noti, ma repetita iuvant. Decostruzione della politica come nozione forte della modernità, dalla rivoluzione francese ai movimenti democratici, al movimento operaio, socialista e comunista del Novecento. Decostruzione della democrazia. Esecutivi forti, spossessamento politico, populismo: i tre pilastri di questa dinamica. A ciò si aggiunge la “crisi endogena” della democrazia rappresentativa, sempre più svuotata, resa formale, spettacolarizzata. Nella crisi generale del ruolo dei partiti, della forma-partito, nell’incapacità di adeguare le forme organizzative e le forme politiche ai cambiamenti epocali della morfologia sociale e ai profondi cambiamenti culturali, i partiti politici della sinistra, rischiano di perdere sempre più ruolo e senso, accentuando l’aspetto sempre più istituzionale, di compartecipazione al potere, rischiano di divenire sempre più subalterni ai poteri dominanti.
Da questo punto di vista abbiamo seguito con attenzione e molto sottolineato il ruolo, in certi casi anche confuso e contraddittorio, con cui il movimento, in modo consapevole o come “eterogenesi dei fini” (addirittura, in alcuni comparti, anche nel rifiuto della politica realmente esistente, come antipolitica) si impegnava nella rifondazione della politica. La politicità intrinseca dei fini e delle forme organizzative che si sperimentano. Dapprima come protagonismo, attivismo, ma poi l’autopercepirsi come “laboratorio politico”, non però nella sua visione ingenua, del passato, della contrapposizione movimento-partito, dal momento che questo movimento, è bene sottolinearlo con forza, ha al suo interno grandi realtà organizzate, dai sindacati ai partiti antiliberisti. L’autopercepirsi come “laboratorio culturale”. Oltre gli specialismi, una valorizzazione e una socializzazione-democratizzazione della “funzione politica”, non più semplicemente delegata ai politici di professione, e una valorizzazione e una socializzazione-democratizzazione della “funzione intellettuale”, non più semplicemente delegata all’intellettuale o accademico di professione.
La novità del movimento antiliberista, la sua peculiarità, risiede nel fatto che la feroce sfida lanciata del neoliberismo ha costretto le diverse matrici politiche e culturali, i diversi soggetti antisistemici, a prodigarsi per uscire dall’incomunicabilità, se non dalla concorrenzialità, tipica di stagioni politiche del recente passato, e a porsi in una relazione efficace, nella prospettiva della convergenza. Essendo una filosofia complessiva del potere, totalizzante e a tutti livelli, l’acquisizione forte del movimento è stata che ogni corrente ideale e politica sia da considerarsi fondamentale, così come ogni soggetto, per poter essere all’altezza della sfida. La pari dignità e l’inammissibilità della rivendicazione della primogenitura da parte di una corrente o di un soggetto hanno qui il fondamento oggettivo.
La novità e l’importanza del movimento altermondialista non deve oscurare la nostra mente. Occorre non soggiacere alla metafisica e alla retorica che spesso albergano al suo interno. All’assoluto della forma-partito (extra ecclesiam nulla spes), alla “alienazione partitica”, specularmente e polarmente, si è contrapposta la “alienazione movimentistica”, pensando che questa forma non presentasse i problemi che la forma-partito aveva. L’esperienza storica mostra invece che spesso i movimenti presentano problemi di autoreferenzialità, di verticalità, di formazione di gruppi dirigenti ecc. sul calco della forma-partito, con caratteri di arbitrarietà, di poca trasparenza, di narcisismi esasperati, di forte investimento soggettivo autoreferenziale ed egocentrico. Le aporie dei movimenti non ci esimano tuttavia dal porre mano alla necessaria autoriforma del partito. L’autoriforma è sempre una soluzione decisamente migliore dell’eteroriforma. I cambiamenti indotti dall’esterno, spesso a causa di eventi negativi, sconfitte elettorali, scissioni, nefaste lotte intestine, sono dolorosi. Ma sappiamo che la storia procede spesso “dal lato cattivo” e non ci facciamo soverchie illusioni. Tuttavia si tenta ancora una volta di elencare alcuni punti fermi.

Breve excursus storico e alcune misure

In primo luogo i partiti non si costruiscono sul vuoto, hanno sempre come calco il contesto sociale e storico più vasto, le forme di soggettività, le sociologie e le antropologie circostanti. Solo due esempi. Il partito socialdemocratico tedesco, modello per tutte le socialdemocrazie della II Internazionale, aveva come calco il modello-impresa e il modello-stato e il più vasto organicismo di masse operaie che abbisognavano di una guida, più o meno illuminata, di un “governo” (con le oligarchie, i funzionari di partito, l’attesa di promozione sociale e di status sociale di questi elementi oligarchici e professionali, come ben vide Rosa Luxemburg, oltre che Roberto Michels, da altro versante, la struttura piramidale ecc.). Il partito leninista, calco per tutti i partiti della III Internazionale, aveva come riferimento, sempre a grandi linee e molto semplificando, dovendosi necessariamente confrontare con la terribile autocrazia zarista, la forma-chiesa e la forma-esercito, pur ereditando molto dal modello del partito socialdemocratico tedesco. L’organicismo era ancor più marcato, a misura dell’essere-proprio-così della storia e della realtà russe (comunità di villaggio, mir e obščina, masse sterminate di contadini poveri e analfabeti, accanto agli esigui strati di operai salariati ecc.) e quindi la guida illuminata era essenziale, e questa è stata la funzione storica dell’intellettualità rivoluzionaria russa (da Herzen a Cerniševskij, dai populisti a Plechanov, Lenin ecc.). Il problema sorge quando a questa intellettualità di grande elevatezza culturale e morale si sostituisce una classe, più che un gruppo, dirigente di basso livello, poco illuminata, rozza, se non addirittura barbarica. Come è già stato osservato, queste forme hanno anche assicurato successi, risultati importanti, ma i guasti e le aporie sono stati rilevanti, in alcuni casi micidiali.
Saltando all’oggi, il minimo che si richiede è un’innovazione a misura delle morfologie sociali mutate (cambiamenti negli strati sociali di riferimento, dinamica sociale e società civile mutate ecc.) e delle forme antropologiche e di soggettività completamente mutate, almeno qui in Occidente, in Italia, dove la verticalità, la guida illuminata, le forme politiche autoritarie ecc. costituiscono immediatamente un problema (non siamo più in presenza dell’organicismo di masse operaie e contadine, popolo indistinto, da indottrinare e guidare).
Sempre a misura del poco spazio, ci si prova a elencare alcune misure, prima facie politiche, ma profondamente etiche e culturali, tra le tante da prendere in considerazione, ma a mio avviso urgenti:
1. Un rinnovamento profondo delle culture politiche, meno verticali e gerarchiche, nelle quali l’etica e la cultura vengano promosse e non mortificate, non considerate un demerito, un impedimento al cursus honorum della politica, come spesso, ahimè, dobbiamo constatare in ogni dove (“tu fai cultura, a noi la politica”, quale sinistro richiamo in quel “a noi”!).
2. L’istituzionalizzazione spinta, la “alienazione istituzionale”, necessaria ma poco sorvegliata, impone il limite dei due mandati istituzionali dei singoli esponenti eletti (esistono regole in tale senso in molti partiti della sinistra, ma l’esperienza ha mostrato che le tante eccezioni, variamente motivate, sono diventate la regola).
3. L’obbligo del rendere periodicamente conto del proprio lavoro istituzionale, il periodico commisurarsi con il mandato avuto ( e questo dovrebbe essere esteso ai gruppi dirigenti politici anche non istituzionali…).
4. La revocabilità, come soluzione limite nei casi gravi, con tanto di regole e di garanzie certe, per evitare l’arbitrio e le imboscate delle lotte politiche intestine. La questione morale prima di predicarla agli altri, per l’esterno, la si dovrebbe predicare e praticare all’interno della sinistra stessa.
5. Il porre fine ai benefici e ai privilegi della politica di professione, di attesa di ritorno e di elevamento dello status sociale, di trattamento economico, di entrare nella famosa “circolazione delle élite”, fino alla cristallizzazione in separatezza sociale, tanto deprecata. Con tanto di arroganza sociale e antropologica. Tra questo estremo e la “politica come servizio”, avendo come riferimento le prime comunità cristiane o le prime organizzazione dell’ottocentesco movimento operaio, dove il capo era quello che rischiava di più ed era più che autorità appunto “al servizio”, ci sta pure qualcosa nel mezzo.
6. Il necessario policentrismo di strutture, di apparati. Non è obbligato centralizzare tutto a Roma (certamente sede del governo, parlamento ecc.). Il pericolo è reale e praticato: autoreferenzialità degli apparati, dei funzionari, della cooptazione anche clientelare. Una specie di endogamia che fa sempre male alla riproduzione organica (le tare genetiche) di ogni corpo sociale. Mi piace qui solo ricordare, come utopia, come paradigma, Frantz Fanon implorante il Fnl algerino di non porre la capitale ad Algeri, con tutte le sue tare post-colonialistiche, e “andare al popolo”, soprattutto contadino, dell’entroterra ecc.
Può sembrare “basismo”, pio desiderio, predicazione ecc. Ma il solo fatto che tutto ciò non sia almeno oggetto di un dibattito culturale la dice lunga sul grado di degenerazione, della politica e della sinistra politica, a cui siamo pervenuti.

A mo’ di conclusione

Le poche considerazioni, i pochi richiami di cui sopra, sono al fine di rivitalizzare organismi provati e stanchi, per tacere d’altro. E’ uno dei modi con cui trattare le nozioni storiche e antropologiche di “identità” e di “appartenenza”. Nozioni che debbono essere considerate nella loro dinamica storica e sociale, debbono misurarsi con la plasticità proteiforme della società e della storia. Fissate e cristallizzate diventano da umane e propulsive mosse della soggettività, sul solito terreno di riferimento dell’antropologia, in impedimenti, intralci, foriere di disastri e di incomunicabilità con il contesto più vasto. Con la ricchezza e la multilateralità del reale, che, come diceva Lenin, sono sempre più “astute”, nel senso della ragione, del più astuto partito o comitato centrale. E’ uno dei modi per trattare il conflitto sociale. Senonché più che “rispecchiare”, rappresentare il conflitto sociale, ed è già molto porsi questo compito, esso dovrebbe “costruirlo”, soprattutto in una fase storica e in un contesto dello sviluppo capitalistico nei quali questo conflitto sociale non si esprime, non emerge con nettezza. In ciò soccorrono, ed è quasi noioso ricordarlo, un supplemento di necessaria cultura e di necessaria etica, assieme alla necessaria “democratizzazione della vita quotidiana”, di cui parlava l’ultimo Lukács. La politica, come arte del possibile e come efficacia storico-sociale, e non beninteso come predicazione, ne seguirà come il giorno alla notte, come atto secondo. E non, come è spesso avvenuto, come atto primo. Vendere la primogenitura (in questo caso, ripetiamo, dell’etica, della cultura, della democrazia) per un piatto di lenticchie non è mai una buona cosa.