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Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

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Home > 65° Casa della Cultura > 16 marzo 2011: Giovanni Scirocco

Materiali


16 marzo 2011: Giovanni Scirocco

16 MARZO 2011
GIOVANNI SCIROCCO

Cari amici, nel ringraziarvi per l’invito a partecipare a questa serata, permettetemi prima di tutto di portarvi gli auguri del presidente, Francesco Somaini, e degli altri compagni del circolo Rosselli, che quest’anno festeggia anch’esso un compleanno, i trent’anni di attività.
Per introdurre il tema, permettetemi di partire dalla citazione di un articolo di Piero Ostellino, Idee diverse di democrazia, pubblicato sul Corriere del 28 febbraio.

Entrambe le minoranze credono che ogni comunità sia fondata su principi morali condivisi; ma quella rumorosa «eticizza» la politica, dividendo il mondo in buoni e cattivi – con tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’ altra – e assegna a se stessa, una élite sacralizzata, depositaria delle pubbliche virtù, il compito di redimere i cattivi. È una rappresentazione falsata della realtà – fatta di zone grigie – ad uso di una missione che è quella di una nuova Inquisizione piuttosto che quella affidata al senso comune di una comunità laica. È una sindrome totalitaria. L’élite auto-sacralizzatasi aborre la parola «qualunquista», con la quale designa l’ «uomo qualunque» che ritiene un cretino o un fascista; la minoranza che i più ignorano, o dileggiano, la ama. Qualunquista è «l’uomo della strada», che cammina al nostro fianco, portandosi sulle spalle, come noi, la democrazia; l’uomo che vota, decretando un vincitore fra valori e interessi diversi, e persino opposti, in una «società aperta» (Karl Popper) e di «pluralismo di valori e di interessi» (Isaiah Berlin). Se certi valori e certi interessi fossero, in sé, più nobili che senso avrebbe ancora contare le teste, votare? La partecipazione alla vita pubblica – secondo un altro mantra della minoranza integralista – sarebbe la più alta espressione della dignità del cittadino. Era la «libertà degli antichi» nella Polis dove contavano i pochi. Per l’ altra minoranza, quella liberale, il cittadino ha il diritto di farsi gli affari suoi – non votare è una manifestazione di libertà – senza per questo essere un nemico dello «Spirito del Progresso». È la «libertà dei moderni» (Benjamin Constant). A tutt’ oggi, è la minoranza più rumorosa che pare prevalere e aver ridotto alla subalternità culture, gruppi sociali, media meno aggressivi. Ma è una vittoria dimezzata perché fondamentalmente contraria alla Modernità (vedi Jean-Jacques Rousseau) nella quale, ancorché faticosamente, sta entrando il Paese. Saranno i giovani – alcuni dei quali, ora, sposandone le suggestioni razionaliste, credono di procedere sulla strada di un «luminoso avvenire» collettivo – a riscattare, con l’«uomo qualunque», il senso comune. Essi già rivendicano le proprie libertà individuali. Non sarà, forse, la vittoria della minoranza colta e liberale – figlia dell’ Illuminismo empirico e scettico anglosassone – ma, certamente, l’ affrancamento dell’Italia dalle illusioni dell’Illuminismo razionalista francese. Più normale.

Ora, a parte il fatto che il liberalismo di Ostellino mi sembra più vicino al qualunquismo che all’Illuminismo, a Guglielmo Gianni che a David Hume, mi sembra soprattutto che Ostellino dimentichi completamente quanto scriveva Immanuel Kant proprio all’inizio della sua famosa Risposta alla domanda: Che cos’è l’Illuminismo?

L’illuminismo è l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza esser guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza – è dunque il motto dell’illuminismo. La pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo affrancati dall’eterodirezione (naturaliter maiorennes), tuttavia rimangono volentieri minorenni per l’intera vita e per cui riesce tanto facile agli altri erigersi a loro tutori. E’ tanto comodo essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero per me. Purché io sia in grado di pagare, non ho bisogno dì pensare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione. A far si che la stragrande maggioranza degli uomini (e con essi tutto il bel sesso) ritenga il passaggio allo stato di maggiorità, oltreché difficile, anche molto pericoloso, provvedono già quei tutori che si sono assunti con tanta benevolenza l’alta sorveglianza sopra costoro. Dopo averli in un primo tempo instupiditi come fossero animali domestici e aver accuratamente impedito che queste pacifiche creature osassero muovere un passo fuori dei girello da bambini in cui le hanno imprigionate, in un secondo tempo mostrano ad esse il pericolo che le minaccia qualora tentassero di camminare da sole. Ora questo pericolo non è poi così grande come si fa credere loro, poiché a prezzo di qualche caduta essi alla fine imparerebbero a camminare: ma un esempio di questo genere rende comunque paurosi e di solito distoglie la gente da ogni ulteriore tentativo. È dunque difficile per ogni singolo uomo districarsi dalla minorità che per lui è diventata pressoché una seconda natura. E’ giunto perfino ad amarla, e attualmente è davvero incapace di servirsi del suo proprio intelletto, non essendogli mai stato consentito di metterlo alla prova.

Insomma, mi pare che abbia perfettamente ragione Giorgio Ruffolo quando individua (Repubblica, 4 marzo) in populismo e privatismo le caratteristiche principali della destra italiana (e forse europea).

In questa crisi del berlusconismo, di cui nessuno può predire l’esito, emergono le due componenti fondamentali del suo successo: il privatismo e il populismo. Per privatismo intendo la forma più rozza del liberalismo. Quello pone al centro dell’ azione politica la libertà dell’ individuo: quindi, certamente, i suoi interessi personali; ma anche le sue responsabilità sociali. L’individuo è anche un cittadino. Nel privatismo è esaltata la sua separatezza ed esaltata la sua compiacenza. La società è sostanzialmente negata (vedi la famosa sentenza della signora Thatcher: la società non esiste) o piuttosto, è intesa come un pulviscolo di granelli privati, i quali sono facilmente coinvolti da emozioni collettive (il gioco, il calcio, lo spettacolo) e attratti da personalità autoritarie. E qui il privatismo si rovescia in populismo fanatico. Questo collettivismo ludico si sposa perfettamente con la diseguaglianza: che anzi, lo sprona. Grande parte della fortuna del berlusconismo sta nell’ ammirazione del successo e nella forza dell’ invidia sociale. Di qui i suoi riferimenti politici: non le aristocrazie o i poteri forti delle borghesie, considerati con antipatia plebea, ma i nuovi poteri della finanza, dell’ industria mediatica, dell’ industria edonistica (moda e viaggi, feste e festini); non i valori storici dell’ unità nazionale, ma quelli localistici del campanilismo. Inoltre, queste passioni mondane si combinano perfettamente anche con la reverenza verso le istituzioni religiose. Prova ne sia la benevolente indulgenza di queste alle scappatelle di massa. Naturalmente, il berlusconismo si combina perfettamente con i “liberali” benpensanti, che in Italia hanno sempre svolto un ruolo di copertura moderata della destra violenta. Infine, il berlusconismo si combina anche con i residui del vecchio marxismo stalinista. Suoi eredi più o meno illustri, orfani di quelle obbedienze, trovano nella nuova devozione gioia e conforto al loro disperato bisogno di papi.

Per introdurre una nota di ottimismo, sulla base del vichiano Sembrano traversie e sono opportunità (se lo citava Vittorio Foa quando era in carcere, non vedo perché non possiamo farlo noi) credo che dovremmo fare riferimento alle recenti rivolte (non ancora rivoluzioni…) del mondo arabo.
Come è stato notato, esse sono avvenute in società che sono meno libere, più povere e meno istruite delle nostre.
Ora, non credo che le prime due situazioni dureranno a lungo, se insistiamo con l’oligopolio mediatico e con la distruzione del risparmio accumulato dai nostri padri. Ancora una volta, i liberisti di casa nostra sembrano sottovalutare il fatto che esiste (e sempre più esisterà) un problema di libertà dal bisogno e che quindi il XXI secolo si apre (come il XX) con una questione di ridefinizione dello stato sociale. O, meglio, lo sanno benissimo e tentano di imporre una loro risposta, ai danni degli individui e della collettività e in termini unicamente di ristrutturazione del deficit pubblico, non di programmazione delle risorse e selezione del credito per investimenti in ricerca, cultura, istruzione, cohousing, energie alternative (insomma, il case-scuole-ospedali su cui si è basato il compromesso sociale che ha consentito al mondo occidentale trent’anni di sviluppo).
Qui interviene, nel campo dell’istruzione e della cultura, che ci è proprio, la lezione del mondo arabo: utilizzare gli strumenti moderni della comunicazione, fare rete, valorizzare il ruolo delle donne.
Cedo a questo punto, in conclusione, la parola a Francesco Somaini, nella risposta che ha dato al questionario proposto dalla Casa della Cultura.

2. RISPOSTA: Parlando di rapporti tra politica e cultura, io credo che ci si dovrebbe innanzitutto liberare da qualunque impostazione del problema che possa richiamarsi all’idea dell’intellettuale “al servizio del principe”.
Non è questa infatti la strada che si deve a mio avviso immaginare per recuperare un nesso più stringente tra elaborazione culturale e vita politica. Non dobbiamo cioè sperare che politici illuminati sappiano mettersi in rapporto di proficua interazione con intellettuali in grado di fornire loro illuminanti chiavi di lettura con cui proporsi al governo della società. No. Né credo sarebbe opportuno pensare che gli intellettuali debbano tornare a pensare se stessi con questa sorta di funzione ancillare. Nessun rimpianto insomma per l’epoca degli “intellettuali organici”.
Penso che si dovrebbe fare piuttosto lo sforzo di fondare su nuove basi la partecipazione politica.
I vecchi partiti di massa novecenteschi erano costruiti sulla base di una concezione sostanzialmente élitaria della politica. C’erano le masse, sì. Ma alla loro guida c’erano comunque delle avanguardie particolarmente determinate, fiancheggiate da intellettuali. Oggi, secondo me, quest’idea sostanzialmente pedagogica della politica non tiene più. Le democrazie oggi sono sufficientemente mature perchè i cittadini possano pensare di agire in prima persona, senza bisogno di essere guidati da chi ne sa più di loro. La politica si deve allora reinventare, per scaturire direttamente dal basso, dall’azione di cittadini consapevoli.
Negli ultimi anni, soprattutto, in Italia, la politica sembra avere avvertito queste trasformazioni come una minaccia. Si sono infatti accentuate le manifestazioni di chiusura della politica su se stessa e si sono viste delle forme sempre più vistose di arroccamento e di serrata. Le attuali leggi elettorali per la Camera e per il Senato, cui Giovanni Sartori ha attribuito il significativo nome di “Porcellum”, hanno ad esempio formalizzato in modo compiuto un meccanismo di cooptazione, per cui si accede di fatto al Parlamento solo attraverso questo. I cittadini votano sì i partiti e le coalizioni, ma gli eletti sono predeterminati dai capi dei partiti, con il meccanismo delle liste bloccate.
E’ stata la Destra ad imprimere questa oscena degenerazione, ma è bene ricordare che il “Porcellum” trasse in realtà ispirazione dalla nuova legge elettorale regionale della “rossa” Toscana, ove la solida maggioranza di Centro-Sinistra si è ben guardata dal ritenere di dovervi apportare delle modifiche.
Questo ci dice che la tendenza della politica a chiudersi su se stessa è in realtà la politica nel suo insieme, e va al di là di questo o quello schieramento.
Ma questa concezione della democrazia è una concezione malata.
I cittadini si mobilitino dunque per conquistare gli spazi che sono loro negati dalla politica. Si organizzino per spezzare i meccanismi sostanzialmente castali che presiedono alla selezione del personale politico. Si impongano nel pretendere di incidere nei meccanismi di individuazione dei gruppi dirigenti dei partiti e di contare nella scelta dei candidati alle cariche elettive.
Solo così si potranno far rinascere partiti davvero vitali. Solo così la democrazia potrà riprendere slancio. E io confido che a quel punto anche la circolazione di idee intelligenti nella vita politica, così come la riattivazione di un circolo virtuoso tra proposta politica ed elaborazione culturale, finirebbe per rimettersi in moto da sé.