Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012
16 MARZO 2011
Giuliano Pisapia
Sono molto contento di essere qui, ma mi scuso perchè fra dieci minuti dovrò essere in un’altra parte della città a parlare con cento scodellatrici: candidarsi a governare vuol dire misurarsi con la città della cultura e con le mille questioni della vita quotidiana.
E questo comporta la fatica ma anche la fecondità del confronto: intanto ascoltare, più che parlare. Ascoltare le voci diverse, anche quelle di chi la pensa differentemente da noi, perché da ogni parte può venire qualcosa di utile che noi dobbiamo avere la disponibilità e la forza di recepire e – quando invece le criticassimo – con il coraggio di compiere scelte di cui assumersi la responsabilità.
Il secondo aspetto riguarda come scegliere: anche qui occorre una forte innovazione, perché non siamo particolarmente portati a sperimentare, verificare i risultati e poi – se i risultati non sono quelli attesi – fermarsi, riflettere, tornare a confrontarsi e se necessario fare anche marcia indietro.
Il terzo elemento che vorrei sottolineare è la capacità di comunicare.
Vedete, credo che queste tre cose siano la più efficace traduzione di “cultura”: discussione, scelta, comunicazione.
Trent’anni fa è mancata una persona che ha dato tanto alla cultura italiana, una persona che molti di noi hanno conosciuto e che ha mostrato come insegnare, imparare, recepire la cultura. Paolo Grassi, che insieme a Strehler ha fondato il Piccolo Teatro, è stato un maestro, per la capacità di rendere materiale un concetto di cultura come diffusione contemporaneamente dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto. E’ questo che mi propongo di realizzare a Milano nel prossimo futuro, dal prossimo maggio, un circuito virtuoso e non interrotto. Se tutti insieme lavoreremo per questo, allora potrà accadere nuovamente che la cultura, oggi difesa da importanti luci accese – collocate però nel centro della città – abbia un nuovo impulso, torni ad essere la capacità tutta nostra, tutta milanese, di fare e di creare cultura diffusa.
In questi mesi io ho ascoltato molto, ho girato molto. È da giugno che mi sposto per la la città, che mi confronto con i collettivi, con le piccole realtà teatrali, le mille realtà musicali, con quanti organizzano dibattiti nelle periferie e nei quartiere: continuo a vedere richiesta e volontà di dare e ricevere cultura. Questo possiamo e dobbiamo fare perché solo così noi riusciremo a diffondere quegli atteggiamenti, quei modi di relazione, che potranno aprire una stagione nuova.
Siamo ancora troppo segnati da scorie del passato, come se fosse ancora epoca di egemonie culturali di partito. Oggi deve affermarsi la cultura del pluralismo dei soggetti, dalla cultura di genere a quella dei giovani, ma in generale la cultura di esperienze, di provenienze, di capacità, di personalità e, soprattutto, di storie diverse che si intersecano, che operano insieme e che insieme fanno un passo avanti. E anche alla Casa della Cultura, solo qualche anno fa, si sarebbe potuto svolgere l’appassionante e belissimo incontro di San Precario?
Io a questo credo moltissimo. Purtroppo stiamo facendo i conti con una frase sciagurata, quella per cui “con la cultura non si mangia”: ma come si fa a non vedere che da un lato si può anche “mangiare” perché ci sono consistenti processi di produzione di ricchezza materiale, ma dall’altro di cultura ci si abbevera, diventando più ricchi da tutti i punti di vista.
Alla Casa della Cultura dico: buon compleanno. Cento, e altri cento di questi anni. La Casa della Cultura è stata un punto di riferimento importante. Possiamo dire che negli utlimi anni è rinata? Solo qualche anno fa, abbiamo partecipato tutti a dibattiti e convegni con venti, trenta persone ma adesso continuiamo a vedere presenze decisamente numerose, profusione di idee, volontà di esprimersi, di dire, di parlare, di ascoltare. Questa è una ricchezza che non possiamo più sprecare.
Se ci sono questi movimenti profondi, questi spostamenti nelle abitudini, se c’è questo contributo originale a far uscire Milano dal guscio, con le persone che ne sono protagoniste, possiamo pensare davvero che è possibile uscire dal fortino in cui ci hanno messo troppi anni di dis-cultura della Lega, che lascia segni profondi di egemonia a Milano – anche se con percentuali elettorali inferiori – in Lombardia e adesso addirittura in Emilia Romagna. Su questo dobbiamo lavorare molto, confrontarci con saggezza, anche con umiltà, ma sapendo che sicuramente quella è la cultura che noi vogliamo sconfiggere perché non solo non ha nulla da insegnare al Paese ma è in contrasto con i principi fondanti, con i valori di una cultura di progresso.
Un’ultima considerazione. Noi dobbiamo ricordare – inanzitutto a noi stessi – che Milano non è sempre stata governata dal centrodestra, ha avuto assessori alla cultura e sindaci che si sono mobilitati per dare una risposta sia alla sete di cultura che alla fame di case. Ho alcuni dati, che riprendo dagli appunti per una lezione che ho fatto qui a dicembre, quando sono venuto come docente per la bellissima scuola di politica che è ormai quasi alla fine del ciclo. In quella occasione, Ferruccio Capelli mi ha detto: “Ma tu stai anticipando cose di cui dovrai parlare quando affronteremo e festeggeremo il 65° anno della Casa della Cultura”. Ebbene, pensate come è oggi Milano: un disastro, da tutti i punti di vista. Eppure, nei primi anni ‘60 a Milano in un anno, in un anno solo!, sono state costruite e aperte 43 scuole, proprio quelle scuole Civiche che adesso si stanno annullando e azzerando. Tra il ’62 e il ’65 sono stati costruiti a Milano 34.000 alloggi popolari. È stato inaugurato l’Ortomercato, e sono stati costruiti 12 Mercati rionali, quelli che proprio in questi giorni stanno privatizzando e chiudendo. E sono state aperte anche 40 farmacie al di fuori della Cerchia dei Navigli, perché allora nella periferia le farmacie erano solo private. Ecco, quello l’hanno fatto sindaci e giunte di centrosinistra. Noi dobbiamo dire che quei sindaci insieme hanno dato anche una risposta ai bisogni materiali e di cultura. Noi possiamo, dobbiamo, vogliamo non ritornare a quel mondo, ma imparare da quel mondo per guardare verso il futuro. E questo futuro sarà il nostro presente dal 29 maggio, se voi lo vorrete.