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Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

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Home > 65° Casa della Cultura > 16 marzo 2011: Padre Giacomo Costa

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16 marzo 2011: Padre Giacomo Costa

16 marzo 2011
L’intervento di Padre Giacomo COSTA

Grazie di questo invito a festeggiare insieme. Penso che, oltre a ringraziare Ferruccio, bisogna anche rallegrarsi profondamente oggi per il fatto che esista la Casa della Cultura a Milano, in un tempo in cui, parlando di cultura, non si riesce a pensare altro che tagli. Il fatto che questa Istituzione continui e sia vivace, è veramente molto importante non soltanto per chi è qui presente, ma per tutta la città.
Per prepararmi a questo intervento sono andato sul sito della Casa della Cultura, dove vengono presentate la storia e le linee dell’Istituzione. E ho pensato: «In un certo senso potrei tagliare la parte del programma e metterla quasi direttamente sul sito della Fondazione San Fedele». Chi l’avrebbe mai detto? Sicuramente nessuno 45 anni fa… Eccovi alcuni punti che potremmo sottoscrivere pienamente: «Essere un centro del dibattito pubblico della città, che promuove un dibattito ragionato, pacato, approfondito. Un punto essenziale e fondamentale — si dice — per far crescere una nuova generazione di intellettuali». Poi l’attenzione ai giovani e al gusto, che tra l’altro è una parola che è profondamente radicata nella tradizione della spiritualità dei Gesuiti.
Ho ritrovato anche il desiderio di tornare a ragionare di cultura e politica, ma non con la nostalgia dei tempi in cui le due erano strettamente legate tra loro all’interno dei partiti. E quindi essere consapevoli che per tornare a essere protagonisti nella polis, nell’associazionismo, nel mondo professionale serve questo lavoro culturale. Sono veramente convinto non soltanto — lo dico anche dal punto di vista della Chiesa — che ormai si è irrilevanti nella società se non si è in grado di fornire una valida e stimolante elaborazione culturale, cosa che è in certa misura il punto debole di tante forze democratiche, riformistiche. Per questo proporre un lavoro capace di fornire nuove idee, di fornire dei modi di leggere e di attivarsi in una società è fondamentale. E così i Centri come i nostri sono essenziali, più ancora di prima. Nel programma della Casa ho trovato poi espressioni magari più «connotate», formulate in un linguaggio che sento meno mio, ma che se comprese in profondità sono ugualmente sottoscrivibili. Si dice: «sviluppare un pensiero critico verso classi dominanti e anche verso il proprio mondo di appartenenza». Questa è di nuovo una cosa che avverto in maniera molto forte: la capacità di porsi come forza critica, di aiutare a riflettere; e questo non soltanto rispetto a realtà a cui si dissente in maniera netta, ma stimolando e pungolando il proprio mondo da cui proveniamo. Non soltanto il mondo che ha seguito la fine del partito comunista, ma anche la situazione ecclesiale di oggi richiedono questa capacità di essere una forza critica che non si adagia in quella che è la linea comune, in quella che sembra essere una linea maggioritaria.
In breve: ho trovato una sintonia, una forte consonanza nell’orizzonte programmatico (nella mission, si direbbe oggi) delle nostre Istituzioni. In questo senso voglio cogliere l’occasione per farvi conoscere di più quello che facciamo a San Fedele (e «come» lo facciamo) e anche quello che non facciamo, e che rimane una sfida da raccogliere. Spero che sentire reciproche consonanze permetta di trovare dei canali per lavorare meglio insieme al servizio di questa città.

1. Cosa facciamo e come?
Per il “cosa”, non so quanti conoscano il San Fedele in tutti i suoi aspetti più diversi. Il Centro tiene assieme attività editoriali come le riviste “Aggiornamenti sociali”, e “Popoli”, rivista internazionale di cultura, giustizia, e dialogo interreligioso — attività meno visibili all’interno delle sue mura — con altre attività quali quelle del Centro Culturale propriamente detto. Il Centro Culturale presenta tre settori:
- «Arte e linguaggi», con i tradizionali cineforum, ma anche concerti, mostre d’arte, e con un’attenzione particolare ai giovani artisti, compositori, film maker, proprio al fine di entrare in una cultura;
- «Giustizia e Società» con attività di riflessione socio-politico-economica (è recente ad esempio il convegno su Crisi economica e diritti umani) e di formazione di operatori sociali (il corso ad esempio per operatori con i senza dimora), ma anche attività sociali dirette, grass-root, gestito attraverso associazioni specifiche, quali l’Assistenza sanitaria San Fedele, la Sesta Opera San Fedele che lavora con le carceri, con — tra l’altro — un centro di ascolto per familiari di carcerati o per quelli che sono appena usciti dal carcere e il Centro giovani coppie San Fedele, che propone counseling e conferenze appunto per giovani coppie. Questa articolazione tra riflessione e azione sociale è per noi importante: vogliamo che il nostro pensiero tenga i piedi ben radicati nella realtà. Implicarsi, «sporcarsi le mani» è importantissimo per riflettere, se no i due piani si scollano. Non crediamo in una riflessione sociale puramente fatta a tavolino.
- «Spiritualità», forse più propriamente nostro, con occasioni di dialogo ecumenico, interreligioso, di formazione spirituale, e gruppi di giovani studenti e professionisti.

Non è però importante fare una lista di attività, una lista, tra l’altro, molto eterogenea (potete guardare il sito www.sanfedele.net). È il «come» queste cose sono fatte ad essere significativo. Il come è pure l’elemento «unificante». In altre parole, lo «stile» è uno degli elementi essenziali del modo di proporsi oggi. Lo stile è già un contenuto. Ma non si possono dire delle cose, non si possono sostenere delle posizioni riformiste, democratiche ecc., se in un certo senso non le si vive al proprio interno. E se il modo di portare avanti un’attività non riflette quello che si va affermando o elaborando. E quindi tre verbi.
a) Partecipare. È importante per noi partecipare ai processi di elaborazione della cultura, essere un luogo di elaborazione di proposte che stimolino i diversi mondi in cui siamo immersi (politica, arte, sociale, terzo settore, Chiesa…) Quindi non tanto «sfornare» prodotti accademici o fare attività di divulgazione, ma offrire elaborazioni o esserne committenti (sotto varie forme: rivista, conferenze, opere d’arte), coinvolgendo persone con diverse capacità, orizzonti, e prospettive.
Un esempio interessante a proposito è il Premio San Fedele, che intende avvicinare i giovani artisti, registi e musicisti alla cultura e alla pratica artistica contemporanea; avviarli a un consapevole percorso umano e professionale; favorirne l’incontro con professionisti; maturare attraverso l’arte dei giovani un confronto su temi di valore umano, culturale e spirituale. Con un’attenzione alla giustizia che si trasforma in cultura, in capacità di esprimere, anche simbolicamente, delle cose dal punto di vista artistico.
b) Discernere. Forse la parola è più familiare negli ambienti ecclesiastici. Si tratta di cercare la strada da percorrere sulla base di un ascolto costruttivo. Non sapere subito chi sono i buoni e i cattivi, in maniera schierata, condannando o lodando a priori, ma cercare di ascoltare, capire, dire, imparare dall’incontro… Per i nostri Centri questo vuol dire quindi porsi come luogo che permette questo tipo di discernimento: un compito che ci sembra urgente, nell’attuale società pluralista, nella non facile situazione della Chiesa. E che richiede di prendersi la responsabilità di accompagnare chi fa fatica a dialogare.
Questa prospettiva si basa su una visione dell’uomo molto forte: la centralità delle capacità di ciascuno di porsi alla ricerca del bene nel confronto con la propria coscienza, con gli altri, con la società in cui vive. Ognuno possiede questa abilità, sia il professore universitario sia l’ultimo arrivato o colui che è tenuto ai margini. Riteniamo che veramente ciascuno abbia qualcosa da dire e meriti di essere ascoltato.
c) Promuovere la giustizia, ulteriore elemento del nostro stile. Una tensione profondamente radicata nella fede e che porta a privilegiare la prospettiva di chi vive ai margini (non solo socio-economici ma anche culturali, religiosi…). È fondamentale per la costruzione di una società più giusta, riconciliata, capace di affrontare le tensioni che inequivocabilmente si presentano e di fare posto per tutti. Lo abbiamo vissuto in maniera simbolica insieme poco tempo fa’, la serata del concerto emozionate e coinvolgente che ha concluso il ciclo di attività legate alla campagna Dosta! (Basta! in lingua romanì) organizzato con la Casa della Cultura e altre fondazioni culturali milanesi su invito di associazioni Rom.

2. Cosa non facciamo? (le sfide)
Solo due parole — non c’è più molto tempo — su quello che non facciamo, o meglio sulle sfide che pure ci accumunano, come mi è sembrato di sentire nei discorsi che hanno preceduto il mio.
La prima: uscire da una certa autoreferenzialità. Sostanzialmente facciamo le cose per conto nostro. È vero: si fanno progetti insieme, si organizzano attività. E c’è una profonda stima reciproca. Ma in fondo ciascuna delle nostre istituzioni si pone come «centro» della città di Milano. Ciascuno di noi vuol essere il centro del dibattito, il luogo dove ciò è possibile. Bisogna però uscire da questa logica e trovare altri linguaggi anche avvalendosi delle nuove teonologie; trovare modalità di coinvolgere altre persone, in particolare giovani e donne. E soprattutto lavorare insieme, abbattendo le barriere non soltanto a parole.
L’altra sfida è quella di superare un certo «elitismo», per raggiungere e coinvolgere un maggior numero di persone. È vero che c’è bisogno di una riflessione di qualità — cosa che richiede tempo, approfondimento, una disponibilità che non tutti possono avere —. Rischiamo però che il nostro lavoro vada di fatto a toccare una parte molto piccola della società. Un lavoro esigente non è obbligatoriamente un lavoro per pochi. Si tratta di aiutare molti (e sempre più) a resistere al fascino (in)discreto della semplificazione: i tratti più negativi della cultura postmoderna sono stati assorbiti e sono passati nel discorso comune: l’antintellettualismo, la sfiducia nelle grandi narrazioni, la poca preoccupazione per la coerenza, il soddisfare il proprio bisogno di serenità senza preoccuparsi degli altri. E questo alcuni partiti l’hanno saputo sfruttare benissimo per i loro programmi. La sfida è quella di rendere altrettanto popolare la cultura di un noi che includa tutti, capace di pensare un avvenire comune per ogni persona.
Per concludere brevemente: spero sinceramente — come dicevo — che queste consonanze tra i nostri Centri portino frutti e che, insieme, si possa lavorare per una città solidale e aperta. Grazie.