Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012
16 marzo 2011
Intervento di Salvatore Veca
Ricordo che cinque anni fa fui invitato a tenere una relazione non tanto sulla storia della Casa della Cultura -altri la conoscono molto meglio di me– ma, diciamo un po’ ironicamente, sulla filosofia soggiacente alla lunga storia della Casa della Cultura. Allora compiva 60 anni. E quello che era sullo sfondo della mia proposta di narrazione, o di ricostruzione, era un fatto molto semplice: il fatto che la Casa della Cultura come altre istituzioni modellate in riferimento ai partiti ideologici di massa, però in tensione con la dimensione della società e -per usare il vecchio gergo di Tocqueville– con la libera arte di associarsi, presupponeva, e ha presupposto per larga parte della sua storia, che vi fosse un qualche rapporto fra ciò che si usava chiamare politica e ciò che si usava chiamare cultura.
E noi ci troviamo oggi -non dico da cinque anni a oggi, ma di certo oggi- ci troviamo immersi in una lunga fase di cambiamento che ha coinvolto al tempo stesso i due termini, politica e cultura. Ha coinvolto al tempo stesso mutamenti e trasformazioni della politica, degli attori politici, delle politiche dei provvedimenti, della stessa natura e qualità delle democrazie in cui viviamo. E ha coinvolto, simmetricamente, le trasformazioni di ciò che si usava chiamare cultura.
Ora non vorrei fare una relazione, volevo solo fare un brindisi. Volevo fare un brindisi, ricordando che rispetto alle coccarde dei 150 anni dello Stato unitario, la Casa della Cultura ha già più di un terzo della sua storia, a partire dagli anni, così fecondi a Milano, del secondo dopoguerra. E quindi il brindisi consiste in alcune osservazioni impressionistiche.
Ho letto con molto interesse le risposte – sono più di 35 – che sono state date a 3 domande. Una domanda su qual è la natura della politica al tempo del populismo; una domanda che riguarda quale rapporto fra cultura e politica; e una domanda che semplicemente pone il problema di agenda, ovvero il “che fare”. Abbiamo avuto più di 35 risposte, per fortuna molto diverse tra loro, una specie di corteo affascinante di dissonanze, di differenze di genere, differenze di generazione, differenze di esperienze, biografiche, individuali, collettive. Ed è naturale quindi questa ricchezza di risposte.
Ora io vorrei semplicemente commentare tre punti.
Il primo punto: molti e molte hanno dato risposte alle domande intorno alle trasformazioni della politica, alla natura dei populismi, e alcuni hanno saggiamente richiamato la necessità di avere sempre uno sguardo un po’ comparativo. Ci sono cose che hanno caratterizzato la trasformazione delle politiche nella direzione di una qualche forma di populismo, naturalemente molto diversi tra di loro, che non sono solo di casa nostra, ma che hanno contraddistinto altri regimi democratici. Quindi non è una roba solo nostra. Anche la Lega -a cui attribuiamo, con grande generosità, una cultura tribale identitaria con l’invenzione delle tradizioni- anche la Lega non è un fatto solo di casa nostra. Sostanzialmente dall’inizio degli anni Novanta in presenza del collasso dell’equilibrio geopolitico mondiale cominciano a costruirsi queste politiche subnazionali. Alla fine della Seconda guerra fredda, diciamo. Quello che però è italiano, non è tanto il populismo –perché ce lo troviamo tra i piedi un po’ ovunque, in forme anche molto diverse– quello che è nostro è l’orrendo, esecrabile, inaccettabile conflitto di interessi dell’attuale presidente del Consiglio. Questa è l’unica cosa che distingue la nostra democrazia e rende vergognosi, o vergognose, noi di essere italiani o italiane. Questo è il primo punto, per dirla molto semplicemente. Quindi è chiaro quanto sono profondi i processi di personalizzazione della politica, processi di trasformazione dei partiti politici nella loro fase di décalage, di rendimenti decrescenti rispetto ai tipi di rappresentanza di una società diversa. Sono le società che cambiano, è il cambiamento sociale che trasforma, pone sotto pressione, pone domande cui la politica e le istituzioni devono rispondere. Queste cose sono importanti, dobbiamo analizzarle, le abbiamo analizzate, si studiano, eccetera. Ma quello che resta qui da noi, ripeto, è il virus che ha inquinato il sistema politico italiano, che ha eroso la lealtà alle istituzioni, che ha reso vacillanti le istituzioni (e per fortuna che Giorgio c’è! Perché ormai è il Quirinale che tiene insieme!). È il senso delle istituzioni che è venuto meno e ha generato questo collasso di legittimità delle istituzioni stesse.. E quando un Paese fa macerie del proprio passato, e non sa pensare la propria storia, cercando di selezionarne almeno il meglio, è un Paese che prepara macerie per il proprio futuro: non ci son santi!
Il secondo punto è questo: il modello politica/cultura -per dirla proprio in un brindisi e non in una relazione accademica- presuppone alcune condizioni. Presuppone intanto che vi sia, come accennava anche Ferruccio, il principe. Nel senso che presuppone nella nostra storia la vigenza, l’esistenza durevole nel tempo di una organizzazione politica che chiamiamo partito, un partito a largo insediamento sociale, in genere generante ideologie, identità per i propri e al tempo stesso svolgente alcune funzioni: selezione del personale di governo; distinzione programmatica rispetto agli altri partiti; e generazione, come si dice in gergo, di fonti, di beni di appartenenza per coloro che vi si identificano. Se c’è un partito di questo genere allora c’è un certo rapporto tra politica e cultura, cioè tra il principe e coloro che danno consigli al principe o consigli al principe perché li dia al popolo. Cioè il rapporto tra elaborazione culturale, lavoro intellettuale e elaborazione di linea politica e comando politico è caratterizzato stabilmente in questo quadro. Questo quadro ha delle virtù e dei vizi. Ha delle virtù e dei vizi nel senso che questo quadro consente che permanga una relazione fra l’elaborazione di idee e la definizione di linee, di scelte, di provvedimenti: si tratta di una ricchezza potenziale. Questo è emerso in alcune delle risposte e l’ho trovato molto penetrante. La ricchezza potenziale dell’elaborazione teorica viene vincolata dal riferimento al principe. E allora i cambiamenti che sono intervenuti in questo rapporto non dovrebbero, nella mia idea, essere letti soltanto come esperienze di perdita o esperienze di dissipazione generanti nostalgia, come ironicamente ha osservato una nostra risponditrice. Ma dovrebbero anche essere colti, come si usa dire, non solo come traversie ma anche come opportunità. Come opportunità perché il primo gesto del fare teoria, dell’avere idee, del produrre idee – in qualsivoglia campo – è un gesto di autonomia, è un gesto di libertà e di responsabilità individuale per ricostruire legami sociali. Questo mi sembra il secondo punto importante. La Casa della Cultura è stata teatro (non nel senso del talk show), ma è stata lo spazio pubblico in cui questi confronti di idee e queste tensioni sono state presenti: questo è uno dei meriti che vanno ascritti alla direzione della Casa della Cultura. Ho visto prima la mia vecchia amica Daniela Benelli, che ha diretto per anni la Casa della Cultura e mi fa molto piacere averla vista e -visto che faccio un brindisi- posso fare i più vivi complimenti a Ferruccio Capelli per il lavoro eroico che ha svolto in tempi così difficili.
Ora, il terzo punto è il seguente: alla terza domanda, che poi voleva dire “bè, voi ragazzi, che cosa ci suggerite di fare? Cosa mettereste nella vostra e-mail per la Casa della Cultura perché compia, non so, 105 anni? Quello che è emerso (lo accennava Ferruccio), e che a me interessava, è esattamente questo: l’idea della agorà, l’idea di una istituzione che tuteli, presidi uno spazio pubblico per il confronto delle idee. Ma per il confronto delle idee di chi? Ecco, questo è un punto importante. Molto spesso noi parliamo, noi rivolgiamo atti di comunicazione a coloro che non sono da convertire, perché sono già convertiti. Noi abbiamo in mente una comunità relativamente omogenea e – come qualcuno ha scritto – in genere un po’ âgé. Io sono un nonno, vedo molti colleghi, tanti vecchi amici e amiche, eccetera. Ma insomma questo qualcosa vuol dire. Noi abbiamo bene o male sempre in mente, là nel retrobottega della testa, questa idea che ci sono luoghi per la produzione di idee, che c’è un singolo luogo che le autorizza e poi queste si diffondono in corso d’opera nella educazione della cittadinanza democratica o della cittadinanza riflessiva o della cittadinanza attiva e partecipante. Allora dico che non dovremmo pensare così. Cioè non dovremmo prendere sul serio tipi come me. Bisognerebbe chiedere, a tipi come me, di ascoltare, non di parlare soltanto. Questo è il punto che vorrei consegnare alla conclusione del mio brindisi. Io qui ho parlato moltissimo, e ho ascoltato anche molti parolai come me (come dice mia nipote Camilla): io dovrei essere tenuto a prendere sul serio l’ascolto di altri e di altre. Ascoltare. Cioè questa idea mi è venuta leggendo le 35 e passa risposte: ascoltare voci quindi vuol dire abilitare voci a essere ascoltate. Ascoltare costa; far sentire la propria voce a volte ha costi; i costi possono essere molto diversi; la simmetria nei costi del far sentire la propria voce è un grande problema di giustizia sociale. Allora questa istituzione (perché io penso la Casa della Cultura come istituzione: è questo che si guadagna nella durata, per questo celebriamo i 65 anni!) dovrebbe essere capace di fare in modo che nuove voci in qualche modo interagiscano e nominino i problemi di tutti, o i problemi di chiunque. Una delle grandi e importantissime funzioni di uno spazio così, che dovrebbe essere a favore dell’idea di giustizia fra le persone, è quella che i bisogni, le aspirazioni, le aspettative possano essere nominate dalle donne e dagli uomini che vivono quelle vite lì, affette da deficit derivanti da istituzioni o da mancate scelte o da cattive politiche. E allora sarebbe importante se la Casa della Cultura, con la sua storia alle spalle, e con il suo impegno secondo me semplicemente alla serietà, fosse impegnata in questa operazione, nell’invito a che le voci, nuove voci, voci di altre generazioni portino qui, nominino qui i problemi, i dilemmi, le aspettative, le speranze, il medio-lungo periodo, la voglia di futuro.
Noi viviamo in un presente congelato, sembra sia vietato avere idea di futuro. Su un muro c’era scritto: “Il futuro non è più quello di una volta”. Il futuro non è più quello di una volta è una cosa molto grave. E se devo concludere, guardando il mio amico Giuliano Pisapia e ringraziandolo per il suo eroico lavoro, io voglio sperare che a maggio si possa ricominciare a rendere più lunga l’ombra del futuro sul presente in questa città cui la Casa della Cultura come luogo, esito della libera arte di associarsi, ha dato preziosi contributi.