Paolo Pileri  
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LAUDATO SI': UNA SFIDA (ANCHE) PER L'URBANISTICA


Un commento all'ultima enciclica di Papa Francesco



Paolo Pileri


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È inutile, rassegnamoci: la pubblicazione di gran lunga più incisiva, rivoluzionaria, netta, partigiana che si è occupata della questione ambientale nel 2015 è l'enciclica Laudato si' di Papa Francesco. Una sciabolata al pensiero postmoderno, pervicacemente attaccato alla logica del consumo e astutamente camuffato sotto nuove e affascinanti vesti che vanno sotto il nome, ad esempio, di nuove tecnologie con le loro mirabolanti promesse. In quelle pagine si elencano, argomentandoli, i fallimenti del pensiero post moderno schiantato proprio contro la questione ambientale. Sin dalle prime righe si capisce subito che Laudato si' non è solo un'enciclica, ma un manifesto culturale della cui portata credo stia sfuggendo qualcosa. Laudato si' interroga severamente il nostro tempo usando la natura per smascherare inadeguatezze, eccessi, egoismi e disuguaglianze. Lo fa senza cascare nelle ingenuità di questi tempi. Davanti a concetti passpartout come 'uso sostenibile delle risorse' l'enciclica mostra tutta la sua accortezza, anteponendo a quel concetto la necessaria 'considerazione sulla capacità di rigenerazione di ogni ecosistema nei suoi diversi settori e aspetti' (n. 140). Insomma, la sostenibilità, è qualcosa che è seria solo un attimo dopo aver fatto di conto sulla precarietà delle risorse. Tutto questo è perfettamente centrato per una risorsa come il suolo, non rinnovabile, scarsa e fragile. Se per rigenerare 2,5 cm. di suolo occorrono 500 anni, capite bene che non la nostra idea profana di sostenibilità si frantuma per far posto ad una responsabile sostenibilità. Cambia la musica e l'ordine degli addendi si inverte, cambiando il risultato. D'altronde, e non credo proprio sia un caso, il suolo è la prima risorsa nominata (pt. 2). La prima, non la seconda, non la terza. Un segno che mi piace interpretare come una precisa e voluta attenzione alla risorsa meno protetta al mondo e la più vulnerabile al tempo stesso. Quella che da sola fornisce il 95% del cibo, e senza suolo fertile non c'è futuro per nessuno. Senza rispetto del suolo si generano solo disuguaglianze e povertà e si ruba il futuro a interi popoli. E se qualcuno provasse a insinuare che alla scarsità di suolo risponde prontamente il rimedio tecnologico suggerendo, magari, che il cibo si può produrre senza suolo, l'enciclica non rinuncia nella pratica di quella 'onestà di mettere in dubbio modelli di sviluppo, produzione e consumo' (n. 106) tipici del nostro tempo. I problemi che abbiamo davanti non possono risolversi affatto con il gettarsi tra le braccia della tecnologia e pensare così di aver trovato la quadra e magari pure l'uscita dalla crisi. 'La tecnologia che, legata alla finanza, pretende di essere l'unica soluzione dei problemi, di fatto non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose, e per questo a volte risolve un problema creandone altri' (pt. 20). L'enciclica è tutto un ribaltamento e uno scossone per strapparci dal rischio di nuove illusioni e dall'apatia con cui aderiamo ad un pensiero unico che ha vietato ogni critica. Nessuno dice che la tecnologia non vada usata, ma solo che non può restringere l'orizzonte della questione umana e neppure che è salvifica 'a prescindere' visto che può creare nuove disuguaglianze e non risolvere affatto il nostro atteggiamento egoistico verso la natura. Non si smette di essere rapinatori anteponendo la parolina magica smart a city, a phone, a grid. Non basta un EXPO per emancipare un paese dalla disuguaglianza e neppure per non vederlo franare alla prima pioggia. Tutto ciò può rivelarsi solo una triste illusione per la nostra coscienza che si è abituata a proteggere l'egoismo da cui dipende. La grande metropoli super tecnologica è sicuramente seduttiva, ma l'enciclica non ci casca perché sa che nessun progetto di città e territorio funziona se ci rende più estranei e spaesati con ciò che c'è attorno a noi (pt. 151). E quell'intorno è fatto di paesaggio naturale, agrario e culturale. La nostra identità (chi noi siamo) si misura attraverso la relazione che teniamo con le risorse naturali, con il paesaggio, con gli spazi pubblici. Non c'è tecnologia che tenga se nel frattempo evapora nel progetto urbano la consapevolezza che noi siamo cittadini proprio perché connessi ad un certo paesaggio di cui ci occupiamo, che frequentiamo. L'intreccio tra paesaggio e cittadinanza, peraltro già grande intuizione laica della nostra Costituzione (art. 9), diviene per l'enciclica un vero e proprio punto dirimente del progetto sociale e una sorta di pedagogia per opporsi alle derive che hanno degradato l'ambiente. E il colpevole non tarda ad affiorare tra le pagine di Laudato si'. Si tratta di quella 'cultura consumistica, che dà priorità al breve termine e all'interesse privato, [e che così] può favorire pratiche troppo rapide o consentire l'occultamento dell'informazione' (pt. 184). Informazione di cui abbiamo bisogno come il pane, per capire come stanno le cose e liberarci da ogni condizionamento. Occultamento e segmentazione delle conoscenze uccidono il pensiero critico che è il mezzo più genuino per farci un'idea laica di ciò che ci viene proposto e di come va veramente il mondo che abbiamo attorno. Compreso lo stato del suolo.

Anzi, il rispetto del suolo è il banco di prova del nostro stare al mondo, della nostra capacità di governo, tanto nel piccolo, quanto nel grande. Continuare a consumare suolo (ricordo la stima del rapporto ISPRA 2015: 5 m2/sec. in Italia) per costruire città all'infinito non significa solo aver smarrito il senso profondo del nostro rapporto con la natura, uscendo quindi da una dimensione ecologica per entrare in quella economica basata sulla massimizzazione del profitto individualistico, né solo rinunciare ai servizi e benefici che il suolo produce, ma significa anche perpetuare fino allo sfinimento un'idea di città indipendentemente dalla sua idoneità come luogo per vivere: 'Non si addice ad abitanti di questo pianeta vivere sempre più sommersi da cemento, asfalto, vetro e metalli, privati del contatto fisico con la natura' (pt. 44).

Le ragioni per le quali la nostra società, nonostante gli avvertimenti, le ripetute dimostrazioni di fragilità degli ecosistemi, le decine e decine di rapporti sul suolo minacciato, gli allarmi sull'esaurimento delle risorse, la minaccia dei cambiamenti climatici, le prove della connessione tra salute e inquinamento decida di continuare a rinnegare una risorsa come il suolo (è una risorsa negata in Italia come in Europa dove non si è capaci di darsi una direttiva, cosa per la quale people4soil sta animando una enorme campagna di sensibilizzazione) richiedono un'analisi più approfondita di quel che stiamo facendo. Il funzionamento della società, come i suoi principi ordinativi, si stanno rivelando inadeguati e questa crisi, socio+ambientale (e non solo sociale né solo ambientale), altro non è che l'inizio di una nuova stagione in cui, se non lo abbiamo ancora capito, occorre perentoriamente cambiare i nostri schemi di gioco e i nostri riferimenti facendo spazio a una consapevolezza del limite che non vogliamo ancora accettare e continuiamo a ricacciare in fondo alla lista delle cose di cui occuparci, sbagliando.

In questa nuova stagione non c'è spazio per rigurgitare i modelli di ieri vestendoli di verde, ma occorrono prese di posizione nette. Non serve una legge che strizzi l'occhio alla tutela del suolo, ma rimandandone la attuazione a trenta mesi. Non serve una norma che scambi la tutela dei suoli con lo spostamento dei cosiddetti diritti edificatori da un posto all'altro. Né serve una norma che si periti di elencare le deroghe al consumo di suolo e decida mollemente di adeguarsi al dispositivo europeo che prevede lo stop del consumo di suolo al 2050, perché aspettare 35 anni per fermare questa macchina lanciata a tutta velocità è assurdo e da irresponsabili. Occorre agire subito e in modo netto. Occorre una rivoluzione culturale, come si dice nell'enciclica. Non una rivoluzione culturale qualsiasi, ma coraggiosa (n. 114) in cui rimettere le cose al loro posto a partire dal fatto che le ragioni tecniche, le mediazioni politiche, le ragioni di chi vuole ancora sfruttare le risorse per produrre beni a proprio ed esclusivo vantaggio tornino a obbedire alla realtà naturale con i suoi principi naturali, e non viceversa. Se i nostri piani urbanistici sono imbottiti di cemento (e lo sono) o se la segmentazione delle funzioni amministrative ha prodotto dei mostri in fatto di gestione coordinata del territorio o se la nostra cultura per il suolo è debolissima, tutto ciò non può essere motivo per arrendersi o disegnare provvedimenti blandi o attuabili in là nel tempo, ma per prendere velocemente consapevolezza del grande lavoro che ci attende e dello strappo necessario che occorre fare subito a partire dalla resistenza che va esercitata verso l''avanzare del paradigma tecnocratico' (n. 111). È evidente che la politica ha la responsabilità di trasformare questa deriva in un nuovo corso, ma tutti noi abbiamo il dovere di fornire le ragioni e gli strumenti perché ciò si attui e dobbiamo sorvegliare incessantemente per vedere attuato quel disegno di tutela delle risorse ambientali che è assieme tutela della uguaglianza sociale e di una idea più umana di società.

Ma voglio concludere su un punto nevralgico della Laudato si' che è dirimente per quanto stiamo dicendo. Una visione ecologica non è proponibile se dissociata da una riflessione antropologica, altrimenti anche la nostra riflessione sulla tutela dei suoli diviene un esercizio disgiunto da un progetto sociale e non vogliamo questo. Anzi vogliamo proprio il contrario, vogliamo che si rinnovi la consapevolezza che la realizzazione sociale avviene pienamente nell'atto di rispetto dell'ambiente, il che vuol dire rinunciare alla logica del consumo e a quella di porsi al di sopra della natura (come Hans Jonas sosteneva), come pure rifiutare l'economia del profitto come campo esclusivo delle relazioni sociali. Per questo dobbiamo sforzarci, e mi trovo d'accordo con la Laudato si', sia di immaginare una impostazione ecologica in cui sia integrato il valore del lavoro (perché il lavoro ci rende liberi e dignitosi) ovvero in cui riusciamo a produrre nuovo lavoro attraverso progetti che rispettano l'ambiente e non che lo sfruttano (in opposizione al pensiero comune secondo il quale con la cultura e l'ambiente né si lavora né si mangia), sia un programma pedagogico che rimetta le basi culturali perché tutto ciò avvenga e perduri. Come ho già detto, non abbiamo solo bisogno di leggi che tutelino i suoli, ma anche di un vero e proprio progetto culturale, una pedagogia del suolo, che sveli ai cittadini cosa sono le risorse, cosa è il paesaggio, perché conviene a tutti rispettarli e quanto lavoro si può così generare. Il consumo di suolo che più fatichiamo a cancellare non è quello che viene scritto in un piano urbanistico, ma quello che prende forma nei nostri pensieri che sempre più perdono la consuetudine di riconoscere il vero senso della realtà naturale, accettando la sua perdita preventiva senza neppur farsi visitare dal dubbio. Siamo invece noi, con le nostre domande, le nostre volontà, la nostra sovranità di cittadini e il nostro legittimo raggruppamento in associazioni a poter imprimere svolte e cambi di passo persino alla politica più sorda e agli interessi economici più biechi. Non è semplice ma può essere anche così che una comunità di cittadini si preoccupa del futuro, non si fa rubare l'identità e la sua storia, liberandosi 'dall'indifferenza consumistica' (pt. 232) e da modelli precostituiti per i quali la cura della natura è una cosa da deboli (n. 116).

Paolo Pileri

 

 

 

Questo testo è comparso con il titolo Laudato si', frate suolo e sora cultura nel Rapporto 2016 del Centro di Ricerca sui Consumi di Suolo (CRCS), Nuove sfide per il suolo, a cura di Andrea Arcidiacono, Damiano Di Simine, Federico Oliva, Silvia Ronchi, Stefano Salata, INU Edizioni, Roma 2015, pp. 146-148. Paolo Pileri è professore associato di Urbanistica al Politecnico di Milano. 

RR

 


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02 Dicembre 2015

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di dibattito sulla città, il territorio e la cultura del progetto urbano e territoriale

a cura di Renzo Riboldazzi cittabenecomune@casadellacultura.it

 

 

Gli incontri 

- 2016: programma /presentazione

- 2015: programma /presentazione

- 2014: programma /presentazione

- 2013: programma /presentazione

 

Interventi, commenti, letture

- P. Maddalena, La bellezza della casa comune, bene supremo. Commento alla Laudato si' di Papa Francesco (2015)

- S. Settis, Cieca invettiva o manifesto per una nuova urbanistica? Recensione a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- V. Gregotti, Città/cittadinanza: binomio inscindibile, Recensione a: L. Mazza, Spazio e cittadinanza (Donzelli, 2015)

- F. Indovina, Si può essere 'contro' l'urbanistica? Recensione a: F. La Cecla, Contro l'urbanistica (Einaudi, 2015)

- R. Riboldazzi, Città: e se ricominciassimo dall'uomo (e dai suoi rifiuti)? Recensione a: R. Pavia, Il passo della città (Donzelli 2015)

- R. Riboldazzi, Suolo: tanti buoni motivi per preservarlo, recensione a: P. Pileri, Che cosa c'è sotto (Altreconomia, 2015)

- L. Mazza, intervento all'incontro con P. Maddalena su Il territorio bene comune degli italiani (Donzelli, 2014)

- L. Meneghetti, Dov'è la bellezza di Milano? , commento sui temi dell'incontro con P. Berdini su Le città fallite(Donzelli, 2014)

- J. Muzio, intervento all'incontro con T. Montanari su Le pietre e il popolo(mimum fax, 2013)

- P. Panza, segnalazione (sul Corriere della Sera dell'11.05.2014)