Sostieni la Casa della Cultura Diventa socio o amico della Casa della Cultura

Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

Condividi la pagina:



Calendario eventi
maggio 2012
L M M G V S D
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031EC
Iscriviti alla nostra newsletter per restare aggiornato su tutti gli eventi della Casa della Cultura.

E-mail:
Nome:
Cognome:
Iscriviti
Cancellati


Home > 65° Casa della Cultura > Le risposte di Roberto Biorcio

Materiali


Le risposte di Roberto Biorcio

Risposte alle tre domande

Roberto Biorcio

Cultura e politica. Al tempo dei populismi
1. In questi ultimi due decenni formazioni e movimenti populisti hanno occupato la scena pubblica italiana e vi hanno impresso il loro segno. Berlusconismo e Lega hanno scandito l’agenda della vita politica, esercitando di fatto anche un’egemonia culturale che traspare dal linguaggio e dalle pratiche prevalenti nella vita pubblica. La sinistra italiana ha evidenziato serie difficoltà, politiche e culturali, nel proporre e nel difendere un suo punto di vista. Da dove ha tratto origine questo profondo, radicale rimescolamento del clima politico e culturale? E per quale motivo le linee di resistenza hanno rivelato tale fragilità?

I successi dei partiti e dei movimenti populisti, così come le difficoltà e i problemi della sinistra non sono fenomeni tipicamente italiani ma tendenze che si manifestano da decenni sulla scena europea. E vanno letti e interpretati su questa scala per capirne i significati e le ragioni. 
La tendenziale caduta delle frontiere per la vita politica e sociale degli stati nazionali prodotta dalla globalizzazione ha creato, come ha messo in evidenza Ulrich Beck, le migliori opportunità per il successo della destra populista. La crisi dei sistemi di welfare, lo smantellamento di interi settori industriali, la diffusione della disoccupazione, l’immigrazione e l’aumento di alcune forme di criminalità hanno fatto crescere in diversi settori della popolazione l’insicurezza e creato molteplici paure. In passato i principali partiti europei, destinati a durare per interi periodi storici, erano stati costruiti per dare rappresentanza alle fratture emerse nella fase di formazione degli stati nazionali e nello sviluppo del processo di industrializzazione. Negli ultimi decenni, il rapporto fra partiti e fratture sociali si è molto attenuato, in particolare dopo la fine della guerra fredda e gli sviluppi della rivoluzione neoliberista. I partiti hanno sempre più spostato il baricentro della loro azione dalla società allo stato, ridimensionando i rapporti con le tradizionali basi sociali senza riuscire a interpretare e gestire i nuovi problemi e le nuove fratture emergenti nella vita sociale. I partiti populisti si sono affermati in Europa cercando di rovesciare queste tendenze, per recuperare il rapporto tradizionale fra la politica e le più importanti divisioni sociali e culturali che si possono ritrovare nella società, prima e indipendentemente dall’azione delle forze politiche. La destra populista ha utilizzato efficacemente tre potenziali aree di conflitto. La prima è la gestione dell’antipolitica, della critica sempre più diffusa contro le istituzioni rappresentative e i principali attori politici. Le formazioni populiste propongono in alternativa la valorizzazione della democrazia diretta e plebiscitaria, di fatto realizzata affidando ai loro leader il ruolo di interpreti dell’autentica volontà popolare. La seconda area è la gestione dell’ostilità nei confronti degli immigrati. La terza area di impegno è la difesa delle comunità locali contro il processo di integrazione europea e contro gli effetti della globalizzazione. La destra populista europea è riuscita a collegare l’espressione della protesta popolare con la costruzione di una nuova identità politica: una comunità immaginata (il ‘popolo’), definita in termini etnico-nazionali o almeno territoriale, composta soprattutto da gente comune, poco impegnata nella vita politica e diffidente verso le élite economiche, politiche ed intellettuali. 
In Italia la Lega ha dato piena espressione a queste tendenze unendoe a un rilancio della frattura centro/periferia: la potenziale contrapposizione fra regioni del Nord e stato nazionale che poteva sovrapporsi facilmente alla frattura Nord/Sud e ai suoi problemi mai risolti. Il Carroccio ha dovuto fronteggiare per diversi anni la concorrenza di Berlusconi e del suo partito. Il Cavaliere è però diventato successivamente il migliore alleato e una importante risorsa per conquistare posizioni di potere, per fare avanzare progetti politici e per estendere l’influenza delle idee leghiste sull’opinione pubblica e il senso comune. 
La Lega così come i partiti populisti europei sono riusciti in molte situazioni a sostituire i partiti di sinistra nella rappresentanza politica dell’elettorato popolare. La frattura di classe è stata recuperata, trasformata e in parte diluita nell’ambito della dicotomia popolo/élite, contrapponendo gli interessi di una vasta area di ceti popolari – gli operai, i piccoli imprenditori, gli artigiani e i commercianti – a quelli delle oligarchie economiche e finanziarie. I partiti politici che in passato facevano riferimento alla frattura di classe trovano difficoltà crescenti a proporre principi di rappresentanza politica credibili, dopo la dissoluzione delle loro reti organizzative e la crisi delle ideologie tradizionali. I partiti di sinistra e di centrosinistra europei sono spesso incapaci di uscire dall’alternativa fra una pura resistenza ancorata alle idee del passato e la tentazione di imitare i programmi portati avanti con successo dai partiti populisti e da quelli di centrodestra.
In Italia queste tendenze si sono pienamente espresse con alcune specificità. La centralità assunto da Berlusconi nella Seconda repubblica ha indotto il centrosinistra a costruire ampie coalizioni che sono state utile per contrastare i poteri e le proposte del Cavaliere, ma hanno finito per diluire e disperdere identità, ragioni e valori di una fondamentale area politica. La fine del Partito Comunista ha d’altra parto non solo prorotto un vuoto rispetto al ruolo svolto in passato, ma ha anche lasciato in eredità un forte senso di colpa finora poco o male elaborato da molti che ne avevano condiviso l’esperienza.

2. Cultura e politica: una relazione oggi lacerata. Per quanto sta avvenendo nel sistema politico (populismi, crisi dei partiti, personalizzazione della politica) ma anche per i processi culturali in corso (mediatizzazione, spettacolarizzazione, ecc). E’ possibile oggi ripensare e ricostruire una relazione fra elaborazione culturale e teorica e vita politica? Come, dove e attraverso quali strumenti?

Viviamo da anni in un sistema politico che è stato definito come “democrazia del pubblico” (Manin) o come “postdemocrazia” (Crouch) in cui contano sempre meno le idee e le organizzazioni politiche e sempre di più i media e le personalità dei leader. I cittadini sono chiamati essenzialmente a svolgere il ruolo di popolo-elettore che deve prendere una decisione rispetto ai candidati alle cariche nelle istituzioni politiche, dopo aver assistito allo spettacolo della campagna elettorale messo in atto da professionisti specializzati. Le campagne elettorali tendono d’altra parte ad assumere sempre più l’assetto di una “permanent campaign”, con un occupazione crescente degli spazi disponibile sui media da parte dei governanti e dei leder politici. La discussione pubblica risulta così molto spesso dominata e condizionata dai tentativi di conquistare consenso o di delegittimare e denigrare gli avversari. Sono invece ridimensionati gli spazi e le possibilità di intervento di tipo diverso, soprattutto sui giornali più diffusi e nelle trasmissioni delle principali reti televisive. La cultura, i valori politici e, più in generale la ricerca e la riflessione sulle questioni più importanti per il futuro della nostra società contano molto poco: sono utilizzate in modo episodico e frammentario solo quando appaiono utili per sostenere qualche campagna promossa nel circuito mediatico. 
Si è trasformato nell’attuale contesto anche il ruolo della sfera pubblica che, con le sue iniziative, campagne e mobilitazione resta la forma più importante di controllo democratico, quando la partecipazione dei cittadini, attraverso le elezioni, resta impotente o inefficace. La cultura e l’elaborazione culturale possono svolgere una funzione soprattutto in relazione con le iniziative e le mobilitazioni che si sviluppano nella sfera pubblica, fornendo idee e quadri interpretativi appropriati per le questioni affrontate, evitando la subalternità alle tendenze dominanti e al “pensiero unico”. L’invasione della vita quotidiana da parte della comunicazione mediatica in tutte le sue forme può generare assuefazione, ma anche un senso di vuoto e di confusione che fa emergere domande di chiarificazioni e di nuovi parametri di riferimento, soprattutto fra i giovani. Un domanda su cui possono intervenire, se trovano le forme e i linguaggi appropriati, tutti i centri di produzione e di iniziativa culturale.

3. Il tessuto tradizionale di mediazione tra cultura e politica (quotidiani, riviste, case editrici, centri di ricerca, ecc.) si è trasformato profondamente. Sono declinate le strutture legate direttamente ai partiti cui sono subentrate nuove realtà come le Fondazioni vicine a singole personalità politiche. La Casa della Cultura ha scelto in questi anni di andare controcorrente: restare un centro aperto a tutte le anime della sinistra e alimentare una riflessione sul medio e lungo periodo. Il tutto in evidente continuità con la propria storia. Siamo riusciti a rendere efficace questo percorso? Si può continuare su questa strada? Urgono correzioni? Nuove idee? Nuovi progetti?

La scelta della Casa della Cultura di restare un centro aperto a tutta l’area della sinistra per promuovere riflessioni di medio e lungo periodo mi sembra molto positiva e opportuna nella fase attuale. Si trova però a confrontarsi con un forze politiche moto diverse dal passato. In sintesi: una buona parte del centrosinistra si è riunificato in un unico contenitore (il PD) che mantiene però all’interno divergenze politiche importanti, contrapposizione di gruppi, di cordate, di leader locali e nazionali. Non a caso appare al’esterno privo di identità e di progetto politico, interessato al più alla tattica politica di breve periodo, alle dispute sui posti e sulle carriere, e poco disponibile a riflessioni di respiro strategico (che avrebbero probabilmente effetti dilaceranti sulla sua unità). Le altre formazioni della sinistra sono forse più disponibili a un lavoro di riflessione su problemi e prospettiva di lungo periodo, ma hanno accentuato negli ultimi anni la frammentazione e la dispersione, trasformando in molti casi le incertezze e le diverse opinioni su una fase storica molto diversa dal passato in motivi di frattura e di divisioni insanabili. Le attività e le iniziative della Casa della Cultura possono fornire contributi importanti per frenare queste tendenze e promuovere un diverso tipo di rapporti fra politica e cultura. D’atra parte, negli ultimi decenni l’impegno politico e sociale (soprattutto dei giovani) si è spostato in ambiti molto lontani dai partiti, in particolare nelle associazioni, nei gruppi e nei movimenti che emergono dalla società civile. Penso sia importante stabilire nuove reti di relazioni con questi mondi, per rispondere alle domande di elaborazione culturale che essi implicitamente pongono, superando in molti casi le tendenze all’isolamento e all’autoreferenzialità che presentano diversi gruppi e reti associative. Viste le carenze e vuoti di cultura e di memoria che si manifestano in molte aree, può essere opportuno sviluppare anche specifiche scuole di formazione su una serie di temi e di questioni importanti.