Massimo Bricocoli  
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SPAZI BUONI DA PENSARE


Commento all'ultimo libro di Cristina Bianchetti



Massimo Bricocoli


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Nel percorrere qui alcune riflessioni a commento del libro di Cristina Bianchetti - Spazi che contano. Il progetto urbanistico in epoca neo-liberale (Donzelli, 2016) - mi prendo la libertà di farlo inserendomi tra la trattazione articolata dei contenuti che ne fa Francesco Indovina nel suo recente contributo qui raccolto e gli interventi autorevoli previsti nel prossimo evento di discussione alla Casa della Cultura. Non un alibi per essere indisciplinato, ma argomenti per muovermi in modo parziale e discreto a fronte di un libro assai ricco e complesso.

Spazi che contano è un libro che prende posizione. In questo, con una battuta, oserei dire che più di altri corrisponde alla sua autrice, che interviene nello scorrere del testo per chiarire, sgombrare i dubbi, rimarcare le distinzioni. È un saggio che prende posizione cercando di mettersi alle spalle (come il Novecento, davvero finito) un certo tipo e modo d'uso della letteratura mainstream, tradizioni di analisi e di riflessione e pure un certo dibattito che paiono inadeguati nel confronto con i temi e le questioni che attraversano la città contemporanea.

Spazi che contano è un titolo che, come Cristina Bianchetti segnala nell'introduzione, fa riferimento "a una tradizione del pensiero femminista e alla sua attenzione per le relazioni che intercorrono tra soggetti, corpi, azioni, pratiche" (p. VII). Nel corso di una recente presentazione al Politecnico di Milano, il riferimento è stato richiamato per sottolineare soprattutto la rilevanza del 'contare', ancor più evidente nel termine originale in lingua inglese, 'matters'. Confesso che questo riferimento, come molti altri nel volume, mi era ignoto. Ho ricercato, letto e approfondito un poco: l'autrice di Bodies that matter è Judith Butler, che dirige a Berkeley il programma di Critical Theory e a cui Bianchetti fa ulteriore riferimento nel volume (Butler, 1996). A contare - what matters - nell'opera di Butler, sono i corpi. Una prima traslazione che Cristina Bianchetti ci propone è dunque quella tra corpi e spazi. Richiamare la versione originale in inglese rende ancora più evidente la forza del titolo, per l'enfasi del doppio significato di matter. Per Butler e Bianchetti, il principio della materializzazione è ciò che conta dei corpi e degli spazi, la loro intellegibilità. Conoscere il loro significato "vuol dire sapere in che modo e perché essi contano, ove contare [matter] significa allo stesso tempo materializzarsi e significare" (Butler 1996, p. 28). Gli spazi contano dunque laddove si materializzano, acquistano sostanza e significato in uno specifico contesto. Come in Butler la performance di genere crea il genere, così in Bianchetti è la performatività dello spazio che crea lo spazio.

A partire dal titolo, Bianchetti esprime un affondo critico e ben assestato a una perdurante tendenza - nel progettare e nello scrivere di città - a mobilitare categorie descrittive rinunciando a considerare il modo in cui gli spazi della città funzionano in relazione ai soggetti, ai corpi, alle passioni, alle pratiche. Se Bianchetti riprende un certo filone di quel pensiero femminista che pure dichiara di non aver mai molto amato (e in questo, sceglie un'autrice assai discussa e di frontiera, che ha contribuito allo sviluppo di una teoria Queer) forse è anche per cercare esplicitamente un terreno più franco e non equivocabile di intesa rispetto al credito che intende dare a ciò che soggetti, corpi, azioni e passioni hanno da esprimere. Il testo sollecita il lettore immettendo riferimenti ad autori non consueti, segnando l'uso ricorrente, incessante, che viene fatto di altri - utilizzati spesso a mo' di "ex voto novecenteschi" - da parte di un bricoleur (e qui il lettore si sente chiamato in causa con il suo personale universo di riferimenti!) che si rifà a concetti buoni per definizione, anziché cogliere la sfida di spazi che diventano "buoni da pensare" (Levi-Strauss, 1962) in virtù di un rinnovato sguardo che ne rivela pratiche complesse e contraddittorie. Il libro rimanda ad autori, a interi mondi di riflessioni e letture, con i quali - fatta ferma una postazione e prospettiva disciplinare - si dispiega, pagina dopo pagina, un fitto dialogo. Prendendo il rischio di poter sembrare a tratti allusivo, è un testo la cui ricchezza di riferimenti ci sprona a leggere, a rileggere, a scoprire le riflessioni più avanzate in altri campi disciplinari, ad andare in libreria, a ritrovare quei film che in modo visionario hanno saputo cogliere, anticipare e rappresentare temi e questioni nodali del progetto contemporaneo (come è il caso dello straordinario, Touche pas à la femme blanche!, film di Ferreri del 1974). Questa è una cifra che caratterizza questo volume ma più in generale la produzione scientifica di Cristina Bianchetti: il suo contributo, qui come altrove, è prolifico, autorevole e generoso. Immette e riporta nel dibattito concetti, categorie, riferimenti e autori che contribuiscono a nuove interpretazioni e prospettive del progetto urbanistico. E in questo volume, che dichiaratamente guarda al futuro del progetto in epoca neo-liberale, più che altrove, la scrittura è tesa a individuare - smarcandosi da alcuni fraintendimenti, riduzioni facili, scorciatoie e stilizzazioni - traiettorie di lavoro che in modo affermativo consentano di alimentare e argomentare un progetto urbanistico che sia contemporaneo, ovvero in grado di cimentarsi con la "problematicità degli snodi del vivere contemporaneo".

Lo sguardo di Cristina Bianchetti mette in rilievo la frantumazione, la contraddittorietà delle pratiche, dei processi, delle situazioni che si danno nel funzionamento e nella trasformazione della città-società contemporanea. Lo sguardo sui luoghi consente di rilevare e conoscere gli effetti di una deflagrazione che si dispiega a tutto campo, e che Bianchetti discute con riferimento a tre snodi: la condivisione come pratica pervasiva destrutturata (e destrutturante), la varietà dei modi in cui si dà una dimensione pubblica dello spazio, lo scollamento tra sovranità, diritti e individuo. È una deflagrazione che costringe a confrontarsi con lo scarto tra processi di cambiamento e inadeguatezza delle risposte progettuali, a mettere alle spalle fattori e chiavi interpretative che hanno spiegato nel tempo i modi dell'organizzazione e della disorganizzazione sociale nello spazio e che risultano oggi per molti versi inadeguati a descrivere, interpretare e supportare i processi di generazione e riproduzione della città (Czarniawska, Solli, 2001). È una deflagrazione che mette a nudo le difficoltà di un'aspirazione a quell'universalismo (dei diritti, delle risposte, delle soluzioni progettuali) che è stato riferimento per il migliore funzionalismo novecentesco nonché per le politiche del welfare state e che costringe a ripensare ai modi in cui sia ancora possibile praticare una qualche forma di giustizia sociale. Interrogarsi sulle prospettive di senso per il progetto e il governo della trasformazione urbana, per il disegno di politiche, significa confrontarsi con il fatto che la cittadinanza - con le parole di Jacques Donzelot - dopo le fasi fondative in cui è stata civile, politica e poi, nel novecento, sociale è sempre più oggi 'cittadinanza urbana' determinata dalle condizioni contestuali, specifiche e sin anche di nicchia entro le quali si organizza la vita dei singoli (Donzelot, 2009).

L'invito è a individuare, a osservare, a prendere sul serio in particolare quegli 'spazi che contano', laddove ci dicono dei modi differenti, contraddittori, talvolta paradossali in cui si articolano oggi una varietà di istanze e categorie che hanno sin qui guidato la comprensione e il progetto della città. Sono gli spazi che ci dicono che "la città moderna è cosa del passato" (p. 39), che ci aiutano a capire dove siamo proprio laddove mettono in scena relazioni e gerarchie dello stato odierno dell'abitare. Non si tratta di perseguire un orientamento insieme descrittivo e narrativo, di assumere semplicemente una prospettiva di osservazione ravvicinata dei luoghi e delle pratiche d'uso. Non mancano le ricerche che si sono mosse in questa direzione. Spesso ci propongono immagini e rappresentazioni di per sé accattivanti e di una certa efficacia, ma rinunciando all'elaborazione di significati e progettualità capaci di ammettere smentite, quasi che il territorio su cui ci si muove fosse l'esito di processi autoregolati dai tratti quasi naturali e non fosse invece un campo impregnato di ingiunzioni, artefatti e dispositivi che regolano e organizzano le pratiche sociali. Il volume di Cristina Bianchetti sollecita a mettere sotto osservazione e approfondire gli intrecci che si definiscono tra spazi di azione del progetto, attori di mercato e soggetti pubblici (le amministrazioni pubbliche, i governi locali, per intenderci) e di riconoscere e indagare i modi in cui si danno le precipitazioni nello spazio fisico e concreto dell'azione pubblica (e non solo di quella in campo urbanistico). È un invito a mettere sotto osservazione gli spazi e, aggiungo, i progetti realizzati quali esiti di politiche del tempo più recente (Bricocoli, 2009) per ricostruirne le vicende, comprenderne argomentazioni, riferimenti progettuali e principi di organizzazione. Significa mettere sotto osservazione le forme e la sostanza della cittadinanza (Mazza, 2015), un modello di governo, una rappresentazione (quale città? quale società?) della politica. È questo un lavoro di ricerca longitudinale, di osservazione prolungata nel tempo, fatto non solo di istantanee sia pure efficaci, che raramente trova risorse e materiali a disposizione per essere perseguito, se non in una prospettiva storica che non è quella qui più pregnante. È una ricerca che richiede una postura da osservatore ma che va ben oltre un interesse analitico e che può consentire di alimentare un fare progettuale che sia attento alle conseguenze, a partire innanzitutto dal riconoscere e discutere esiti ed effetti - diretti e indiretti, attesi e inattesi - delle azioni del passato recente.

Qual è allora il possibile posto del progetto? Cristina Bianchetti ci mostra come il progetto in epoca neo-liberale imbocca spesso scorciatoie, è conformista e acquiescente laddove contribuisce ad appiattire ulteriormente, stilizzandoli, i soggetti e territori che si muovono nella Flatlandia di Abbott attualizzata come efficace metafora della società contemporanea nella rilettura di de Leonardis (2008). In un passaggio chiave del libro, Bianchetti ci indica che "il progetto in epoca-neoliberale potrebbe utilmente posizionarsi in modo più attento alle conseguenze che ai principi", assumendo una prospettiva pragmatica e interessandosi alle possibili conseguenze pratiche. E ancora, ripercorrendo il testo, i pensieri corrono, muovendo dal piano della ricerca a quello delle pratiche di progettazione urbanistica e di governo, ad una domanda che da tempo sento come pressante: chi ha responsabilità sullo spazio che è prodotto una volta che il piano - o il progetto - è attuato? L'urbanistica si sottrae, la competenza passa ad altri. Trovo qui un richiamo importante alla possibilità che il progetto esprima una capacità 'anticipatrice'. Da tempo mi interrogo sul fatto che una prospettiva di anticipazione pare essere stata estromessa - quasi fosse diventata un tabù - da qualsiasi discorso attorno al progetto o al disegno di politiche. E la precarizzazione pervasiva non mi pare essere un alibi sufficiente rispetto al declinare una qualche responsabilità sulle conseguenze di scelte progettuali o di politiche. In questo senso, Cristina Bianchetti ci propone un fare progettuale ambizioso, critico, che non è complanare e aderente alla superficie piatta di luoghi e persone, ma che gioca al rialzo, si espone ed è capace di posizionarsi e di articolarsi entro le contraddizioni.

Infine, un'ultima annotazione. Nel discutere delle prospettive del progetto urbanistico, l'autrice scrive di "un'attitudine solo apparentemente poco ambiziosa che si traduce in una pluralità di proposte e richiede un ostinato esercizio, insieme alla consapevolezza di non essere davanti al mondo, ma all'interno delle sue provocazioni. Con attenzione agli spazi di manovra che esse lasciano" (p. 110). Trovo questo un passaggio emblematico - e che mi è particolarmente caro - del modo in cui Cristina Bianchetti fa scuola, allo stile e alle modalità con cui accoglie le curiosità e la freschezza degli studenti e li (ci) accompagna verso una prospettiva progettuale. Ho avuto la fortuna in questi anni di partecipare e condividere con lei seminari interni, situazioni informali di scambio, momenti di revisione collegiale del lavoro di studenti, laureandi e dottorandi tra Milano e Torino. Questa sollecitazione a una pluralità di proposte, tanto più nel confronto con la varietà di background, curiosità e passioni di chi si affaccia all'elaborazione di un progetto di tesi o di ricerca, mi appare come assai importante - direi vitale - perché apre esplicitamente alla possibilità che il progetto urbanistico giochi il suo senso e la sua rilevanza in modi assai vari: un'esplorazione progettuale che si muove alla scala ampia territoriale come a quella minuta di una cortina urbana o dello spaccato assonometrico, che consente di avvicinare il funzionamento dello spazio sin negli anfratti del più denso degli isolati. Indagini sulle pratiche e sulle politiche che guardano alla concrezione fisica, materiale, di scelte che provengono da altri campi di azione pubblica e che si dispiegano in progetti variabili in contesti urbani differenti. In questa pluralità di proposte da mettere in campo per stare al passo con la contemporaneità, ripongo personalmente molte aspettative rispetto alla possibilità che il progetto urbanistico sia declinato con maggiore efficacia laddove una domanda di intervento sulla dimensione spaziale dei problemi esiste ed è urgente, ma a patto di una ridefinizione di quel che il progetto urbanistico è. Senza mai venir meno a un carattere insieme tecnico e critico.

Massimo Bricocoli

 

 

Riferimenti bibliografici
Bricocoli M. (2009) "Lo sguardo acquietato dell'urbanista sull'architettura dell'abitare", Archivio di Studi Urbani e Regionali, n. 94, pp. 91-103.
Butler J. (1996), Corpi che contano. I limiti discorsivi del senso, Feltrinelli, Milano
Czarniawska B., Solli R., a cura di, (2001) Organizing Metropolitan Space and Discorse, Liber Abstrakt, Malmoe.
de Leonardis (2008) "Nuovi conflitti a Flatlandia", in Grossi G., I conflitti contemporanei. Contrasti, scontri e confronti nelle società del III millennio, Utet, Torino, pp. 5-21.
Donzelot J. (2009) Vers une citoyenneté urbaine? La ville et l'égalité des chances, Editions Rue d'Ulm, Paris.
Lévi-Strauss C. (1962), Le totémisme aujourd'hui, Puf, Paris.
Mazza L. (2015), Spazio e cittadinanza. Politica e governo del territorio, Donzelli, Bari.

 

N.d.C. Massimo Bricocoli è professore associato di Tecniche e Pianificazione Urbanistica presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano. Insegna alla Scuola di Architettura, Urbanistica e Ingegneria delle Costruzioni dello stesso ateneo ed è membro del collegio docenti del dottorato in Urban Planning Design and Policy. Ha insegnato presso l'Université du Luxembourg, il Centre for Urbanism della Royal Danish Academy of Fine Arts di Copenhagen e la HafenCity University di Amburgo. Tra i fondatori di SUI GENERIS - Laboratorio di Sociologia dell'azione pubblica - è membro del Comitato Scientifico Internazionale del Programma IBA Wien - Neues Soziales Wohnen 2016-2022 promosso dalla città di Vienna e del Gruppo di studio 'Piano Città' presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Tra i suoi volumi: Bricocoli M., Savoldi P. (2010), Milano Downtown. Azione pubblica e luoghi dell'abitare, Et al./edizioni, Milano.

Sullo stesso libro oggetto di questo commento - C. Bianchetti, Spazi che contano. Il progetto urbanistico in epoca neo-liberale (Donzelli, 2016) - v. anche: F. Indovina, Quale urbanistica in epoca neo-liberale, 3 febbraio 2017.

Cristina Bianchetti sarà alla Casa della Cultura per discutere del suo libro martedì 9 maggio alle ore 18. All'incontro interverranno: Vittorio Gregotti, Giancarlo Paba e Pier Carlo Palermo. Per condividere la notizia su Facebook, clicca qui.

N.B. I grassetti nel testo sono nostri

R.R.

 


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04 Maggio 2017

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Interventi, commenti, letture

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2017:

S. Tagliagambe, Senso del limite e indisciplina creativa, commento a: I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

J. Gardella, Disegno urbano: la lezione di Agostino Renna, commento a: R. Capozzi, P. Nunziante, C. Orfeo (a cura di), Agostino Renna. La forma della città (Clean, 2016)

G. Tagliaventi, Il marchio di fabbrica delle città italiane, commento a: F. Isman, Andare per le città ideali (il Mulino, 2016)

L. Colombo, Passato, presente e futuro dei centri storici, commento a: D. Cutolo, S. Pace (a cura di), La scoperta della città antica (Quodlibet, 2016)

F. Mancuso, Il diritto alla bellezza, riflessione a partire dai contributi di A. Villani e L. Meneghetti

F.Oliva, "Roma disfatta": può darsi, ma da prima del 2008, commento a: V. De Lucia, F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi, 2016)

S.Brenna, Roma, ennesimo caso di fallimento urbanistico, commento a V. De Lucia e F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi 2016)

A. Calcagno Maniglio, Bellezza ed economia dei paesaggi costieri, contributo critico sul libro curato da R. Bobbio (Donzelli, 2016)

M. Ponti, Brebemi: soldi pubblici (forse) non dovuti, ma, commento a: R. Cuda, D. Di Simine e A. Di Stefano, Anatomia di una grande opera (Ed. Ambiente, 2015)

F. Ventura, Più che l'etica è la tecnica a dominare le città, commento a: D. Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città (Ombre corte, 2016)

P. Pileri, Se la bellezza delle città ci interpella, commento a: G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2016)

F. Indovina, Quale urbanistica in epoca neo-liberale, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

L. Meneghetti, Discorsi di piazza e di bellezza, riflessione a partire da M. Romano e A. Villani

P. C. Palermo, Non è solo questione di principi, ma di pratiche, commento a: G. Becattini, La coscienza dei luoghi (Donzelli, 2015)

G. Consonni, Museo e paesaggio: un'alleanza da rinsaldare, commento a: A. Emiliani, Il paesaggio italiano (Minerva, 2016)