Francesco Ventura  
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ANTIFRAGILITÀ (E PIANIFICAZIONE) IN DISCUSSIONE


Commento al libro di Ivan Blečić e Arnaldo Cecchini



Francesco Ventura


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Verso una pianificazione antifragile. Come pensare al futuro senza prevederlo di Ivan Blečić e Arnaldo Cecchini (FrancoAngeli, 2016) è un libro brillante. Ancora raro nella letteratura urbanistica, fa sperare per il futuro. Si avverte la dedizione allo studio e alla riflessione. Un testo valido perché essendo ricco di argomentazioni, o di tentativi di argomentare con maggiore o minor successo, sollecita la discussione che è il massimo del valore di uno scritto.

Gli autori introducono il tema dell'"antifragilità" dichiarando di essere "convinti che in molte occasioni la pianificazione" non abbia "funzionato" ma, allo stesso tempo, di essere "consapevoli" che "serve", anzi che "è indispensabile". Quale argomento fonda tale convinzione? "Una delle buone ragioni" - essi dicono, citando l'anarchico Colin Ward e precisando che non è l'unica - è "dare una chance ai senza tetto", evitando che le cose siano "lasciate correre senza freni". Si noti per inciso che non si tratta di un argomento fondante ma di una pura preferenza etico-ideologica. Nulla è detto in questo passo sul perché il porre un tale scopo, così come eventuali altri, implichi ricorrere alla pianificazione e quale sia il senso di tale pratica indipendentemente dalla molteplicità di fini che tramite essa si vorrebbero perseguire. Subito dopo gli autori, però, chiariscono qual è "una condizione essenziale di ogni pianificazione", ponendola come "evidente": "quella di poter prevedere gli effetti delle nostre scelte e di poter modificare l'evoluzione 'autonoma' di un sistema sociale". Sorge immediatamente un primo interrogativo. Perché mai gli autori presuppongono che "un sistema sociale", ossia un prodotto del sapere tecnico, possa avere una "evoluzione "autonoma""? Autonoma da cosa? Nel testo è più volte resa esplicita un'analogia tra sistemi sociali e sistemi biologici, soprattutto per la loro supposta complessità. Analogia in verità non nuova, ricorrente a tratti e in varie forme nella letteratura della pianificazione urbanistica fin dalle origini. Atteggiamento che andrebbe discusso a fondo, ma non in questa sede, dal momento che, come spesso accade tra gli urbanisti, è poco più di una suggestione.

Tentiamo invece di rendere esplicito il senso della pianificazione che gli autori stanno qui affermando, forse anche aldilà della loro consapevolezza. La pianificazione ha a che fare con il governo della società. Ciò implica che essa è parte della prassi politica. Quanto al sapere, la pianificazione è una tecnica di "previsione". Si tratta quindi di quella conoscenza operativa in grado di dare la potenza necessaria a "prevedere gli effetti delle nostre scelte". Ciò allo scopo primario di poter indirizzare la complessa molteplicità delle attività individuali in una direzione piuttosto che in un'altra, ossia quella direzione desiderata da chi in quel momento - questo è l'implicito - ha il potere di pianificarla e la potenza tecnica per perseguirla. Fin qui non pare che la pianificazione sia prospettata in modo sostanzialmente diverso dal suo senso tradizionale e più diffuso. Ma gli autori mostrano di voler star dentro al pensiero contemporaneo, ossia di essere attenti ai suoi sviluppi e sufficientemente aggiornati. Muovono così dalla consapevolezza della "impossibilità di prevedere il comportamento dei sistemi complessi". Qui resta solo implicita una critica alla pianificazione tradizionale, che sarebbe caratterizzata - se ne deve dedurre - da una volontà di prevedere che ignora tale impossibilità, dunque ingenua. Non solo. La complessità sociale - rilevano gli autori - è duplice. Le società sono caratterizzate sia da una complessità analoga a quella osservabile nei sistemi biologici sia da quella propria di un sistema in cui i singoli individui che la compongono agiscono e interagiscono intenzionalmente. Sicché, sembrerebbe di dover concludere che l'imprevedibilità del comportamento di un sistema sociale è più consistente di quella di un sistema biologico. Ciononostante gli autori sostengono che non c'è contraddizione - e dunque "impotenza" - tra l'impossibilità di prevedere "e la necessità di immaginare e di costruire un futuro desiderabile". Perché? Perché, affermano, "anche se la nostra capacità di fare previsioni forti sul comportamento dei sistemi sociali è assai limitata, non tutto è perduto: piuttosto che con le previsioni forti dobbiamo accontentarci delle previsioni deboli". Questo significa, chiariscono gli autori, che "non si tratta di prevedere con precisione che cosa accadrà, quando accadrà, come e con quale intensità accadrà, ma - in primo luogo - di esplorare che cosa può mettere a repentaglio il sistema, ciò che lo rende fragile, ciò che accresce l'esposizione agli eventi avversi […]. In breve si tratta di esplorare se, e come, e quanto, il sistema è fragile, robusto o antifragile".

A questo punto è bene aver chiaro quale sia il senso della parola "antifragile" che gli autori mutuano esplicitamente dal pensiero di Nassim Nicholas Taleb. È infatti il concetto chiave dell'intero sviluppo discorsivo, in base al quale gli autori intendono prospettare un nuovo senso della pianificazione. "Una cosa è fragile - dicono i nostri autori - se eventi, perturbazioni, fattori di stress, volatilità, disordine - e dunque il tempo! - possono solo nuocerle". Mentre "l'opposto di fragile" è "qualcosa" alla quale quei medesimi "eventi", ecc., ossia "il tempo", "non nocciono, e però" - questa è una rilevante specificazione - "nemmeno lasciano com'è". Inoltre, non solo "antifragile" - ossia l'autentico opposto del fragile - è quella cosa che non subisce danni dal tempo, ma, non rimanendo inalterata, "perlomeno in alcune circostanze", può "guadagnare, prosperare, migliorare - ossia prosperare nel disordine". Se ci si riflette un po', senza troppo farsi sedurre dalla smagliante esposizione degli autori, viene subito alla mente la domanda su come sia possibile misurare la fragilità di una cosa - al fine poi di renderla antifragile - se non è possibile prevedere e dunque conoscere gli eventi futuri e di conseguenza la loro relativa nocività? Un qualche indizio su una possibile risposta lo si trova in qualche esempio di antifragilità da loro esibito. Tralasciamo quelli sugli organismi viventi o sistemi biologici, perché come già detto non è il caso di affrontare qui il tema claudicante delle analogie. Soffermiamoci invece sull'esempio di "sistemi progettati dall'uomo" che "possono essere antifragili". È il caso - che gli autori traggono da Taleb - del "sistema del trasporto aereo". Esso "è progettato per far sì che ogni fallimento, intoppo, o incidente aereo renda ogni tale evento meno probabile in futuro". Cioè a dire - in sintesi - che "il sistema è progettato per apprendere e migliorare dagli errori". E allora qui si può rilevare che non è tanto - come gli autori sembrano dire - la cosa progettata, realizzata ed entrata in funzione, quindi in corso di sperimentazione (nell'esempio il concreto sistema del trasporto aereo) a possedere l'antifragilità, ma la potenza della previsione. Cioè, anche se non riescono a dirlo nel modo rigoroso che merita, gli autori, non del tutto consapevolmente, stanno cercando di evocare una previsione che, in termini appropriati, si chiama "ipotetica". Ossia una previsione capace di lasciarsi consapevolmente smentire e perciò in grado all'occorrenza di revisionarsi adattandosi al divenire delle cose. Se al fondo di tutte le cose, come anche gli autori sembrano non smentire, sta il tempo, ossia sono soggette al divenire, allora la previsione ipotetica è la forma più potente di previsione (quindi tutt'altro che "debole") proprio perché fondata, in quanto pre-disposta ad adeguarsi all'imprevedibilità del divenire in cui la totalità della realtà materiale e immateriale consiste.

Cerchiamo di chiarire per nostro conto quanto abbiamo affermato. Cosa vuol dire "ipotesi"? L'etimo greco esprime il senso del "porre sotto". Infatti ypò si dice "sotto". Mentre il contrario è epì, cioè "sopra". Perciò la previsione ipotetica è l'opposto della previsione epistemica. Quest'ultima è quella che i nostri autori (ed è da suppore anche gli autori da loro letti) impropriamente chiamano "forte", ma che invece è - come meglio preciseremo - totalmente debole, ossia impotente perché infondata. La parola greca che comunemente viene tradotta con "scienza" è episteme. Ma alla lettera questa parola indica ciò che "sta" (stéme) "su" (epì), quindi - come meglio si vedrà - un senso opposto a quello che la scienza ha nel nostro tempo, in quanto consapevolmente ipotetica e non epistemica. La filosofia nasce dicendo di sé stessa di essere epistéme, ossia un sapere che "sta su" e non si lascia abbattere né da uomini né da dei (in questo senso originario un sapere che vorrebbe - senza riuscirci - essere l'assolutamente forte: l'imbattibile. Su cosa pretende di stare, incontrovertibilmente, il sapere filosofico della tradizione? Esattamente sul divenire. In che senso? Nel senso che il pensiero filosofico, in modo rigoroso con Platone, giunge a stabilire l'esistenza di due dimensioni delle realtà. Una è quella dell'esperienza sensibile in cui le cose divengono, ossia sono mutevoli. L'altra è quella immutabile, che è solo intelligibile e sta aldilà della realtà sensibile. Di conseguenza, il sapere che conosce la realtà immutabile è a sua volta immutabile, non falsificabile, quindi è epistéme. Mentre la conoscenza della realtà sensibile e diveniente è necessariamente, considerata in sé e per sé, falsificabile, ossia ipotetica. Il sapere ipotetico, nel senso originario, sta al di sotto del fondamento, è sottoposto alla realtà immutabile. Infatti la relazione che il pensiero filosofico della tradizione stabilisce tra l'immutabile e il mutevole è una relazione di padronanza del primo e di sudditanza del secondo. La realtà immutabile sta sopra il divenire: lo domina come il padrone domina il servo. L'immutabile produce la molteplicità delle cose, che perciò divengono secondo la legge che loro impone, dunque ne è principio e fondamento (non a caso uno dei nomi che gli dà Aristotele è "Motore Immobile").

A questo punto, richiamato in modo necessariamente più che schematico, il senso originario del pensiero filosofico della tradizione, se si vuol comprendere fino in fondo il senso del pensiero contemporaneo, occorre aver presente il processo di coerentizzazione del pensiero greco che la filosofia ha portato a compimento in specie in questi ultimi due secoli. La filosofia dalla nascita non lascia nell'ambiguità il senso dell'apparire e dello scomparire delle cose di cui si ha indubitabile esperienza. Essa nasce in opposizione al mito, del quale vede che non è verità ma fede. Nel mito la sorte delle cose sensibili, quando non appaiono, prima dell'apparire e dopo lo scomparire, non è rigorosamente semantizzata. La filosofia, portando alla luce le categorie dell'essere e del non-essere, semantizza il divenire - dunque il senso fondamentale del tempo - come l'uscire e il ritornare nel niente di tutte le cose del mondo sensibile, un senso quindi all'epoca inaudito. Si noti, innanzitutto, che questo è il senso del divenire dominante oggi nel mondo. Si può rinvenire ovunque, implicito o esplicito, come qualcosa di così evidente da non richiedere interrogazioni. Quando ad esempio i nostri autori dicono a un certo punto: "il creatore […] è qualcuno che costruisce ciò che sinora era inesistente" non fanno altro che riproporre - inconsapevolmente - il pensiero di Platone. Leggiamolo allora Platone: "Ogni causa, che faccia passare una qualsiasi cosa dal niente all'essere, è produzione, cosicché sono produzioni anche le azioni che vengono compiute in ogni arte e tutti gli artefici sono produttori" [Simposio 205 b-c]. E lo stesso Aristotele: "Ogni arte riguarda il far venire all'essere e il progettare, cioè il considerare in che modo può venire all'essere qualche oggetto di quelli che possono essere e non essere" [Etica a Nicomaco, 1140, 10-15].

Si noti che se alle cose è possibile far percorrere l'infinita distanza tra l'essere e il nulla non c'è alcun limite alla nostra volontà di potenza e, insieme, ogni previsione è in linea di principio impossibile, nel senso che il nulla della cosa che ancora non ne è uscita è insieme il nulla della pre-visione di quella cosa medesima: il nulla non si "vede". I nostri autori restano nell'ambiguità, perché ci sono passi in cui sembrano affermare l'impossibilità della previsione - anche se non sembra ne conoscano il fondamento - e altri in cui affermano che non è assoluta e, d'altra parte, affermano che qualcosa può dirsi creata se prima "inesistente". Tuttavia - e qui sta l'incoerenza del pensiero greco - il porre al di sopra del divenire una dimensione eterna della realtà, fa sì che il nulla da cui le cose escono sia riempito dall'immutabile. La supposta esistenza dell'eterno nega, dunque, il divenire posto come evidenza suprema dell'esperienza. Sicché porre l'eterno implica negare l'evidenza. Il pensiero speculativo degli ultimi due secoli ha definitivamente portato a coerenza il pensiero della tradizione mostrando l'impossibilità di qualsiasi immutabile capace di dominare il divenire imponendogli la propria legge. Ne consegue che il divenire, come uscire e ritornare nel niente delle cose, è la totalità del reale. La metafisica è il fondamento, rivelatosi erroneo, della previsione epistemica. La filosofia degli ultimi due secoli è il fondamento della previsione ipotetica, alla quale la razionalità scientifica ha definitivamente aderito nel corso dell'ultimo secolo. Come il premio Nobel per la fisica Arno Penzias ha dichiarato in un'intervista - cito a memoria -: la scienza è una fede, bisogna crederci, i Greci lo sapevano. E qui occorre fare attenzione. Il pensiero del nostro tempo, in specie di coloro che stanno in vetta al rigore speculativo (Leopardi, Nietzsche, Gentile e altri ancora), non è un relativismo o uno scetticismo ingenui: non dice che la verità non esiste, ma che la verità - indubitabile - è il divenire e perciò nessun sapere intorno a esso può mai avere verità epistemica. Ecco perché dicevo che la previsione ipotetica è fondata e perciò potente, la più potente fin qui conosciuta. Una potenza che a livello empirico può considerarsi testimoniata dalla crescente capacità, senza precedenti, dell'apparato scientifico tecnologico di realizzare scopi. Caduti gli immutabili (e ciò è la base di ogni forma di libertà del nostro tempo incluse quelle civili e l'abbandono degli stati assoluti) tale crescita non ha più alcun limite di principio, se sta in ascolto della filosofia contemporanea. Fin quando il senso greco del divenire (l'uscire e il ritornare nel niente delle cose), diffusosi ormai in tutti i popoli, non sarà in qualche modo smentito, la previsione ipotetica è la più potente delle previsioni conosciute, perché fondata, ossia coerente alla verità del divenire. Va però tenuto presente che il paradiso in terra che la tecnica va mostrando di saper produrre è, a un tempo, non garantito. La previsione ipotetica, infatti, per principio non lo può assicurare. Ciò spiega le inquietudini che serpeggiano intorno al crescente dominio dell'apparato scientifico tecnologico. Ma attenzione, decidere, ad esempio per prudenza, di non fare, di non agire, o comunque di imporre limitazioni poniamo per legge, è comunque una decisione come quella opposta, che a sua volta non dà e non può dare garanzie di salvezza. Anzi, per come stanno le cose, le decisioni limitative, ossia quelle ad esempio che proibiscono per legge ciò che è tecnicamente possibile, sono - volendo usare il linguaggio dei nostri autori - le più fragili.

Adesso veniamo alla pratica della pianificazione urbanistica così come è andata consolidandosi nell'ultimo secolo e mezzo. È strano che gli autori non la prendano in esame e non la discutano. Mirano a superarla, ma non mostrano analiticamente in che cosa consista e perché vada superata. Non indicano in modo determinato dove risieda la sua fragilità. Ne consegue che finiscono - senza avvedersene - per prospettarne una, la loro, che non oltrepassa quella fin qui praticata. Non solo, di fatto la loro è una pianificazione, se possibile, ben più fragile e inconsistente di quella attuale. La pianificazione urbanistica, quella operativa, è praticata dalle amministrazioni comunali in forza di legge con atti normativi (in Italia il diritto urbanistico è tuttora basato sulla legge 1150 del 1942). Alla luce del pensiero contemporaneo, nel quale pur in modo incerto si pongono anche gli autori, ci si dovrebbe chiedere, innanzitutto, se un atto normativo avente forza di legge possa mai essere un piano, tanto più una previsione ipotetica. Perché questi atti normativi vengono chiamati "piani"? Cosa li distingue da altri atti normativi della pubblica amministrazione sulla medesima materia, a esempio i regolamenti edilizi? Con l'atto normativo chiamato "piano" vengono determinate le destinazioni urbanistiche di ogni particella catastale, ossia porzioni di suolo che sono sotto il dominio esclusivo del diritto costituzionale di proprietà. Stante l'attuale ordine giuridico e il diritto costituzionale di proprietà, qualsiasi sia il tipo di previsione messa in opera per determinare tali destinazioni, è impossibile obbligare il proprietario a realizzare l'uso voluto dal piano. Il diritto di proprietà conferisce a chi ne ha titolo l'esclusivo godimento e l'esclusiva disponibilità del bene. Dunque, solo il proprietario può decidere di usarlo e quando usarlo e ne può disporre quando e come vuole ad esempio la vendita (fatta salva la vendita forzata tramite espropriazione per pubblica utilità). Dovrebbe essere evidente che se un piano a priori, per diritto, non può realizzare ciò che delibera nei tempi e nei modi voluti è impotente indipendentemente dal problema della previsione: non c'è da aspettare gli eventi per sapere se le destinazioni urbanistiche siano o meno fallaci. L'atto detto piano, in quanto normativo, è un finto piano. La pianificazione pubblica così come è stata istituita e praticata è perciò di fatto inconsistente. Tali tipi di piano hanno funzionato fintanto che per realizzarli è stato possibile utilizzare sistematicamente l'espropriazione per pubblica utilità. Nella situazione attuale le destinazioni urbanistiche possono essere utilizzate solo per attività speculative sfruttando il loro variare: variazioni che sono nel potere politico. La prima proposta da formulare per chi si pone il problema della pianificazione pubblica è l'abrogazione del piano urbanistico istituito dalla legge 1150/42. La seconda è avere chiaro che l'amministrazione pubblica può (e se si vuole deve) pianificare la propria attività e le proprie opere nell'ambito dei propri poteri e dei propri mezzi, incluso il suolo. Questa pianificazione mi pare se non del tutto assente, carente sotto vari aspetti, inclusi quelli concernenti le tecniche di previsione opportunamente trattate dai nostri autori. Appiattita sul piano normativo l'urbanistica non ha finora strutturato a sufficienza un sapere tecnico in grado di supportare e promuovere tale pianificazione pubblica.

Nei poteri della pubblica amministrazione sta quello di limitare, regolamentare, proibire determinati usi del suolo in determinati luoghi, non quello di pianificarne l'uso futuribile pre-determinandolo, perché come s'è detto resta una deliberazione impotente e in ultimo risulta dannosa agli interessi pubblici. Gli autori sembrano consapevoli del ruolo delle norme negative. Ma, conformemente al pensiero dominante, le considerano e inglobano all'interno degli atti di pianificazione. Gli atti normativi non sono e non possono essere piani e tanto meno lo sono le norme negative (in verità le norme sono sempre negative anche quando hanno la forma positiva). Le norme hanno basi etiche. Le etiche, col tramonto degli immutabili, non hanno più fondamento. E sono in crisi, ne è segno il loro proliferare. La politica, in questa nostra epoca, si trova principalmente a dover gestire etiche in crisi. Perciò ha necessità di emanare norme (in Italia anche troppe). I principali ambiti normativi che più direttamente riguardano la configurazione dello spazio e dunque l'uso del suolo - attualmente - sono la tutela del patrimonio e la mitigazione dei rischi ambientali e tecnologici. Perché tali norme siano efficaci devono essere semplici, poche e chiare, comprensibili a chiunque. Ma soprattutto non devono essere elaborate in funzione di atti di pianificazione. Quest'ultimi devono sottostare a esse. Gli atti normativi negativi devono essere elaborati e deliberati, in dettaglio anche a livello comunale, in modo analogo a una carta costituzionale. Altrimenti, se l'atto di piano col quale si vuol mutare il territorio è elaborato e deliberato insieme alle norme negative che limitano i mutamenti si determina un conflitto di interessi, dove ha il sopravvento il più forte in quel momento mentre l'altro sarà subordinato e strumentale allo scopo dominante.

Francesco Ventura

 

 

N.d.C. - Francesco Ventura, già professore ordinario di Urbanistica all'Università degli Studi di Firenze, ha pubblicato tra gli altri: L'istituzione dell'urbanistica. Gli esordi italiani (Libreria Alfani Ed., 1999); Statuto dei luoghi e pianificazione (Città Studi Edizioni, 2000); Sul fondamento del progettare e l'infondatezza della norma, in P. Bottaro, et al. (a cura di), Lo spazio, il tempo e la norma (Ed. Scientifica, 2008); La verità del falso ("Area, n. 105-2009); Il monumento tra identità e rassicurazione, in G. Amendola (a cura di), Insicuri e contenti (Liguori, 2011); La tutela e il recupero dei centri storici, in L. Gaeta, et al., Governo del territorio e pianificazione spaziale (Città Studi, 2013); La progettazione del passato ed il ricordo del futuro, in A. Iacomoni (a cura di), Questioni sul recupero della città storica (Aracne, 2014).

Per Città Bene Comune ha scritto: Urbanistica: tecnica o politica? (14 febbraio 2016); Lo stato della pianificazione urbanistica. Qualche interrogativo per un dibattito (1 aprile 2016); Urbanistica: né etica, né diritto (30 giugno 2016); Più che l'etica, è la tecnica a dominare le città (16 febbraio 2017).

Sul libro oggetto di questo commento, v. anche: S. Tagliagambe, Senso del limite e indisciplina creativa (28 aprile 2017); F. Indovina, Pianificazione "antifragile": un problema aperto (23 giugno 2017).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R

 


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28 Luglio 2017

 

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Gli articoli

2015: online/pubblicazione
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2017:

G. Imbesi, Viaggio interno (e intorno) all'urbanistica, commento a R. Cassetti, La città compatta (Gangemi 2016)

D. Demetrio, Una letteratura per la cura del mondo, commento a S. Iovino, Ecologia letteraria (Ed. Ambiente, 2017)

M. Salvati, Il mistero della bellezza delle città, commento a M. Romano, Le belle città (Utet, 2016)

P. C. Palermo, Vanishing. Alla ricerca del progetto perduto, commento a C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

F. Indovina, Pianificazione "antifragile": problema aperto, commento a I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

F. Gastaldi, Urbanistica per distretti in crisi, commento a A. Lanzani, C. Merlini, F. Zanfi (a cura di), Riciclare distretti industriali (Aracne, 2016)

G. Pasqui, Come parlare di urbanistica oggi, commento a B. Bonfantini, Dentro l'urbanistica (Franco Angeli, 2017)

G. Nebbia, Per un'economia circolare (e sovversiva?), commento a E. Bompan, I. N. Brambilla, Che cosa è l'economia circolare (Edizioni Ambiente, 2016)

E. Scandurra, La strada che parla, commento a L. Decandia, L. Lutzoni, La strada che parla (FrancoAngeli, 2016)

V. De Lucia, Crisi dell'urbanistica, crisi di civiltà, commento a G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2016)

P. Barbieri, La forma della città, tra urbs e civitas, commento a A. Clementi, Forme imminenti (LISt, 2016)

M. Bricocoli, Spazi buoni da pensare, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

S. Tagliagambe, Senso del limite e indisciplina creativa, commento a: I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

J. Gardella, Disegno urbano: la lezione di Agostino Renna, commento a: R. Capozzi, P. Nunziante, C. Orfeo (a cura di), Agostino Renna. La forma della città (Clean, 2016)

G. Tagliaventi, Il marchio di fabbrica delle città italiane, commento a: F. Isman, Andare per le città ideali (il Mulino, 2016)

L. Colombo, Passato, presente e futuro dei centri storici, commento a: D. Cutolo, S. Pace (a cura di), La scoperta della città antica (Quodlibet, 2016)

F. Mancuso, Il diritto alla bellezza, riflessione a partire dai contributi di A. Villani e L. Meneghetti

F.Oliva, "Roma disfatta": può darsi, ma da prima del 2008, commento a: V. De Lucia, F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi, 2016)

S.Brenna, Roma, ennesimo caso di fallimento urbanistico, commento a V. De Lucia e F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi 2016)

A. Calcagno Maniglio, Bellezza ed economia dei paesaggi costieri, contributo critico sul libro curato da R. Bobbio (Donzelli, 2016)

M. Ponti, Brebemi: soldi pubblici (forse) non dovuti, ma, commento a: R. Cuda, D. Di Simine e A. Di Stefano, Anatomia di una grande opera (Ed. Ambiente, 2015)

F. Ventura, Più che l'etica è la tecnica a dominare le città, commento a: D. Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città (Ombre corte, 2016)

P. Pileri, Se la bellezza delle città ci interpella, commento a: G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2016)

F. Indovina, Quale urbanistica in epoca neo-liberale, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

L. Meneghetti, Discorsi di piazza e di bellezza, riflessione a partire da M. Romano e A. Villani

P. C. Palermo, Non è solo questione di principi, ma di pratiche, commento a: G. Becattini, La coscienza dei luoghi (Donzelli, 2015)

G. Consonni, Museo e paesaggio: un'alleanza da rinsaldare, commento a: A. Emiliani, Il paesaggio italiano (Minerva, 2016)

 

 

I post

L'inscindibile legame tra architettura e città, commento a: A. Ferlenga, Città e Memoria come strumenti del progetto (Marinotti, 2015)

Per una città dell'accoglienza, commento a: I. Agostini, G. Attili, L. Decandia, E. Scandurra, La città e l'accoglienza (manifestolibri, 2017)