Gianni Ottolini  
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VITTORIO UGO E IL DISCORSO DELL'ARCHITETTURA


Commento al libro di Antonio Belvedere



Gianni Ottolini


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La generazione di architetti italiani nati fra la fine degli anni Trenta e il primo dopoguerra, quindi laureati negli anni Sessanta, ha vissuto una vicenda formativa e professionale per molti versi omogenea ma caratterizzata dai diversi contesti locali in cui si è svolta. Ciò che più sorprende nel testo che Antonio Belvedere ha dedicato ai primi decenni (anni Sessanta e Settanta) dell'attività professionale, didattica e scientifica del suo maestro Vittorio Ugo - Quando costruiamo case, parliamo, scriviamo. Vittorio Ugo architetto (Officina Edizioni, 2015) - è il ritrovarvi le corrispondenze fra quanto accaduto a Palermo, sua città e contesto di origine, e le storie di altre città italiane sedi in quegli anni di altrettanto imponenti processi di trasformazione urbana e territoriale e di travagliato riassetto delle Facoltà di Architettura.

Nel libro le vicende politiche nazionali stanno sullo sfondo, come gli esiti della ricostruzione postbellica e l'inadeguatezza della normativa urbanistica alle nuove dinamiche territoriali e urbane, il mutato quadro politico con l'accesso dei socialisti al governo, le sperate e poi disattese riforme urbanistica e dell'università, l'istituzione delle Regioni - ma la Sicilia gode fra le prime di uno statuto speciale - cui passano le competenze urbanistiche e sulla casa. Sono invece richiamati più direttamente alcuni passaggi istituzionali nevralgici per il mestiere di architetto e urbanista - come la Legge 167 del 1962 e la Legge "ponte" del 1967 - e per quello di professore universitario - come i Provvedimenti Urgenti per l'Università del 1969 e il Nuovo Ordinamento degli Studi in Architettura del 1973 - coi loro controversi seguiti di incarichi e concorsi professionali e di riordino delle stesse figure di docenti e ricercatori. Questi, tuttavia, risultano declinati nella specificità di alcuni contesti che non possono prescindere da disastri ambientali - per esempio, quelli conseguenti alle distruzioni belliche o quelli più recenti della frana di Agrigento o del terremoto del Belice - e da interessi politici e immobiliari - come il "sacco della città" di Palermo fra amministrazioni "che non rispettano i loro stessi vincoli", élite economiche, mafia e speculazione - oltre che disciplinari e accademici che attribuiscono un carattere singolare a questa specifica storia.

La provenienza scolastica e famigliare di Ugo - maturità classica, padre architetto, presidente dell'Ordine e professore alla Facoltà di Architettura - rimandano a quell'ancora relativamente ristretto numero di studenti di Architettura appartenenti a una sorta di élite, prima che la liberalizzazione degli accessi all'università e l'esplosione di massa degli iscritti mettesse in crisi la loro stessa originale spinta di riforma, alla metà degli anni Sessanta, dello sclerotico ordinamento degli studi ereditato dal dopoguerra. Questo, lo ricordiamo, era legato a una formazione para-professionale priva di un impegnato orizzonte sociale e di connessioni con la ricerca storica e progettuale alle diverse scale, anche se aperta all'aggiornamento in alcuni settori - ad esempio, sull'industrializzazione edilizia e sui processi e metodi sistematici di progettazione - che non a caso riguardano i primi lavori di Ugo. Un'impronta brutalista, insieme artigianale e proto-industriale, con disegni di dettaglio dell'edificio e dell'arredo, e un'assidua cura del cantiere, segna le case unifamiliari nell'area palermitana - fra cui, da ricordare, quelle sui terreni in pendio di Monreale, aperte verso il mare -, mentre le case del decennio successivo risentiranno maggiormente di quella cultura storicista e degli "esercizi formali" che hanno segnato l'avvento del postmoderno e il suo superamento - da Kahn ai Five Architects, di cui Ugo presenta la mostra a Palermo -.

Negli stessi anni, sono rilevanti i suoi rapporti personali con alcuni fra i maggiori esponenti dell'architettura italiana chiamati in cattedra a Palermo - dal torinese Levi-Montalcini, ai romani Aymonino e Samonà, ai milanesi Pollini e Gregotti - e lì rimasti solo per alcuni anni in una improvvida tradizione "coloniale" - quasi obbligata dai meccanismi e dalle logiche delle chiamate accademiche - mentre venivano poco valorizzate le migliori menti locali, a volte (come nel caso di Ugo) anche cosmopolite.

Com'era tipico per i giovani laureati di quegli anni, spesso associati a loro ex-compagni di studi, numerosi sono i concorsi giocati da Ugo per località regionali - Piano regolatore di Taormina, Chiesa a Palermo -, nazionali - Scuola media unica a Bologna, Palazzo dello sport a Firenze, Banco di Sardegna a Sassari - e internazionali - "Casa europea" per la Fiera di Gand, Municipio di Amsterdam -, fino all'ultimo per il quartiere Zona di Espansione Nord - il celebre ZEN, vinto da Gregotti -. In parallelo - anche per gli stimoli che gli vengono dai seminari sulla "nuova dimensione" urbana promossi dalla Fondazione Olivetti, cui partecipa, come quello ad Arezzo del 1963 promosso da Quaroni e De Carlo -, Ugo si impegna in numerose commesse di piani urbanistici per piccoli comuni della Sicilia orientale. In questi appare costante una "costruzione architettonica del paesaggio" fondata sulla sua storia ambientale (edilizia e colturale) e su attendibili sviluppi demografici, economici e infrastrutturali. Questo con costanti riferimenti alle più avanzate proposte e sperimentazioni in campo nazionale e internazionale: dai complessi polifunzionali come "centri di servizi" dei quartieri residenziali, alle nuove idee sulla "architettura della città" e sul "territorio dell'architettura" - con le loro riscoperte del carattere urbano e paesaggistico dell'architettura - alle visioni macro-urbanistiche giapponesi.

Sono proprio le disavventure professionali in campo urbanistico, con le documentate resistenze o opposizioni degli interessi fondiari e immobiliari - che, con la complicità o l'inadeguatezza delle amministrazioni comunali (anche di sinistra), bloccano i piani territoriali e urbani proposti e le loro previsioni di contenimento demografico ed edilizio e di tutela idrogeologica e salvaguardia agricola (Belvedere richiama in particolare le azioni di contrasto e i tempi senza fine del Piano di Naso, nel Messinese) - ma anche le pretestuose gerarchie e competizioni accademiche fra settori disciplinari - che lo spostano dalla Composizione architettonica al Disegno -, ad allontanare Ugo dalla professione e dalla Sicilia, a vantaggio di studi di storia, teoria, filosofia, semiologia e scienze umane - con un nevralgico stage alla Scuola di Alti Studi in Scienze Sociali di Parigi -, fondativi del "fare" (e dell'insegnare) architettura, sempre inteso non come puro fatto di figurazione ma come meditata messa in forma e concreta costruzione degli elementi e degli insiemi spaziali edilizi, urbani e paesaggistici.

Sta proprio qui, nell'intreccio profondo fra "le parole" e "le cose", il fondamento della citazione che costituisce il titolo stesso del libro di Belvedere, quasi un riassunto del pensiero di Ugo, scomparso nel 2005, quando era professore ordinario di Disegno al Politecnico di Milano e riconosciuto teorico e critico dell'architettura. Un pensiero maturato come discorso non sull'architettura ma dell'architettura stessa, coi suoi elementi-parole, le sue forme elementari e archetipiche e le ragioni umanistiche profonde del suo progetto che saranno oggetto dei suoi lavori didattici e scientifici nei decenni successivi.

 

Gianni Ottolini

 

 

 

 

N.d.C. - Gianni Ottolini, professore onorario di Architettura degli Interni e Allestimento, ha diretto il Dipartimento di Progettazione dell'Architettura del Politecnico di Milano.

Fra le sue pubblicazioni recenti sui temi urbani: Ricerca e progettazione per il recupero di un quartiere storico milanese, in R. Pugliese et al., L'abitazione sociale (Unicopli, 2007); Conformazione e attrezzatura degli interni paesaggistici, in I. Vesco, Allestire il paesaggio (Grafill, 2008); Interior architecture and nature, in Interior Wor(l)ds (Allemandi, 2010); Progetto del museo e riqualificazione urbana (Libraccio, 2012); Stupidità dei grattacieli e bellezza futura della città, "Studi di Estetica", 46-2012; Interni urbani, in V. Saitto, Interni urbani (Maggioli, 2013).

Per Città Bene Comune ha scritto Arte e spazio pubblico (23 giugno 2016) ora in: R. Riboldazzi (a cura di) in Id. (a cura di) Città Bene Comune 2016. Per una cultura urbanistica diffusa, Milano: Edizioni Casa della Cultura, 2017, pp. 220-223.

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

25 Agosto 2017

 

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di dibattito sulla città, il territorio e la cultura del progetto urbano e territoriale

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

ideato e diretto da
Renzo Riboldazzi

in redazione:
Elena Bertani
Oriana Codispoti

cittabenecomune@casadellacultura.it

 

 

Gli incontri

2013: programma/present.
2014: programma/present.
2015: programma/present.
2016: programma/present.
2017: programma/present.

 

 

Gli autoritratti

2017: Edoardo Salzano

 

 

Le letture

2015: online/pubblicazione
2016: online/pubblicazione
2017:

F. Ventura, Antifragilità (e pianificazione) in discussione, commento a I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

G. Imbesi, Viaggio interno (e intorno) all'urbanistica, commento a R. Cassetti, La città compatta (Gangemi 2016)

D. Demetrio, Una letteratura per la cura del mondo, commento a S. Iovino, Ecologia letteraria (Ed. Ambiente, 2017)

M. Salvati, Il mistero della bellezza delle città, commento a M. Romano, Le belle città (Utet, 2016)

P. C. Palermo, Vanishing. Alla ricerca del progetto perduto, commento a C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

F. Indovina, Pianificazione "antifragile": problema aperto, commento a I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

F. Gastaldi, Urbanistica per distretti in crisi, commento a A. Lanzani, C. Merlini, F. Zanfi (a cura di), Riciclare distretti industriali (Aracne, 2016)

G. Pasqui, Come parlare di urbanistica oggi, commento a B. Bonfantini, Dentro l'urbanistica (Franco Angeli, 2017)

G. Nebbia, Per un'economia circolare (e sovversiva?), commento a E. Bompan, I. N. Brambilla, Che cosa è l'economia circolare (Edizioni Ambiente, 2016)

E. Scandurra, La strada che parla, commento a L. Decandia, L. Lutzoni, La strada che parla (FrancoAngeli, 2016)

V. De Lucia, Crisi dell'urbanistica, crisi di civiltà, commento a G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2016)

P. Barbieri, La forma della città, tra urbs e civitas, commento a A. Clementi, Forme imminenti (LISt, 2016)

M. Bricocoli, Spazi buoni da pensare, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

S. Tagliagambe, Senso del limite e indisciplina creativa, commento a: I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

J. Gardella, Disegno urbano: la lezione di Agostino Renna, commento a: R. Capozzi, P. Nunziante, C. Orfeo (a cura di), Agostino Renna. La forma della città (Clean, 2016)

G. Tagliaventi, Il marchio di fabbrica delle città italiane, commento a: F. Isman, Andare per le città ideali (il Mulino, 2016)

L. Colombo, Passato, presente e futuro dei centri storici, commento a: D. Cutolo, S. Pace (a cura di), La scoperta della città antica (Quodlibet, 2016)

F. Mancuso, Il diritto alla bellezza, riflessione a partire dai contributi di A. Villani e L. Meneghetti

F.Oliva, "Roma disfatta": può darsi, ma da prima del 2008, commento a: V. De Lucia, F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi, 2016)

S.Brenna, Roma, ennesimo caso di fallimento urbanistico, commento a V. De Lucia e F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi 2016)

A. Calcagno Maniglio, Bellezza ed economia dei paesaggi costieri, contributo critico sul libro curato da R. Bobbio (Donzelli, 2016)

M. Ponti, Brebemi: soldi pubblici (forse) non dovuti, ma, commento a: R. Cuda, D. Di Simine e A. Di Stefano, Anatomia di una grande opera (Ed. Ambiente, 2015)

F. Ventura, Più che l'etica è la tecnica a dominare le città, commento a: D. Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città (Ombre corte, 2016)

P. Pileri, Se la bellezza delle città ci interpella, commento a: G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2016)

F. Indovina, Quale urbanistica in epoca neo-liberale, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

L. Meneghetti, Discorsi di piazza e di bellezza, riflessione a partire da M. Romano e A. Villani

P. C. Palermo, Non è solo questione di principi, ma di pratiche, commento a: G. Becattini, La coscienza dei luoghi (Donzelli, 2015)

G. Consonni, Museo e paesaggio: un'alleanza da rinsaldare, commento a: A. Emiliani, Il paesaggio italiano (Minerva, 2016)

 

 

I post

L'inscindibile legame tra architettura e città, commento a: A. Ferlenga, Città e Memoria come strumenti del progetto (Marinotti, 2015)

Per una città dell'accoglienza, commento a: I. Agostini, G. Attili, L. Decandia, E. Scandurra, La città e l'accoglienza (manifestolibri, 2017)