Marco Ponti  
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NON-MARXISTA SU UN DIALOGO TRA MARXISTI


Ancora un commento al libro di Giacomo Becattini



Marco Ponti


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Non è compito facile esprimere un'opinione partendo da posizioni culturali e ideologiche così diverse. Il libro di Giacomo Becattini, La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale (Donzelli, 2015) - con la presentazione di Alberto Magnaghi e un dialogo tra quest'ultimo e l'autore scomparso all'inizio di quest'anno - sembra non lasciare dubbi sulla sua ascrivibilità all'ideologia marxista così come non ce ne sono sulla distanza di chi scrive da quest'ultima. Questo anche se da sempre i marxisti hanno declinato le loro posizioni in molteplici modi che costringono ad anticipate scuse circa della rozzezza di questa espressione - evidentemente utilizzata solo per fini retorici - e anche per l'ovvietà di molte delle cose che seguono, soprattutto per quanti - com'è stato per Becattini - si occupano prevalentemente di economia.

Questa condizione di "esterno" - esterno dall'ambito disciplinare dell'urbanistica cui questa rubrica prevalentemente si rivolge e da una certa ideologia - consente, anzi obbliga, a entrare nel merito dei fondamenti politici della questione, ovvero delle posizioni anti-mercato. Posizioni che sembrano diffusissime tra quanti si occupano del progetto della città e del territorio, tra gli ambientalisti e, paradossalmente, anche tra le nuove destre "sovraniste", queste ultime caratterizzate perfino da alcune connotazioni razziste (non è un caso che il massimo consigliere di Trump sia un razzista dichiarato). Tuttavia, ad entrambi i gruppi - urbanisti e ambientalisti, tralasciamo i gruppi politici - occorre anche riconoscere qualche simpatia per Karl Schmitt ("noi e loro", la sacra Terra, ecc.) che parrebbe contraddire questo assunto iniziale.

Cominciamo subito col premettere che il marxismo è considerata un'ideologia nettamente superiore, sul piano umanistico e morale, a quella del capitalismo che, al contrario, è basata sull'egoismo e l'avidità - la "mano invisibile" di Adam Smith è questo - che sembra che ne generino le spinte vitali. Chi potrebbe dubitare che una società di liberi e uguali, animati da spirito collaborativo e solidale, sia migliore da ogni punto di vista? Ma - lo sappiamo tutti - il socialismo è crollato rovinosamente a causa della sua insostenibilità teorica ancor più e prima del suo fallimento storico. La confutazione di Eugen Ritter von Böhm-Bawerk al modello "scientifico" marxiano - ovvero la trasformazione dei valori in prezzi - ha inesorabilmente ricondotto quel modello alla sfera delle ideologie, che è cosa assai diversa da una teoria scientifica. Siamo tra quanti credono che occorra difendere le ideologie perché sono la base irrinunciabile del dialogo politico, ma questo rimane un colpo fatale. La scienza di tipo positivista non c'entra con quel modello, come c'entra poco nei modelli economico-politici dei "paradisi neoclassici". In altre parole, sostenere che la concorrenza tra capitalisti sia inesistente o irrilevante è identico e simmetrico a sostenere la "concorrenza perfetta" dei mercati. Sono due palesi falsità.

Ben più grave però è il fallimento storico della più fondamentale assunzione marxiana: lo sviluppo delle forze produttive. Karl Marx era un materialista storico, mica un giulivo sociologo buonista o una specie di papa Bergoglio. Le sue lodi alla "borghesia trionfante" come forza sviluppatrice del mondo, e della tecnologia in particolare, sono ben note. Le cose, però, non sono andate così: senza incentivi, cioè senza concorrenza, le forze produttive si sviluppano pochissimo. Altri meccanismi e incentivi allora si mettono in moto per distribuire il reddito: l'appartenenza al partito e, alla fine - coerentemente - la "verticalizzazione del potere" e la servile fedeltà al "dittatore benevolo e onnisciente". Altro che società di liberi e uguali (e aggiungerei ricchi, nel senso di non più schiavi del bisogno): storicamente, proprio nei paesi dove si è tentato di praticare il socialismo, è nato il suo opposto.

Corollario di questo fallimento - prima teorico e poi storico - è l'aver ignorato un fenomeno noto come "tragedy of commons" o anche "free riding". In assenza di incentivi, i "beni comuni" tendono a venire distrutti o sprecati, nonostante ogni buona volontà personale e ogni ammonimento collettivo. Si guardi l'ambiente: al salire del prezzo del petrolio, il contenuto energetico, quindi di inquinamento, per unità di prodotto nell'Occidente capitalistico crollò, mentre nei regimi socialisti, privi di "segnali di prezzo" adeguati, è continuato ad aumentare, come è aumentato ancora fino a poco fa in Cina, oggi massimo inquinatore mondiale.

"Ad evidentiam" è il capitalismo che ha sviluppato le forze produttive, seppur in modo brutale. Citando Mao si può cioè affermare che "non è stata una festa da ballo" ma i numeri non lasciano dubbi: il reddito pro-capite nel mondo si stima cresciuto di cinque o sei volte dall'inizio della rivoluzione industriale; la vita media e l'istruzione media sono molto aumentate; la popolazione è decuplicata, quando era solo raddoppiata nei due millenni precedenti. E con l'avvento della globalizzazione - circa cinquant'anni fa -, la fame nel mondo si è ridotta e se prima interessava due miliardi di persone oggi ne sono colpite "solo" - si fa per dire - ottocento milioni, quasi tutte concentrate dove la globalizzazione non è arrivata (cioè le aree agricole interne africane e, meno, quelle asiatiche).

Le migrazioni "economiche" in Europa avvengono essenzialmente perché in Africa adesso hanno i soldi per emigrare, prima non lo potevano certo fare (lo confermano anche dati pubblicati dall'"Economist"). Emigrare costa un multiplo molto rilevante di un reddito di sussistenza. E i migranti sanno - grazie ai media e alla migliorata istruzione - come si sta nel mondo capitalistico (prima non lo sapevano neppure). Anche la leggenda dell'Occidente che si è arricchito sfruttando i paesi poveri è presto smentita se confrontiamo con oggettività il valore dei flussi economici tra paesi ricchi con quello quelli tra paesi ricchi e paesi poveri.

A dispetto di tutto ciò, nel libro di Becattini si prospetta una società sostanzialmente cooperativa, basata sull'appartenenza a luoghi riconoscibili, sulle produzioni locali, sulla vicinanza fisica tra persone, sui beni comuni, sull'ambiente. Temo che questo modello non venga esplicitamente chiamato "socialista" solo perché più simile a una visione pre-industriale del mondo. Una visione di fronte alla quale anche Marx sarebbe probabilmente inorridito. Riteneva infatti che il progresso industriale - paralizzato a suo parere in modo crescente dalle contraddizioni del capitalismo (crisi ricorrenti da sottoconsumo, ecc.) - fosse la forza preponderante per la liberazione dell'umanità.

A ciò si aggiunga che a questa società pastorale del futuro - cara a figure come quella di Vandana Shiva e ad altri apostoli della decrescita felice - la globalizzazione appare come una specie di anatema. Ma la tecnologia, soprattutto quella che riguarda le comunicazioni, piaccia o non piaccia c'è e tende a rendere sempre meno rilevanti i vincoli spaziali. Oggi un viaggio transatlantico costa la metà di un salario mensile di un operaio europeo. La conoscenza è diventata quasi gratuita e, grazie a Internet, arriva a domicilio praticamente ovunque. Certo, aumentano le solitudini, ma si ampliano a dismisura anche i contatti che dovremo imparare a gestire. Lo spazio urbano e territoriale - anche questo dovrebbero considerare gli urbanisti - tende a trasformarsi in una cartolina se non nello sfondo di un banale quanto diffusissimo selfie. Certo, tutto ciò forse è un male, ma è alla portata di tutti. Il rapporto di vicinato sarebbe preferibile? Forse sì, ma forse anche no. Si pensi, per esempio, ai fenomeni di controllo sociale che quel rapporto esercita sulle libertà individuali.

La visione anti-mercato dell'edificazione comporta, giocoforza, un aumento dei vincoli all'uso della proprietà privata volti a contrastare quello che comunemente è considerato un fenomeno deprecabile, la speculazione. Si dà tuttavia il fatto che siano proprio i vincoli a massimizzare, anzi a creare la rendita urbana. È una legge abbastanza ovvia: se posso costruire solo io, ma non il mio vicino, da quella costruzione guadagnerò molto di più. Gli "speculatori", dunque, adorano i vincoli e fanno di tutto per promuovere quelli a loro favore, lecitamente o illecitamente. Con meno vincoli urbanistici i prezzi delle case si abbasserebbero. Cosa che intuitivamente piacerebbe molto a chi ha pochi soldi perché offrirebbe la possibilità di comprare o affittare una casa con meno sacrifici (cfr., per esempio, le analisi di Cox).

Non sempre però le cose vanno così. Kansas City, la città meno vincolata - e, diciamolo, anche tra le più brutte - del mondo, ha il rapporto prezzo della casa/reddito medio più basso del pianeta. All'opposto, la "greenbelt" di Londra - massima espressione di vincolo ambientale - ha provocato l'esplosione dei prezzi in città. Questo, certo, ha probabilmente fatto la felicità dei proprietari degli immobili ma ha costretto milioni di persone a risiedere lontano dalla città in cui continuano a lavorare, costringendole a lunghissimi viaggi pendolari. Ha cioè peggiorato la loro qualità della vita per l'ulteriore tempo sottratto alla loro esistenza oltre quello del lavoro e per i rilevanti costi dei trasporti che devono sostenere. A ciò si aggiunga che l'area vincolata è oggi parzialmente agricola, e dunque potenzialmente inquinante, oltre che parzialmente abbandonata: non si poteva certo trasformala tutta in un parco.

Per concludere, di buone intenzioni che non guardano i fenomeni reali è lastricata la via dell'inferno. Anche il barbuto materialista di Treviri (Karl Marx, ndr) sarebbe stato d'accordo.

Marco Ponti

 

 

 

 

N.d.C. - Marco Ponti, già professore ordinario di Economia applicata al Politecnico di Milano, è stato consulente della Banca Mondiale, dell'OCSE e della Commissione Europea.

Tra i suoi libri: con D. Calabi (a cura di), I trasporti. Raccolta di documenti politici (Iuav, 1972); con P. Fano, Il traffico urbano in Italia (F. Angeli, 1972); Il caso di Ottana (Esi, 1975); (a cura di), I trasporti e l'industria (Il Mulino, 1992); con P. Beria, Introduzione ai sistemi di trasporto (Pitagora, 2007); con P. Beria e S. Erba, Una politica per i trasporti italiani (Laterza, 2007); con S. Moroni e F. Ramella, L'arbitrio del Principe. Sperpero e abusi nel settore dei trasporti: che fare? (IBL Libri, Milano-Torino 2015).

Per Città Bene Comune ha scritto: Il paradiso è davvero senza automobili? (16 aprile 2016) - ora in ora in R. Riboldazzi (a cura di), Città Bene Comune 2016. Per una cultura urbanistica diffusa (Milano: Edizioni Casa della Cultura, 2017), pp. 162-165 - e Brebemi: soldi pubblici (forse) non dovuti (22 febbraio 2017).

Sullo stesso libro oggetto di questo commento, v. anche gli scritti di: Giancarlo Consonni, Un pensiero argomentante, dialogico, sincretico, operante (2 giugno 2016) e Pier Carlo Palermo, Non è solo questione di principi, ma di pratiche (18 gennaio 2017).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

22 Settembre 2017

 

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, il paesaggio e la cultura del progetto urbano, paesistico e territoriale

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Le letture

2015: online/pubblicazione
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2017:

G. Semi, Tante case non fanno una città, commento a E. Garda, M.Magosio, C. Mele, C. Ostorero, Valigie di cartone e case di cemento (Celid, 2015)

M. Aprile, Paesaggio: dal vincolo alla cura condivisa, commento a G. Ferrara, L'architettura del paesaggio italiano (Marsilio, 2017)

S. Tedesco, La messa in forma dell'immaginario, commento a A.Torricelli, Palermo interpretata (Lettera Ventidue, 2016)

G. Ottolini, Vittorio Ugo e il discorso dell'architettura, commento a A. Belvedere, Quando costruiamo case, parliamo, scriviamo. Vittorio Ugo architetto (Officina Edizioni, 2015)

F. Ventura, Antifragilità (e pianificazione) in discussione, commento a I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

G. Imbesi, Viaggio interno (e intorno) all'urbanistica, commento a R. Cassetti, La città compatta (Gangemi 2016)

D. Demetrio, Una letteratura per la cura del mondo, commento a S. Iovino, Ecologia letteraria (Ed. Ambiente, 2017)

M. Salvati, Il mistero della bellezza delle città, commento a M. Romano, Le belle città (Utet, 2016)

P. C. Palermo, Vanishing. Alla ricerca del progetto perduto, commento a C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

F. Indovina, Pianificazione "antifragile": problema aperto, commento a I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

F. Gastaldi, Urbanistica per distretti in crisi, commento a A. Lanzani, C. Merlini, F. Zanfi (a cura di), Riciclare distretti industriali (Aracne, 2016)

G. Pasqui, Come parlare di urbanistica oggi, commento a B. Bonfantini, Dentro l'urbanistica (Franco Angeli, 2017)

G. Nebbia, Per un'economia circolare (e sovversiva?), commento a E. Bompan, I. N. Brambilla, Che cosa è l'economia circolare (Edizioni Ambiente, 2016)

E. Scandurra, La strada che parla, commento a L. Decandia, L. Lutzoni, La strada che parla (FrancoAngeli, 2016)

V. De Lucia, Crisi dell'urbanistica, crisi di civiltà, commento a G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2016)

P. Barbieri, La forma della città, tra urbs e civitas, commento a A. Clementi, Forme imminenti (LISt, 2016)

M. Bricocoli, Spazi buoni da pensare, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

S. Tagliagambe, Senso del limite e indisciplina creativa, commento a: I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

J. Gardella, Disegno urbano: la lezione di Agostino Renna, commento a: R. Capozzi, P. Nunziante, C. Orfeo (a cura di), Agostino Renna. La forma della città (Clean, 2016)

G. Tagliaventi, Il marchio di fabbrica delle città italiane, commento a: F. Isman, Andare per le città ideali (il Mulino, 2016)

L. Colombo, Passato, presente e futuro dei centri storici, commento a: D. Cutolo, S. Pace (a cura di), La scoperta della città antica (Quodlibet, 2016)

F. Mancuso, Il diritto alla bellezza, riflessione a partire dai contributi di A. Villani e L. Meneghetti

F.Oliva, "Roma disfatta": può darsi, ma da prima del 2008, commento a: V. De Lucia, F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi, 2016)

S.Brenna, Roma, ennesimo caso di fallimento urbanistico, commento a V. De Lucia e F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi 2016)

A. Calcagno Maniglio, Bellezza ed economia dei paesaggi costieri, contributo critico sul libro curato da R. Bobbio (Donzelli, 2016)

M. Ponti, Brebemi: soldi pubblici (forse) non dovuti, ma, commento a: R. Cuda, D. Di Simine e A. Di Stefano, Anatomia di una grande opera (Ed. Ambiente, 2015)

F. Ventura, Più che l'etica è la tecnica a dominare le città, commento a: D. Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città (Ombre corte, 2016)

P. Pileri, Se la bellezza delle città ci interpella, commento a: G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2016)

F. Indovina, Quale urbanistica in epoca neo-liberale, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

L. Meneghetti, Discorsi di piazza e di bellezza, riflessione a partire da M. Romano e A. Villani

P. C. Palermo, Non è solo questione di principi, ma di pratiche, commento a: G. Becattini, La coscienza dei luoghi (Donzelli, 2015)

G. Consonni, Museo e paesaggio: un'alleanza da rinsaldare, commento a: A. Emiliani, Il paesaggio italiano (Minerva, 2016)

 

 

I post

L'inscindibile legame tra architettura e città, commento a: A. Ferlenga, Città e Memoria come strumenti del progetto (Marinotti, 2015)

Per una città dell'accoglienza, commento a: I. Agostini, G. Attili, L. Decandia, E. Scandurra, La città e l'accoglienza (manifestolibri, 2017)