Paolo Ceccarelli  
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RAPPRESENTARE PER CONOSCERE E GOVERNARE


Commento al libro di Pilar Maria Guerrieri



Paolo Ceccarelli


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Recensire Maps of Delhi di Pilar Maria Guerrieri (Niyogi Books, 2017, con un'introduzione di A. G. Krishna Menon) senza mostrarlo è un'impresa che ha dell' impossibile, ma vale la pena di tentare. Il libro, in inglese, solido nei contenuti e molto bello anche dal punto di vista grafico, raccoglie, ordina e analizza criticamente 44 mappe militari, tecniche, turistiche di Delhi. Le prime risalgono all'inizio dell'Ottocento e sono prodotte dalla National Survey and Mapping Organisation del governo coloniale britannico, istituita a fine Settecento per rilevare e mappare il paese; le ultime sono redatte alla fine del secolo scorso dai servizi tecnici della città. La raccolta è frutto di un lungo e difficile lavoro di ricerca, negli archivi indiani e inglesi, di materiale inedito, dimenticato, rovinato, smarrito. Pilar Guerrieri ha condotto in modo eccellente questo studio, sollecitata da storici e urbanisti indiani, durante la stesura di un altro libro (Negotiating Cultures: Delhi Architecture and Planning from 1912 to 1962 che sta per uscire da Oxford University Press) che rielabora la sua tesi di dottorato di ricerca in Composizione Architettonica, conseguita "cum laude" presso il Politecnico di Milano. Sono due contributi sull'India contemporanea, profondamente diversi, ma strettamente connessi tra loro, di grande valore, come testimoniano i giudizi espressi dai più autorevoli studiosi indiani: un riconoscimento non solo dei meriti dell'autrice, ma anche della qualità della ricerca italiana e dell'istituzione presso cui si è svolta. Sono anche uno stimolo per i nostri giovani ricercatori a impegnarsi seriamente nello studio di altri paesi e altre culture.

Maps of Delhi esamina due secoli di produzione di mappe di Delhi, un sistema urbano con storia millenaria, composto di varie città, giustapposte o intrecciate tra loro. La raccolta di queste straordinarie mappe, in gran parte ignote al pubblico indiano, non ha però solo lo scopo di illustrare le caratteristiche della capitale dell'India nel corso dell'Ottocento e del Novecento; per Pilar Guerrieri diviene occasione per analizzare e spiegare l'evoluzione di questa "città di città" e le ragioni del suo sviluppo e della sua pianificazione. Per questo, nella sua nota introduttiva, A. G. Krishna Menon osserva che "il libro rappresenta un importante contributo alla disciplina accademica dell'urbanistica in India, dando notevole risalto al ruolo delle mappe e l'importanza di farle". Un'osservazione che comunque non vale solo per l'India, in quanto il significato che la cartografia ha nel mondo moderno e contemporaneo e il suo ruolo nella conoscenza, organizzazione e governo dei processi urbani sono inspiegabilmente sottovalutati.

Leggendo le osservazioni critiche che accompagnano mappe di grande qualità grafica ed espressiva, emergono alcune questioni che sono centrali nel complesso mondo contemporaneo; in particolare quelle relative alla conoscenza di ciò che ci circonda e alla costruzione di categorie e strutture logiche per spiegarlo e gestirlo. Come si istituisce il rapporto tra noi e l'"altro" (mondo fisico o resto della società, che sia)? Per quale motivo e in che modo si descrive il mondo fisico attorno a noi, fatto di città e territori, attraverso uno strumento astratto come una mappa topografica? A chi si comunica ciò che si è descritto; come lo si fa e cosa interessa venga compreso di questa descrizione? Che regole e principi condivisi da tutti si cerca di elaborare, e come li si usa? In che modo alcuni modelli convenzionali si modificano e adattano nel tempo? La vicenda della cartografia dell'India è un'esemplare manifestazione della macchina conoscitiva, tecnica e politica dell'Occidente moderno: per i protagonisti coinvolti - esercito coloniale, organismi del governo civile, università, servizi tecnici, interessi immobiliari, turismo; per la sua evoluzione da rilevamento dei margini costieri del sub-continente alla progressiva appropriazione del suo interno attraverso la mappatura (un processo che, come ricorda Michelguglielmo Torri, si avvia nel corso del 17mo secolo); per l'essere stato un laboratorio di metodi e tecniche topografiche, applicate più tardi in altre regioni del mondo. Basta confrontare le prime mappe di Delhi della Survey of India a quelle, contemporanee, di Edo o di Pechino per cogliere il ruolo di "modernizzazione" che esse hanno ed i valori che rappresentano.

Maps of Delhi suscitando questi interrogativi si trasforma anche in una specie di matrioska di suggestioni, di nuovi interrogativi e linee di ricerca: affrontando un tema, ne fa saltar fuori un altro, che a sua volta ne suscita un terzo, che stimola la riflessione su un quarto e così via… Il lettore si ritrova così a essere debitore verso Pilar Guerrieri non solo per avergli fatto comprendere meglio il processo di sviluppo di una megalopoli del nostro tempo, ma anche per le inattese occasioni per immaginare connessioni, abbozzare ragionamenti, divagare intellettualmente sul nostro rapporto con la realtà che ci circonda e sui modi in cui esso si realizza. Per questo motivo è un libro ancor più complesso e importante di quanto può inizialmente sembrare. Non avevo forse anticipato che recensire Maps of Delhi senza poterlo mostrare è un'impresa disperata, ma da tentare? Ecco alcuni esempi di dove, cominciando a leggerlo, si può andare a finire.

 

Mappare ciò che non si conosce. Il "corpo dell' altro"

Il primo elemento su cui riflettere è il significato del "fare mappe". Nel nostro caso, che significato abbia avuto per i grandi poteri commerciali, e poi coloniali, dell'Occidente, fare, nella loro conquista del mondo, carte geografiche e mappe di particolari porzioni dell'America, dell'India, dell'Africa. "Fare mappe" è stata un'esigenza dei poteri coloniali e delle forme di sviluppo economico da essi generate di dar ordine, struttura e legittimazione a conoscenze e comportamenti. Nella stessa epoca in cui la cartografia occidentale si sviluppa in modo più sistematico e organizzato, nasce e si afferma anche la storiografia moderna. Si inizia a scrivere la storia partendo da punti di partenza fissi, costituiti da avvenimenti e luoghi, e descrivendo quello che da allora è successo. In sostanza nello scorrere continuo del tempo si scelgono momenti convenzionali e su di essi si costruisce un sistema logico di cause ed effetti. All'indistinto che c'era prima si sostituisce una narrazione precisa, consequenziale; dal pressappoco si passa alla precisione; dallo spazio vissuto alla mappa che lo ordina e lo rende intellegibile. Michel de Certeau ne La Scrittura della Storia spiega con grande chiarezza questo processo e per farlo ricorre proprio a un riferimento cartografico: una tavola disegnata da Jan Van der Straet per il libro Americae decima pars, pubblicato nel 1619 da Jean-Théodore de Bry, grande diffusore di immagini dell'America. In essa compaiono l'esploratore, Amerigo Vespucci e la terra esplorata, l'America. Riporto quanto scrive (scusandomi per la lunghezza della citazione) perché De Certeau parla di storia, ma il suo discorso vale, con molta chiarezza, anche per la costruzione dello sconosciuto "corpo dell'altro" attraverso carte e mappe.

Amerigo Vespucci lo Scopritore - scrive De Certeau - arriva dal mare, in piedi, vestito, corazzato, crociato porta le armi europee del senso e ha dietro di sé i vascelli che riporteranno verso l'Occidente i tesori di un paradiso. Di fronte, l'indiana America: donna stesa, nuda, presenza innominata della differenza, corpo che si risveglia in uno spazio di vegetazioni e di animali esotici. Scena inaugurale. Dopo un attimo di stupore su questa soglia segnata da un colonnato d'alberi, il conquistatore si appresta a scrivere il corpo dell'altro e a tracciare la propria storia. Ne farà il corpo istoriato - il blasone - dei suoi lavori e dei suoi fantasmi. Sarà l'America "latina". Questa immagine erotica e guerriera ha valore quasi mitico. Rappresenta l'inizio di un nuovo funzionamento occidentale della scrittura. Certo, la messa in scena di Jan Van der Straet raffigura la sorpresa davanti a questa terra di cui Vespucci fu il primo a capire distintamente che era una "nuova terra" ancora inesistente sulle carte, corpo sconosciuto ben presto vestito dal nome del suo inventore (Amerigo). Ma quella che viene così avviata, è una colonizzazione del corpo da parte del discorso del potere. È la scrittura conquistatrice: userà il Nuovo Mondo come una pagina bianca (selvaggia) dove scrivere il volere occidentale; trasforma lo spazio dell'altro in un campo di espansione per un sistema di produzione; a partire da una frattura tra un soggetto ed un oggetto dell'operazione, tra un voler scrivere e un corpo scritto (o da scrivere), fabbrica storia occidentale. La scrittura della storia è lo studio della scrittura come pratica storica .

(De Certeau, Michel, 2005, La scrittura dell'altro)

De Certeau ci fa capire come mappare sia davvero molto di più di un mero esercizio di topografia.

 

La mappa come sostituto della realtà

Mappare un territorio è anche descrivere, da parte di un estraneo, apparenze, organizzazione e funzionamento di un luogo in termini convenzionali e in forma bidimensionale; questa descrizione non corrisponde al modo in cui lo sperimenta e lo interpreta chi ci vive. Non per nulla Franco Farinelli richiama a questo proposito un'acuta osservazione di Denis Cosgrove: il fatto che "Il topografo è un outsider in quanto arriva dall'esterno e cerca di ridurre a quel che già conosce ciò che vede per la prima volta. Per l'insider invece, il paesaggio non esiste, perché chi abita un luogo e non conosce altro non può avere coscienza di alcuna diversità; per esso non esistono neanche i nomi delle cose". (Farinelli, Franco, 2003, Geografia). Pensando all'ambiente naturale in cui sorge Delhi, alle sue complesse stratificazioni successive, alle aggregazioni di elementi con caratteristiche molto diverse, che seguono regole proprie, difficili comunque da cogliere; all' uso informale di certi spazi, o alle regole assai complesse che regolano l'utilizzazione di altri (e che molto difficilmente sono comprese da chi è estraneo) emergono due cose. L'appropriazione dello spazio dell'altro, concepito e vissuto in modo molto diverso, ma di fatto corpo nudo, su cui apporre i propri segni; la profonda, sostanziale differenza tra chi fissa norme astratte per la lettura di un territorio e chi ci sta dentro, ci vive, lo usa per quello che è, secondo i criteri che in quel momento gli sembrano più appropriati. Così di fatto la mappa del territorio costruito diventa qualcosa che ha una propria autonomia, che rappresenta in primo luogo se stessa. "Ma questo - osserva ancora Farinelli - accade perché i modelli euclidei non sono serviti soltanto a descrivere il mondo ma letteralmente a costruirlo, a configurarlo, sono perciò diventati essi stessi concreta realtà. A ben considerarlo, tutta la cartografia non serve ad altro che a questo, a trasformare l'invisibile nel visibile, il software nell'hardware, ciò che si può disegnare in ciò che si può toccare, anche se di norma si crede proprio il contrario." (Farinelli, Franco, 2003, Geografia)

Per il resto del mondo - e soprattutto per quello occidentale con i suoi interessi economici e politici più diretti - le mappe di Delhi realizzate dai topografi dell'esercito di Sua Maestà diventano quindi Delhi stessa; che da allora in poi sarà difficile immaginare diversamente. E lo stesso avviene per tutte le città del mondo. Delhi, in forma di mappa, è inevitabilmente espressa secondo criteri convenzionali di lettura e interpretazione britannici (è costruita su quello che il cartografo già conosce a casa propria) che devono però essere adattati alla diversa cultura locale, in modo che singoli individui e istituzioni di questa possano meglio adeguarsi ad essa e utilizzarla. L'operazione ovviamente non può che avvenire per gradi, attraverso l'introduzione di successivi livelli di precisione e dettaglio, via via che da un lato la società locale impara a capire e ad interpretare le nuove regole dell' assetto spaziale e dall'altro le tecniche di rilevamento topografico si affinano. Quanto si osserva per le mappe vale anche per le immagini di città, che si elaborano e si presentano come se fossero la vera città. Basta pensare ai progetti delle 100 Smart Cities concepite da Narendra Modi per il futuro dell'India, o a quelli delle grandi metropoli africane - come Luanda, Lagos, Dakar, Kinshasa - fatti dei grandi studi di progettazione internazionali, per rendersi conto dello scarto che esiste tra l'immagine che diventa realtà e la realtà stessa. In questo le nostre città non sono da meno; si pensi ad esempio all'immaginario di Milano per l' Expo e il post-Expo, e al fantastico mondo in cui si dovrebbero trasformare gli scali ferroviari dismessi.

 

Riuscire a farsi capire

L'esperienza indiana ci permette di aprire una finestra anche su un' altra importante pagina del rapporto tra l'Occidente e l'India (e non solo). Così come la cartografia è indispensabile per fissare le regole di sviluppo della città, la lingua inglese è strumento fondamentale per governare ed essere obbediti. Ma anch'esso è uno strumento astratto che deve essere adattato per venire compreso ed utilizzato. Questo porterà alla sua trasformazione in lingua franca: alla nascita degli Englishes (Rosati, Francesca, 2008, World Englishes: aspetti lessicali e geopolitici; Seidlhofer, Barbara, 2011, Understanding English as a Lingua Franca). Si tratta del modo di riuscire a comunicare elementi culturali, esperienze, modi di comportarsi. Ancora una volta un problema assolutamente contemporaneo di utilizzazione di forme di espressione e strumenti di comunicazione propri di una cultura che vengono imposti, o comunque trasmessi, a un'altra e devono essere nella misura del possibile compresi. A più riprese dalla fine del Settecento e durante tutto l'Ottocento la macchina del governo inglese si impegna a introdurre l'uso della lingua inglese come strumento fondamentale per ottenere nella vita economica, nella gestione amministrativa e nelle relazioni sociali una diffusa applicazione delle pratiche e delle norme proprie del progetto coloniale. L'inglese deve diventare il mezzo di comunicazione tra Impero e sudditi e lo strumento per riuscire a far adattare questi ultimi a concetti e comportamenti propri del sistema dominante. Ma diventa anche il sistema di comunicazione trasversale tra le diverse culture indiane con le loro diversissime lingue. Il problema non è ovviamente di facile soluzione e richiede un progressivo adattare la lingua straniera originaria, con la sua struttura logica profondamente diversa, alla cultura delle popolazioni di altri luoghi. Si avvia così un processo di aggiustamento (anche di traduzione rispetto alle strutture logiche e linguistiche locali) dell'inglese. Quanto avviene in India si riproduce poi in tutto il Sud-est asiatico, in Cina, in Africa e nel Medio Oriente, dando origine e nuovi adattamenti

Le mappe hanno un ruolo di definizione della realtà e di affermazione di valori diversi da quelli tradizionali locali non dissimili a quello della lingua. E come avviene per la lingua esse devono tener conto delle diverse caratteristiche locali, non solo rispetto all'uso per cui vengono realizzate, ma anche a seconda della capacità di leggerle e comprenderle da parte di chi le usa (e questo ovviamente continua a valere per tutti coloro che non hanno pratica di cartografia). Di fatto questo implica la costruzione, attraverso l'interpretazione che ne dà un soggetto esterno, dell'habitat di una città, un territorio, un intero paese e contemporaneamente la produzione di qualcosa di nuovo, che è contaminazione e adattamento tra culture. Questo apre nuove occasioni di riflessione sull'architettura contemporanea e sulle variazioni di linguaggio che assume nelle diverse regioni del mondo: un'occasione che sarebbe da non perdere in qualche corso universitario. La convenzionalità della mappa, la sua autolegittimazione, il valore che ha in sé e per sé appare sempre più evidente oggi quando da un lato ci si sforza di prendere in considerazione e trascrivere tutto quello che avviene sul territorio e dall'altro però non si è in grado di produrre descrizioni capaci di tenere conto di tutti i processi di trasformazione che possono avvenire. Le mappe ottocentesche e della prima metà del Novecento non ritenevano necessario mappare gli insediamenti informali e marginali esistenti: sono nitide e ben organizzate in termini di confini, assi principali, punti di riferimento importanti; rappresentano gli elementi che la cultura europea del tempo riteneva fondamentali per descrivere un territorio. Le mappe di oggi non sono in grado di descrivere l'esistenza di fenomeni in continuo mutamento, con caratteristiche spesso profondamente contraddittorie. Questa situazione in parte è risolta dalle riprese aeree, ma anche così non si riesce a dare una adeguata soluzione al problema della rappresentatività; ne sono prova le Google Maps, che pur consentendo la possibilità di aumentare, ingrandendo la scala, gli elementi di dettaglio utili alla comprensione, sono spesso integrate da immagini proprie della conoscenza diretta, le street views che danno informazioni visive del vissuto.

 

Come rappresentare la complessità della città contemporanea?

Negli ultimi decenni del secolo scorso si è posto in misura crescente il problema di elaborare e adottare mappe più efficaci a rappresentare la complessa realtà della vita urbana, non riducibile solo a una visione bidimensionale, e più adatte ad appoggiare politiche sociali, economiche, fisiche più complesse. Questa necessità è aumentata notevolmente negli ultimi due decenni in conseguenza dell'accelerazione dello sviluppo tecnologico dei sistemi di comunicazione. Oggi la lettura dei territori e delle città avviene prevalentemente attraverso categorie di carattere economico, connesse a processi di natura globale o comunque di grande scala, di efficienza in termini di infrastrutture e sistemi tecnologici, di standard ambientali. L'ottica dal generale al particolare fa porre l'accento sugli elementi strutturali dei sistemi urbani, i capisaldi dello sviluppo e le prestazioni da definire con precisione, lasciando spazio alle questioni di scala inferiore e di dettaglio. Per funzionare, la "città planetaria" di Brenner (Brenner, 2014) non necessita di mappature dettagliate. Ma questa non è la sola chiave interpretativa della città contemporanea. Essa può essere letta invece come somma di azioni locali, di situazioni dovute alla presenza di più elementi, non necessariamente coerenti tra loro: abitanti con caratteristiche sociali, economiche, culturali diverse; varietà di usi anche conflittuali; elementi tradizionali e nuovi sviluppi, infrastrutture di ogni tipo; spazi pubblici e privati, aree verdi, paesaggi incontaminati e territori inquinati. La spinta di crescita, di trasformazione che nasce dal basso e da questa miscela richiede strumenti di descrizione della situazione profondamente diversi da quelli precedenti. Il territorio non è più espresso solo attraverso mappe dell'esistente, ma anche attraverso mappe di ciò che si vorrebbe ci fosse e di immagini che validano questo futuro, lo rendono evidente e lo fanno apparire inevitabile. Le interpretazioni sono diverse e così gli strumenti che le rappresentano. Ash Amin e Nigel Thrift, nel loro recente e provocatorio Seing Like a City (2017, Cambridge): sostengono che la città debba essere compresa e gestita per la sua "citiness", la sua natura specifica, fatta appunto di tutti gli elementi che si sono indicati. Ma la "citiness" di che mappe ha bisogno? E le mappe usate in Giappone per garantire il successo della complessa serie di azioni dal basso, partecipate da tutti i gruppi sociali, del Machizukuri, la "costruzione collettiva della città", non hanno forse proprie specifiche caratteristiche, legate alle diverse situazioni, al diverso tipo di azioni da realizzare, alla capacità di comprensione degli attori coinvolti? E altrettanto non avviene per quelle usate con successo a Medellin con la popolazione delle "villas" dal "Proyecto Urbano Integral" (PUI)? Una strategia integrale di soluzioni per la mobilità, le governance e la formazione connesse al recupero degli spazi pubblici e delle aree verdi, con l'obiettivo di recuperare i settori più poveri della città dominati fino a poco tempo prima da gruppi armati.

L'indefinito "corpo dell'altro" resta ancora una volta poco o nulla conosciuto, che è necessario descrivere, ma in termini più complicati e ricchi che in passato. La matrioska che ci ha offerto Pilar Guerrieri è piena di altre sorprese: le mappe di Delhi servono di stimolo a esplorare sempre nuovi territori.

Paolo Ceccarelli

 

 

 

N.d.C. - Paolo Ceccarelli, professore emerito di Urbanistica, è titolare della cattedra UNESCO in Pianificazione urbana e regionale per lo sviluppo locale sostenibile del Dipartimento di Architettura dell'Università di Ferrara. È coordinatore della Mediterranean UNESCO Chairs Network, MUNCH e del gruppo delle cattedre UNESCO Italiane "Assetto del territorio, Sostenibilità urbana, Turismo" TEST. Sta lavorando in Africa, Cina, Giappone e India al progetto Post-Western/Non-Western di revisione critica delle teorie e tecniche occidentali di pianificazione urbana. È stato membro del Comitato ordinatore prima e poi preside (fino al 2001) della neonata Facoltà di Architettura dopo essere stato rettore dell'Università IUAV di Venezia dal 1982 al 1991. Ha insegnato Urbanistica al Politecnico di Milano (1979-1981). Inoltre, è presidente dell'ILAUD, International Laboratory of Architecture and Urban Design, coordinatore della Red Alvar che riunisce facoltà di Architettura dell'America Latina ed europee, direttore del Centro Ricerche Urbane, Territoriali, Ambientali, CRUTA, dell'Università di Ferrara. Ha coordinato il Dottorato di Economia Regionale dell'Università di Ferrara ed è stato più volte visiting professor al Massachussets Institute of Technology e all'Università di California, Berkeley e Santa Cruz; ha svolto attività di ricerca presso il CES della Harvard University e il Joint Center for Urban Studies Harvard University e MIT. Ha insegnato alla Waseda University di Tokyo, in numerose Università europee e ha tenuto lezioni e seminari in università latinoamericane, africane, asiatiche e australiane.

Tra i suoi libri: con Miro Allione e Bernardo Secchi, I piani intercomunali. 1, Pianificazione economica e pianificazione urbanistica, Milano: ILSES, 1962; con Giancarlo De Carlo e Elio Tarulli, Studio dell'assetto e dei caratteri della proprietà fondiaria pubblica e privata nell'area milanese. 1.: Note metodologiche per il rilevamento dei caratteri patrimoniali e urbanistici delle aree, Milano: ILSES, 1963; (a cura di) con Bruno Gabrielli e Renato Rozzi, Traffico urbano: che fare? Problemi e soluzioni nell'esperienza degli Stati Uniti, dell'Inghilterra, della Francia e dell'Italia, Padova: Marsilio, 1968; (a cura di), La costruzione della città sovietica 1929-31, Padova: Marsilio, 1970; (a cura di), con Francesco Indovina, Risanamento e speculazione nei centri storici, Milano: Angeli, 1974; (a cura di), Ideologia e tecnica dell'organizzazione razionale del territorio, Milano: Angeli, 1975; La crisi del governo urbano. Istituzioni, strutture economiche e processi politici nelle città del capitalismo maturo, Venezia: Marsilio, 1978; con Techeste Ahderom, Addis Ababa Master plan project. Project final report, Addis Ababa, A.A.M.P.P.O., Addis Ababa Master plan project office; Roma: Fosweco; Venezia : IUAV, 1986; I collegi universitari, Pisa: ETAS, 1987; (a cura di), con Carlo Monti e il Servizio riqualificazione urbana della regione Emilia-Romagna, Riqualificazione urbana in Emilia-Romagna. Esperienze e linee di azione futura, Firenze: Alinea, 2003; con Gastone Ave e Federico Bervejillo, La rivitalizzazione della città vecchia e centro di Montevideo. Studio di prefattibilità, Roma: IILA, 2003; con Emanuela De Menna, La ciudad histórica como oportunidad. Recuperación urbana y nuevos modelos de desarrollo en América Latina, Roma: Instituto italo-latino americano, 2006; con Emanuela De Menna, Conservacion del patrimonio. Orientaciones de las Escuelas de Arquitectura en America Latina, Firenze: Alinea, 2006; con Gastone Ave, La pianificazione strategica partecipata in Italia, a cura di Giuseppe Gioioso, indagine realizzata da Cruta, Roma: Formez, 2006; con Etra Occhialini, Jericho Master Plan. A Model for Sustainable Development, Gerusalemme, Cooperazione Italiana per lo Sviluppo, 2014; Yesterday-Tomorrow. 50 years of urban conservation and innovation in Italy, Pechino: China Architecture and Building Press, 2015; con Ada Becchi, Cristina Bianchetti, Francesco Indovina, La città del XXI secolo. Ragionando con Bernardo Secchi. Milano: Franco Angeli 2015; con Giulio Verdini (a cura di), Creative Small Settlements. Culture-based solutions for local sustainable development, Suzhou: XJTLU, 2016, Global and Local Challenges in Non-Western Heritage Conservation, Guest editor, special issue of Built Heritage, Vol. n° 3, September 2017;

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 


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02 FEBBRAIO 2018

 

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, il paesaggio e la cultura del progetto urbano, paesistico e territoriale

ideato e diretto da
Renzo Riboldazzi

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

in redazione:
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Le conferenze

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2018:

R. Capurro, La cultura per la vitalità dei luoghi urbani, riflessione a partire da: G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2017)

L. Ciacci, Il cinema per raccontare luoghi e città, commento a: O. Iarussi, Andare per i luoghi del cinema (il Mulino, 2017)

M. Ruzzenenti, I numeri della criminalità ambientale, commento a: Ecomafie 2017 (Ed. Ambiente, 2017)

W. Tocci, I sentieri interrotti di Roma Capitale, postfazione di G. Caudo (a cura di), Roma Altrimenti (2017)

A. Barbanente, Paesaggio: la ricerca di un terreno comune, commento a: A. Marson (a cura di), La struttura del paesaggio (Laterza, 2016)

F. Ventura, Su "La struttura del Paesaggio", commento a: A. Marson (a cura di), La struttura del paesaggio (Laterza, 2016)

V. Pujia, Casa di proprietà: sogno, chimera o incubo?, commento a: Le famiglie e la casa (Nomisma, 2016)

R. Riboldazzi, Che cos'è Città Bene Comune. Ambiti, potenzialità e limiti di un'attività culturale

 

 

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