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Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

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Materiali


Le risposte di Francesco Somaini

Risposte alle tre domande
Francesco Somaini

1. In questi ultimi due decenni formazioni e movimenti populisti hanno occupato la scena pubblica italiana e vi hanno impresso il loro segno. Berlusconismo e Lega hanno scandito l’agenda della vita politica, esercitando di fatto anche un’egemonia culturale che traspare dal linguaggio e dalle pratiche prevalenti nella vita pubblica. La sinistra italiana ha evidenziato serie difficoltà, politiche e culturali, nel proporre e nel difendere un suo punto di vista. Da dove ha tratto origine questo profondo, radicale rimescolamento del clima politico e culturale? E per quale motivo le linee di resistenza hanno rivelato tale fragilità?

In realtà, come noto, non è stata soltanto l’Italia ad aver conosciuto, negli ultimi decenni, una lunga stagione di difficoltà delle Sinistre, tanto sul piano politico quanto sul terreno culturale.
Dalla fine degli anni Settanta infatti sull’intero Occidente, e anzi, per vero dire, anche su molte aree geopolitiche non strettamente riconducibili all’ambito occidentale, si è assistito al dispiegarsi una grande ondata di Destra, che si è tradotta in una grande ubriacatura liberista, e quindi nel farsi strada di una generale tendenza anti-politica.
Se le politiche di Sinistra sono, prima di tutto, politiche di riduzione della diseguaglianza, allora non c’è dubbio che questi decenni sono stati, in molte parti del pianeta, decenni di Destra, dato che la diseguaglianza si è generalmente accresciuta in modo molto vistoso. Come ha scritto l’economista Joseph Stiglitz: «siamo riusciti a far tirare la cinghia ai poveri e a farla allentare ai ricchi». E le Sinistre, anche quando hanno governato, magari costringendo per lungo tempo i loro avversari all’opposizione (come è stato ad esempio il caso del “new Labour” inglese), non hanno in realtà espresso degli esiti alternativi, poiché si sono in realtà subordinate a questa sorta di pensiero unico mercatista, finendo per smarrire in buona misura se stesse.
Solo di recente, dopo la grande crisi del 2008, i maggiori partiti socialisti e socialdemocratici europei hanno ad esempio cominciato a rivedere le loro posizioni, e a definire una piattaforma politica che si discostasse dalla subordinazione culturale rispetto alla sbornia da deregulation, e dalla corrispondente (ed ingenua) fiducia nei meccanismi autoregolativi dei mercati o nelle magnifiche sorti e progressive di società drogate dal turbo-capitalismo finanziario.
In Italia, però, questa crisi della Sinistre è stata per certi aspetti più grave che altrove. Ciò non è accaduto perchè le politiche di Destra siano state, qui da noi, più aggressive che in altri parti del mondo, ma piuttosto perchè la Sinistra si è ritrovata, in Italia, in condizioni di particolare debolezza. In Italia i tradizionali punti di riferimento politici della Sinistra, quelli che un tempo venivano chiamati i partiti della “Sinistra storica”, erano due partiti, il PCI ed il PSI, che a partire dagli anni Novanta hanno entrambi cessato di esistere: il primo per effetto del crollo del Muro di Berlino e dell’impossibilità di rimanere agganciati alla storia fallimentare del Comunismo novecentesco; il secondo per aver drammaticamente sottovalutato, nell’ultima fase del Craxismo, l’importanza della cosiddetta “questione morale”: cosa che ha poi fatto sì che il Partito Socialista, per quanto per certi versi più attrezzato (se non altro sul piano del posizionamento politico-culturale) per fornire risposte adeguate alle sfide della contemporaneità, finisse in realtà per essere travolto dal discredito generale (prim’ancora che dall’azione della magistratura), senza poter riempire il vuoto lasciato dalla crisi del partito comunista.
Né le cose sono poi migliorate con gli anni Duemila. Infatti, invece di rimettere in piedi un serio partito Socialista o socialdemocratico di tipo europeo, si è preferito, in Italia, pronunciare affrettate sentenze di morte della socialdemocrazia, per poi dare luogo a soluzioni culturalmente pasticciate, come quella del Partito Democratico, che se per un verso ha garantito la sopravvivenza politica a gruppi dirigenti che altrove avrebbero dovuto semplicemente passare la mano, per un altro ha però finito per mettere in campo un soggetto talmente poco consistente sul piano politico-culturale da aver di fatto contribuito a perpetuare le fortune politiche della Destra.
Voglio dire insomma che un po’ in tutta Europa, la Sinistra di questi decenni si è in realtà edulcorata in quella che è stata efficacemente definita come una sorta di “Sinistra light”. Ma mentre i partiti socialisti e socialdemocratici europei avevano nella storia e nelle loro tradizioni gli anticorpi per ripensare a quella stagione (come appunto sta ora avvenendo), in Italia, il processo di edulcorazione è stato così accentuato, da rendere oggi più arduo pensare a delle rapide correzioni di rotta.
Si aggiunga, naturalmente, che in Italia la crisi della Sinistra è coincisa in realtà con una crisi più generale del sistema politico della Prima Repubblica. Gli sconquassi sono stati talmente profondi che nella crisi di quel sistema si sono in realtà venuti inserendo fenomeni di vera e propria deriva culturale. La Destra italiana, infatti, non è stata (e non è) una “normale” Destra di orientamento conservatore e moderato, ma è una Destra radicale e vistosamente anti-politica.
Ciò vale per entrambe le più significative espressioni della Destra italiana contemporanea, ovvero per il Leghismo come per il Berlusconismo.
Dei due, il Leghismo, è il fenomeno più risalente nel tempo, avendo preso a manifestarsi in modo significativo già nel corso degli anni Ottanta. Esso è nato inizialmente come una sorta di variante localistica del più puro e semplice qualunquismo (una tendenza ben riassunta dal celeberrimo slogan, a suo modo assai indovinato sul piano comunicativo, di “Roma Ladrona!”). Nel corso degli anni il Leghismo si è però venuto progressivamente rideclinando, più che altro nei termini di una sorta di tribalismo territoriale con forte contaminazioni razziste. Il suo vero nucleo costitutivo, l’elemento chiave della sua identità, non risiede nella confusa vocazione federalista (pure continuamente agitata dalla propaganda leghista come grande traguardo ideale), e nemmeno nelle parole d’ordine della devolution o della secessione, o nell’assurda pretesa di riscoprire una sorta di identità padana, di cui riesce francamente difficile ritrovare delle reali radici storiche (la macro-regione Padania non è infatti mai esistita, anche perchè l’area che la comprenderebbe è semmai sempre stata un’area di municipi, di piccole comunità e di piccoli Stati, per cui il federalismo leghista, se davvero volesse essere una genuina riscoperta delle proprie radici, dovrebbe semmai richiamarsi a queste antiche matrici comunali e municipali e non certo alle scempiaggini sui Celti, o alle buffonate sul Dio Po). No. Questi sono solo elementi tutto sommato esteriori, quando non folkloristici, mentre la vera essenza del Leghismo risiede nelle più istintive pulsioni securitarie e nell’estremizzazione del senso di disagio, di paura e di intolleranza verso l’altro, suscitati in alcuni strati della popolazione dai fenomeni di multiculturalismo indotti dalla globalizzazione. Il Leghismo, con la sua compiaciuta grettezza e volgarità, con la sua esaltazione della rozzezza, esprime anche, a ben vedere, una sorta di ideologia: ma è un’ideologia neo-barbarica talmente distante da un qualunque orizzonte di valori di tipo democratico liberale, o anche semplicemente di civiltà, che in una seria democrazia esso verrebbe tenuto in condizioni di assoluta marginalità. In Italia invece esso ha potuto contare sulla straordinaria rendita di posizione che Bossi è riuscito ad assicurare al proprio partito, per cui minchionerie e spacconate da bar, che altrove meriterebbero di essere poste soltanto in ridicolo, qui si ritrovano elevate a rispettabili affermazioni politiche.
L’altra grande deriva, quella del Berlusconismo si è tradotta in un fenomeno politico per effetto di circostanze per certi versi accidentali: ossia per la necessità impellente di un ricco magnate, implicato in una serie di gravi reati e sull’orlo del tracollo finanziario, di sottrarsi alla giustizia e di salvare la propria traballante posizione, assicurandosi attraverso la politica quella condizione di privilegio, e quella sorta di impunità che gli era stata in precedenza garantita dai partiti di governo della Prima Repubblica.
Come fenomeno socio-culturale – fondato su una sorta di individualismo edonistico, ipocrita ed amorale, machista e decisamente kitsch – il Berlusconismo dei cieli azzurri e dei volti sorridenti si è venuto lentamente costruendo a partire dagli anni Ottanta attraverso le televisioni private berlusconiane e il linguaggio della pubblicità commerciale. Poi con gli anni Novanta il Berlusconismo è diventato anche un fenomeno politico. Nel successo politico di Berlusconi ha certo molto pesato la carica di anti-politica di cui egli si è fatto portatore. Il dileggio per il cosiddetto “teatrino della politica” e l’esaltazione della concretezza imprenditoriale e lombarda di un soggetto che si presentava come realizzatore di cose (dalla “cultura del fare” alla retorica del “ghe pensi mì”) sono stati tra gli ingredienti del successo berlusconiano. Ma che il Berlusconismo si sia poi potuto radicare nella società, e che ancora riesca a tenere la scena, nonostante le pessime prove fornite nel governo del Paese, nonostante il molto “non-fatto” e il moltissimo “fatto-male”, nonostante che la difesa a oltranza degli interessi del leader sia stata la sola vera cifra denotativa di un’intera e prolungata stagione politica, e nonostante il grande discredito che Berlusconi ha arrecato ed arreca alla credibilità dell’Italia, è un punto di cui riesce difficile trovare la spiegazione. Ciò non può infatti essere attribuito solo alla presunta adesione acritica di ampi strati sociali ai modelli di costume veicolati dalla TV; nè alla pretesa coincidenza del Berlusconismo con la dominante ideologia mercatista ed anti-politica, veicolata del “pensiero unico” (il liberismo economico della Destra berlusconiana è stato in realtà assai più di maniera che di sostanza, come ammoniscono frequentemente i vertici confindustriali). Nemmeno sembra di poter dire che dietro il Berlusconismo si sia venuto a formare un solido blocco sociale, perchè se una parte minoritaria della società italiana si è certamente arricchita, ed ha visto in questi anni migliorare le proprie posizioni, il fenomeno che in modo più consistente sembra essersi messo in atto è semmai quella di una tendenziale “proletarizzazione” di ampi settori del ceto medio. Nella tenuta del Berlusconismo c’è insomma qualcosa di irrazionale. O forse bisognerà riconoscervi l’effetto di un uso sempre più spregiudicato del colossale potere mediatico ed economico di Berlusconi stesso; e di una sempre più massiccia manipolazione dell’informazione che quel potere (lasciato colpevolmente intatto dalla Sinistra nelle fasi in cui questa ha pure avuto l’occasione di governare e legiferare) ha prodotto e tuttora produce.
Io comunque non sono pessimista. Confido che la società italiana si possa risvegliare. Se perfino le società del Nord-Africa e dell’Islam (che pure vivevano in un contesto di oscurantismo ben peggiore del nostro) si sono dimostrate così sorprendentemente capaci di scuotersi… Se proprio in questi giorni stiamo assistendo ad eventi rivoluzionari paragonabili, per la loro portata e per la capacità di gemmazione, a quelli che furono nell’Europa del XIX secolo le rivoluzioni del 1848 (che lì per lì finirono per vero dire tutte piuttosto male, ma che comunque aprirono la strada allo sviluppo in senso liberal-democratico della storia europea), perchè non dovremmo allora ritenere possibile che anche le nostre società possano trovare la forza di una grande riscossa, che le induca a scrollarsi di dosso il giogo questo patetico e volgare caciccato?
Perchè la cosa si concretizzi, mi pare occorrano però due condizioni: da un lato la Sinistra dovrebbe riscoprire una più solida identità socialdemocratica legandosi ai grandi partiti socialisti europei e sbarazzandosi delle propensioni all’edulcorazione del proprio messaggio; dall’altro dovrebbe prendere corpo un clima politico, fondato su un’autentica e forte spinta partecipativa.

2. Cultura e politica: una relazione oggi lacerata. Per quanto sta avvenendo nel sistema politico ( populismi, crisi dei partiti, personalizzazione della politica ) ma anche per i processi culturali in corso ( mediatizzazione, spettacolarizzazione ecc ). E’ possibile oggi ripensare e ricostruire una relazione fra elaborazione culturale e teorica e vita politica? Come, dove e attraverso quali strumenti?

Parlando di rapporti tra politica e cultura, io credo che ci si dovrebbe innanzitutto liberare da qualunque impostazione del problema che possa richiamarsi all’idea dell’intellettuale “al servizio del principe”.
Non è questa infatti la strada che si deve a mio avviso immaginare per recuperare un nesso più stringente tra elaborazione culturale e vita politica. Non dobbiamo cioè sperare che politici illuminati sappiano mettersi in rapporto di proficua interazione con intellettuali in grado di fornire loro illuminanti chiavi di lettura con cui proporsi al governo della società. No. Né credo sarebbe opportuno pensare che gli intellettuali debbano tornare a pensare se stessi con questa sorta di funzione ancillare. Nessun rimpianto insomma per l’epoca degli “intellettuali organici”.
Penso che si dovrebbe fare piuttosto lo sforzo di fondare su nuove basi la partecipazione politica.
I vecchi partiti di massa novecenteschi erano costruiti sulla base di una concezione sostanzialmente élitaria della politica. C’erano le masse, sì. Ma alla loro guida c’erano comunque delle avanguardie particolarmente determinate, fiancheggiate da intellettuali. Oggi, secondo me, quest’idea sostanzialmente pedagogica della politica non tiene più. Le democrazie oggi sono sufficientemente mature perchè i cittadini possano pensare di agire in prima persona, senza bisogno di essere guidati da chi ne sa più di loro. La politica si deve allora reinventare, per scaturire direttamente dal basso, dall’azione di cittadini consapevoli.
Negli ultimi anni, soprattutto, in Italia, la politica sembra avere avvertito queste trasformazioni come una minaccia. Si sono infatti accentuate le manifestazioni di chiusura della politica su se stessa e si sono viste delle forme sempre più vistose di arroccamento e di serrata. Le attuali leggi elettorali per la Camera e per il Senato, cui Giovanni Sartori ha attribuito il significativo nome di “Porcellum”, hanno ad esempio formalizzato in modo compiuto un meccanismo di cooptazione, per cui si accede di fatto al Parlamento solo per cooptazione. I cittadini votano sì i partiti e le coalizioni, ma gli eletti sono predeterminati dai capi dei partiti, con il meccanismi delle liste bloccate.
E’ stata la Destra ad imprimere questa oscena degenerazione, ma è bene ricordare che il “Porcellum” trasse in realtà ispirazione dalla nuova legge elettorale regionale della “rossa” Toscana, ove la solida maggioranza di Centro-Sinistra, si è ben guardata dal ritenere di dovervi apportare delle modifiche.
Questo ci dice che la tendenza della politica a chiudersi su sè stessa in realtà la politica nel suo insieme, e va al di là di questo o quello schieramento.
Ma questa concezione della democrazia è una concezione malata.
I cittadini si mobilitino dunque per conquistare gli spazi che sono loro negati dalla politica. Si organizzino per spezzare i meccanismi sostanzialmente castali che presiedono alla selezione del personale politico. Si impongano nel pretendere di incidere nei meccanismi di individuazione dei gruppi dirigenti dei partiti e di contare nella scelta dei candidati alle cariche elettive.
Solo così si potranno far rinascere partiti davvero vitali. Solo così la democrazia potrà riprendere slancio. E io confido che a quel punto anche la circolazione di idee intelligenti nella vita politica, e la riattivazione di un circolo virtuoso tra proposta politica ed elaborazione culturale finirebbe per rimettersi in moto da sé.

3. Il tessuto tradizionale di mediazione tra cultura e politica ( quotidiani, riviste, case editrici, centri di ricerca ecc ) si è trasformato profondamente. Sono declinate le strutture legate direttamente ai partiti cui sono subentrate nuove realtà come le Fondazioni vicine a singole personalità politiche. La Casa della Cultura ha scelto in questi anni di andare controcorrente: restare un centro aperto a tutte le anime della sinistra e alimentare una riflessione sul medio e lungo periodo. Il tutto in evidente continuità con la propria storia. Siamo riusciti a rendere efficace questo percorso? Si può continuare su questa strada? Urgono correzioni? Nuove idee? Nuovi progetti?

Credo che la Casa della Cultura abbia fatto un buon lavoro.
Io svolgo la mia attività prevalentemente in un altro circolo politico-culturale della città, il Circolo Carlo Rosselli (che tra l’altro quest’anno festeggerà a sua volta i 30 di vita), e devo dire che con la Casa della Cultura, soprattutto sotto la direzione di Ferruccio Capelli, abbiamo spesso organizzato in questi ultimi anni diverse iniziative e manifestazioni congiunte.
Ho dunque molto apprezzato lo spirito di grande apertura che si è potuto respirare in questi anni in via Borgogna. E credo sia stato ricoperto un ruolo prezioso.
Alla domanda se si può continuare su questa strada, posso dunque soltanto rispondere che mi auguro vivamente di sì, e che auspico che la Casa della Cultura possa continuare ad essere quel luogo di incontro e di discussione che ha saputo essere in questi anni.
Correzioni di rotta non ho perciò da proporne.
Credo però fermamente che i circoli politico-culturali possano e debbano svolgere un ruolo importante in quella fondazione su nuove basi della partecipazione politica cui accennavo nel punto precedente. Il che peraltro significa che i circoli stessi dovrebbero forse immaginare di poter compiere una sorta di salto di qualità, sforzandosi di diventare in qualche modo essi stessi attori politici. Non sto pensando ovviamente ad un ruolo sostitutivo nei riguardi dei partiti (io sono in realtà assolutamente convinto del ruolo fondamentale dei partiti stessi in politica), e nemmeno sto immaginando di snaturare il ruolo dei circoli quali ambiti di discussione libera e franca e di riflessione attenta su ciò che ci sta attorno. Poiché però mi pare che i partiti, soprattutto a Sinistra, abbiano in realtà un gran bisogno di essere in qualche modo pungolati, e poiché ritengo che nei circoli si discutano spesso delle buone idee, credo anche che i circoli stessi, magari mettendosi in rete fra loro (senza per questo perdere la propria autonomia e la propria specificità), potrebbero talora proporsi di diventare non soltanto suscitatori di confronto e di discussione, ma anche promotori di iniziative politiche più mirate, e dunque attivarsi quali veri e propri propugnatori di mobilitazione civile e politica dei cittadini.
Noi del “Rosselli” siamo particolarmente convinti di questa opportunità: e proprio per questo, negli ultimi anni, abbiamo ad esempio cercato di svolgere un ruolo significativo in alcune iniziative che riteniamo particolarmente preziose: come la nascita della Consulta Milanese sulla Laicità delle Istituzioni, la messa in piedi del “Gruppo di Volpedo” (il coordinamento dei circoli socialisti e libertari del Nord-Ovest d’Italia) o la recente costituizione del “Network per il Socialismo Europeo”.
La Casa della Cultura, rispetto ad un circolo “di battaglia” come il “Rosselli”, ha certamente la necessità di muoversi in modo diverso e anche, lo capisco bene, con qualche maggiore cautela. Ma forse su qualche specifico tema si potrebbe pensare in futuro di promuovere insieme non soltanto occasioni di discussione (che comunque di per sé non sono mai dei fatti neutrali, ma anzi implicano sempre delle scelte o degli orientamenti piuttosto precisi, anche solo nella scelta dei temi, dei tempi e dei relatori), ma anche altri generi di iniziative.
Chi vivrà vedrà.
In ogni caso, vorrei fare a questa splendida sessantacinquenne che è la Casa della Cultura, i più sinceri auguri di buon compleanno!