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Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

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Home > 65° Casa della Cultura > Le risposte di Giorgio Lunghini

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Le risposte di Giorgio Lunghini

Cari amici della Casa della Cultura,
preferisco rispondere alle vostre tre domande ponendole delle altre, a partire da un ragionamento su quali siano Le condizioni necessarie per un dialogo tra cultura e politica. La prima condizione, necessaria ma non sufficiente, è un linguaggio chiaro. 
«Un linguaggio chiaro», scrive con grande chiarezza René Daumal ne La gran bevuta, «presuppone tre condizioni: un parlatore che sappia quello che vuol dire, un ascoltatore allo stato di veglia, e una lingua che sia loro comune. Ma non basta che il linguaggio sia chiaro, come lo è una proposizione algebrica. Bisogna anche che abbia un contenuto reale, e non soltanto possibile. Per questo occorre tra gli interlocutori, come quarto elemento, un’esperienza comune della cosa di cui si parla. Tale esperienza comune è la riserva aurea che conferisce un valore di scambio a quella moneta che sono le parole; senza questa riserva di esperienze comuni, tutte le nostre parole sono degli assegni senza copertura. […] Ma non basta ancora che il linguaggio abbia un contenuto, come quando dico “quel giorno pioveva” oppure “tre e due fanno cinque”; bisogna anche che abbia uno scopo e una necessità. Altrimenti, da linguaggio si cade in conversazione, dalla conversazione in chiacchiere, dalle chiacchiere in confusione. In questa confusione delle lingue gli uomini, anche se hanno esperienze comuni, non hanno una lingua per scambiarne i frutti. Poi, quando la confusione diventa intollerabile, si inventano lingue universali, chiare e vuote, in cui le parole non sono che moneta falsa che non garantisce più l’oro di un’esperienza reale».
Di qui tre domande sulla situazione attuale. Prima domanda: La Cultura, che qui assumo come il Parlatore, oggi sa quello che vuole dire? La risposta è sì, forse sì, se ci si riferisce agli studiosi delle diverse discipline di qualche possibile interesse per l’Ascoltatore, che qui assumo essere la Politica; mentre temo di no, se ci si riferisce alla figura dell’Intellettuale – per la semplice ragione che non essendoci il Principe, non c’è nemmeno lui.
La seconda domanda è una domanda retorica: la Politica, oggi, è forse in stato di veglia?
La terza domanda: Cultura e Politica hanno una lingua comune? La risposta è no, e comunque tale lingua comune non può essere un qualche linguaggio specialistico.
Quanto al quarto elemento, se Cultura e Politica hanno un’esperienza comune della cosa di cui si parla, anch’esso manca. Ma se anche tutti questi presupposti fossero soddisfatti, nel dialogo tra cultura e politica si ritrovano mai uno scopo e una necessità? Ecco dunque perché, oggi da linguaggio si è caduti in conversazione, dalla conversazione in chiacchiere, dalle chiacchiere in confusione.
***
Quali siano i processi storici che hanno portato a questa confusione è questione che lascio agli storici e agli studiosi della politica. Un principio di spiegazione, che a sua volta richiederebbe una spiegazione in termini di sociologia delle élites, è che la Politica ha smesso di fare domande alla Cultura. Nella storia della sinistra la cultura ha sempre avuto un ruolo cruciale, e tutt’altro che subalterno. Per non risalire troppo indietro, si pensi soltanto alla saggistica e al numero e alla qualità delle riviste, anche non strettamente politiche, e soprattutto letterarie, che i più vecchi tra gli amici della Casa della Cultura avevano a disposizione. Nostalgia della giovinezza e del PCI? Della giovinezza magari sì, quanto al PCI non ho difficoltà a dire che non mi ero mai iscritto. Tuttavia si pensi alla scuola di Frattocchie, ai seminari dell’Istituto Gramsci, ai convegni del CESPE sul capitalismo, alla vivacità e alla curiosità intellettuale delle sezioni ….
Nel suo ultimo editoriale, del 2003, Luigi Pintor scriveva: «La sinistra italiana che conosciamo è morta». Tutto finito? No: da una parte, dalla parte della cultura, si pensi al successo che in verità tutte le iniziative, indipendenti e generose, della Casa della Cultura – e soprattutto la sua Scuola di cultura politica – hanno tra i giovani. Domanda di cultura politica e di cultura in generale, ce n’è e tanta, da parte dei giovani e nonostante la confusione delle lingue di cui dicevo: ma dall’altra parte le attuali élites politiche di ciò non si curano, e si parlano tra di loro, talvolta tra sé e sé, in un borbottio incomprensibile.
Bene ha dunque fatto e fa la Casa della Cultura ad andare controcorrente, a restare un centro aperto a tutte le anime della sinistra, in continuità con la sua storia; e credo possa e debba continuare su questa strada, per consentire alla cultura di elaborare – per quanto ad essa compete – un linguaggio chiaro, tanto chiaro ed efficace da costringere la politica a svegliarsi, ad ascoltarla, e a fare la sua parte nella elaborazione di una lingua comune, con la quale parlare di contenuti reali e costruire esperienze comuni. Altrimenti prevarrà l’interdetto di Bouvard e Pécuchet: La politica deve essere esclusa dalla conversazione! e si seguirà il consiglio di Longanesi: Parliamo dell’elefante!