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Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

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Home > 65° Casa della Cultura > Le risposte di Aldo Giannulli

Materiali


Le risposte di Aldo Giannulli

Cultura e politica. Al tempo dei populismi

1. In questi ultimi due decenni formazioni e movimenti populisti hanno occupato la scena pubblica italiana e vi hanno impresso il loro segno. Berlusconismo e Lega hanno scandito l’agenda della vita politica, esercitando di fatto anche un’egemonia culturale che traspare dal linguaggio e dalle pratiche prevalenti nella vita pubblica. La sinistra italiana ha evidenziato serie difficoltà, politiche e culturali, nel proporre e nel difendere un suo punto di vista. Da dove ha tratto origine questo profondo, radicale rimescolamento del clima politico e culturale? E per quale motivo le linee di resistenza hanno rivelato tale fragilità?

In Italia è sempre esistito un consistente strato populista ed antipolitico facilmente superiore al terzo della popolazione adulta. Ma esso non ha mai esercitato alcuna egemonia culturale, perchè il sistema politico è sempre riuscito a riassorbirlo, salvo che nel caso di grandi ondate di scandali politici (ad esempio l’antiparlamentarismo seguito allo scandalo della Banca Roma, che restò come sedimento che, trenta anni dopo, alimentò il fascismo).
In genere, tuttavia, la classe politica è sempre riuscita a usare e contollare questo fondo limaccioso della società italiana: la classe politica liberale con le forti limitazioni al diritto di voto, il fascismo con una accorta miscela di repressione, propaganda e nascente stato sociale, la Dc con la politica assistenziale, l’anticomunismo e il clientelismo. Il personale politico, liberale, fascista o democristiano che fosse, usava questo “ventre guasto” del paese, ma non era culturalmente omogeneo ad esso, perchè aveva –in forme e contenuti differenti e con diversa intensità- un proprio senso dello Stato e della Politica.
Questo equilibrio è saltato con l’avvento del berlusconismo e del leghismo che –se ci si consente l’espressione- hanno portato il populismo al potere.
A differenza dei ceti politici precedenti, Bossi e Berlusconi non sono “altro” rispetto alle loro basi elettorali, delle quali condividono perfettamente umori, “cultura” e miserie.
D’altra parte, sarebbe ingiusto identificare i soli Berluscon e Bossi come espressioni del populismo: anche Di Pietro e, in una certa misura, An hanno partecipato della stessa ondata populista.
Peraltro, una riflessione meriterebbe d’essere fatta sulla cultura pacifista-non violenta (non certo tacciabile di populismo) sia per il suo rifiuto del realismo, sia per i suoi aspetti pre o meta politici, che hanno contribuito oggettivamente a delegittimare la Politica che, per sua natura, non è separabile dall’uso della forza .
Il successo di questa nuova ondata di populismo (ed in particolare del berlusconismo) è stato il prodotto dell’impatto della globalizzazione neo liberista sul nostro paese: il fenomeno della “videocrazia”, la delegittimazione della Politica a vantaggio della libertà di mercato, con la connessa protesta antifiscale, la “semplificazione” forzata dei problemi politici, ecc. sono stati tutti elementi che hanno ridestato e dato forza a quel fondo populista che attendeva d’essere risvegliato. Ma se questa è la causa storica di fondo, il “detonatore” che ha innescato l’ esplosione, è stato piuttosto la manovra a tenaglia fra le inchieste di Mani Pulite ed il referendum sulle leggi elettorali del 18 aprile 1993, che ha schiacciato la classe politica della Prima Repubblica, spianando la strada all’onda populista. Beninteso: i reati di corruzione c’erano davvero, la situazione era certamente grave e la Magistratura aveva l’obbligo di intervenire (anzi, avrebbe dovuto farlo almeno dieci anni prima), questo non toglie che, in quel contesto, l’effetto sia stato quello di alimentare la valanga populista antipolitica, che ha individuato nei partiti e Parlamento l’avversario da battere. E qui si capisce la portata devastante del referendum contro la legge proporzionale che, proprio nello slogan base (“Scegli di scegliere” che implicava una sorta di investitura diretta del Premier) poneva le premesse di una deriva plebiscitaria ed avviava la delegittimazione della Costituzione che era tutta pensata in funzione del sistema proporzionale.
E di quella deriva Berlusconi è stato il principale –pur se imprevisto- destinatario. Può ben esserne grato ad Achille Occhetto e Mario Segni.

2. Cultura e politica: una relazione oggi lacerata. Per quanto sta avvenendo nel sistema politico (populismi, crisi dei partiti, personalizzazione della politica) ma anche per i processi culturali in corso (mediatizzazione, spettacolarizzazione, ecc). E’ possibile oggi ripensare e ricostruire una relazione fra elaborazione culturale e teorica e vita politica? Come, dove e attraverso quali strumenti?

Ricostruire un rapporto fra cultura e politica si può e di deve, se non vogliamo veder frantumare quel che resta del paese.
C’è un problema più generale che dobbiamo porci: l’ultimo secolo ha visto una crescita esponenziale del flusso informativo (telegrafo, radio, cinema, televisione, internet ecc.) ed un parallelo crollo di tutte le strutture formative (scuola, famiglia, chiesa, apposite strutture di partito, università ecc.). Chi insegna sa che i nostri giovani ricevono una alluvione di informazioni che fanno sempre più fatica a collocare in una griglia interpretativa, per l’assenza di qualsiasi metodo di studio. Naturalmente, questo pone le premesse per quella deriva spettacolar-mediatica che riduce la politica ad un duello fra telepredicatori, capipopolo e ciarlatani vari.
Il primo punto da affrontare è proprio il modo di fare politica dei nostri partiti: leadership inaffondabili che sopravvivono a qualsiasi sconfitta, assenza di ricambio, mancanza di qualsiasi principio di responsabilità per chi svolga attività dirigenziali, estrema vaghezza della linea politica, assenza di progetto sono tutti sintomi del pessimo modo di far politica che, ormai, ha messo radici anche a sinistra e che culmina nelle procedure assolutamente non democratiche con cui le decisioni vengono assunte. C’è una “rivoluzione democratica dei gelsomini” da fare anche dalle nostre parti e molti rais da mandare in esilio.
Accanto a questo si pone il problema della decadenza della cultura politica di sinistra. Sino alla fine degli anni settanta, la sinistra disponeva di un agguerritissimo apparato culturale fatto di riviste, settimanali, istituti di ricerca, case editrici, gruppi di lavoro, circoli culturali ecc e sfornava in continuazione libri, inchieste, convegni, seminari. Da oltre veti anni tutto questo è cessato: esistono pochissime riviste di qualche peso e nessuna collegata a partiti o altre organizzazioni, gli istituti di ricerca sono ridotti al lumicino, le case editrici sono cambiate, seminari e convegno ormai li fanno quel che resta delle istituzioni universitarie o fondazioni personalistiche di questo o quel “leader a vita”. Di corsi di formazione politica neanche a parlarne salvo sporadicissimi tentativi ecc.
Dopo di che è ovvio che:
a- la sinistra non abbia alcun progetto, perchè manca di un qualsivoglia retroterra culturale
b- la linea politica è solo una parvenza dietro cui non c’è nulla (a parte l’odio per Berlusconi), perchè non c’è alcuna analisi dei processi sociali, economico-finanziari e politici in corso
c- non c’è alcun personale politico di ricambio, perchè nessuno lo ha preparato.
Il primo passo da fare è prendere atto di tutto questo ed avviare un serio scontro politico all’interno delle rispettive organizzazioni di appartenenza, per imporre la necessaria svolta.
Il secondo passo è una seria autocritica da parte dell’intellettualità di sinistra per il suo appiattimento ventennale su questi partiti e su questo sistema culturale. A cominciare dai docenti universitari che hanno subito un processo di totale corporativizzazione che rende indistinguibile un rettore di sinistra da un ordinario di Comunione e Liberazione ed un direttore di dipartimento del Pd da un preside del Pdl. Questo divorzio fra politica e cultura non è stato solo il prodotto della degenerazione del ceto politico della sinistra; è stato anche il frutto del colpevole silenzio ventennale degli intellettuali.

3. Il tessuto tradizionale di mediazione tra cultura e politica (quotidiani, riviste, case editrici, centri di ricerca, ecc.) si è trasformato profondamente. Sono declinate le strutture legate direttamente ai partiti cui sono subentrate nuove realtà come le Fondazioni vicine a singole personalità politiche. La Casa della Cultura ha scelto in questi anni di andare controcorrente: restare un centro aperto a tutte le anime della sinistra e alimentare una riflessione sul medio e lungo periodo. Il tutto in evidente continuità con la propria storia. Siamo riusciti a rendere efficace questo percorso? Si può continuare su questa strada? Urgono correzioni? Nuove idee? Nuovi progetti?

La Casa della Cultura di Milano ha sin qui svolto egregiamente il suo compito, pur nel deserto circostante che, ovviamente, ne limitava i risultati, ma adesso serve un colpo d’ala per riprendere quota.
Il compito al quale dobbiamo dedicarci tutti (soprattutto quanti ormai hanno doppiato il capo della propria esistenza ed hanno il dovere di lasciare qualcosa dietro di sè) è quello di produrre una nuova cultura politica al livello dei processi di globalizzazione. Il mondo è cambiato, ma noi non ce ne siamo accorti sino in fondo: la dimensione nazionale cede sempre più spazio a quella internazionale, le tradizionali separazioni fra politica, finanza, economia, cultura ecc. non reggono più e tutto è ormai interdipendente, i soggetti della scena mondiale non sono più gli stessi (o non più solo quelli che conoscevamo), andiamo incontro ad emergenze di dimensione senza precedenti. Ma di tutto questo c’è solo un’eco liturgica nei dibattiti politici della sinistra italiana: c’è la catastrofe giapponese che apre scenari da incubo sul piano finanziario ed energetico, c’è la rivolta del mondo arabo, c’è una guerra in corso ed una valanga di migranti che arriva ma noi parliamo di Ruby e della “prescrizione breve”. Certo è colpa di Berlusconi. Ma non solo di Berlusconi. Il punto è che, a parte l’opposizione alle oscene riforme sulla giustizia sfornate dal Cavaliere, manca qualsiasi iniziativa concreta su qualsiasi altro fronte, dalla politica energetica alle questioni bioetiche, dalla riforma del fisco alla politica di sicurezza, dai problemi dell’immigrazione alla crisi finanziaria.
Credo che la Casa della Cultura possa dare un grande contributo alla elaborazione di questa nuova cultura politica, ponendosi come centro propulsore di una rete di analoghi organismi politico-culturali, a cominciare da un convegno dal titolo “quale cultura politica per la sinistra?”.
E’ auspicabile che ad esso partecipino molti altri gruppi, circoli, centri studi ecc, e che di lì nasca un coordinamento di iniziative comuni.