Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012
Risposte alle tre domande
Alessandro Capelli e Guido Agnelli
1. Cultura e politica. Al tempo dei populismi. In questi ultimi due decenni formazioni e movimenti populisti hanno occupato la scena pubblica italiana e vi hanno impresso il loro segno. Berlusconismo e Lega hanno scandito l’agenda della vita politica, esercitando di fatto anche un’egemonia culturale che traspare dal linguaggio e dalle pratiche prevalenti nella vita pubblica. La sinistra italiana ha evidenziato serie difficoltà, politiche e culturali, nel proporre e nel difendere un suo punto di vista. Da dove ha tratto origine questo profondo, radicale rimescolamento del clima politico e culturale? E per quale motivo le linee di resistenza hanno rivelato tale fragilità?
Durante il secolo passato, ed in particolare nel trentennio 1945-1975, la democrazia di massa era riuscita a sviluppare a fondo le proprie capacità inclusive. Il linguaggio della sinistre, che alternava critiche organiche al sistema capitalismo e rivendicazioni contingenti di giustizia sociale, era diventato un importante architrave della nostra democrazia. Durante i trent’anni gloriosi le democrazie occidentali allargarono la propria base sociale poiché le classi deboli riuscirono ad entrare pienamente nel circuito di rappresentanza, soprattutto grazie ai partiti ed ai sindacati di massa. Questo circolo virtuoso però iniziò ad incepparsi dalla tarda metà del decennio 1970 quando in questo orizzonte si inserirono numerosi fattori che segnarono il passaggio ad un nuovo modello sociale di organizzazione democratica a causa sia di trasformazioni di natura globale che prettamente italiana. Rapidamente cerchiamo ora di costruire una mappa che chiarisca gli elementi fondamentali di quel passaggio. Anzitutto dagli anni ’70, precisamente dalla crisi petrolifera del 1973, alcuni teorici liberisti inizieranno a rafforzare la propria critica contro l’assunto che aveva permesso alla democrazia di svilupparsi per tutto il decennio 1960 e cioè l’interazione continua tra stato e mercato, con il primo impegnato a risolvere le esternalità negative che produceva il secondo. Questo linguaggio liberista era agevolato dal fastidio che alcuni cittadini provavano dinnanzi al crescente elefantismo delle organizzazioni e delle istituzioni pubbliche. Con le elezioni della Thatcher e di Reagan si andò consolidando l’egemonia neoliberista all’interno del mondo occidentale. Il neoliberismo ed il paradigma neoclassico diventarono rapidamente gli elementi costitutivi della sovrastruttura culturale del mondo nuovo. Al fondo della retorica neoliberista giace la negazione stessa della politica: il mercato sarebbe più che sufficiente per regolare efficientemente l’esistenza delle persone. Le esclusioni che il mercato produce sarebbero a loro volta inevitabili e comunque legittime. Contemporaneamente il neoliberismo contribuiva a negare col proprio linguaggio il valore dei corpi intermedi e dei partiti di massa. Erano proprio questi i soggetti che avevano incanalato ed “insegnato” la partecipazione democratica nel secolo passato: la crisi di queste forme di partecipazione è una delle chiavi di lettura fondamentali per comprendere l’avanzata del populismo. Negli stessi anni, a qualche migliaio di chilometri di distanza, il crollo definitivo del socialismo reale finì con il privare la politica della più grande narrazione alternativa che avesse garantito la storia del Novecento. Insieme ad esso entrava in crisi l’idea di una possibile società fondata su basi differenti, fino a far ipotizzare a qualche autore una fine della storia. Senza orizzonti di trasformazioni possibili, la politica stava assumendo sempre più la forma dell’amministrazione di un condominio, sgradita ma necessaria, mentre la democrazia stava si trasformava in un sistema per selezionare le elites al potere all’interno di precostituiti gruppi oligarchici. Non più processo di liberazione e di inclusione, semplicemente scelta tra due ipotesi che finirono con l’assomigliarsi sempre più frequentemente. In un processo culturale regressivo che colpì anche la sinistra, questa si convinse che per vincere le elezioni sarebbe diventato necessario sedurre un ipotetico elettore mediano con politiche tendenzialmente bipartisan. Il crollo delle alternative al modello dominante e la fine del pensiero utopico hanno favorito il radicarsi del pensiero unico. La polis, intesa come spazio collettivo di confronto politico e di conflitti di classe, ha smesso improvvisamente di esistere. La politica ha ceduto alla retorica reaganiana per cui essa stessa rappresenterebbe il male. L’omologazione imposta dal pensiero unico ha colpito con vigore il pensiero critico, rendendolo talvolta una mera testimonianza, o comunque evidenziandone unicamente gli aspetti emergenziali. I primi a pagare questa rivoluzione culturale sono stati i partiti di massa, specialmente quelli di sinistra, che hanno iniziato un processo di svuotamento e snellimento tanto rapido da essersi tramutati in partiti di tipo liquido. Gli anticorpi che il pensiero critico italiano era riuscito a sviluppare e a diffondere nella coscienza collettiva si andarono lentamente disgregando. A sinistra ebbe il suo peso probabilmente anche un fattore di tipo psicologico: la sindrome degli sconfitti. Molti dirigenti della sinistra iniziarono a competere per chi avrebbe meglio rinnegato la propria storia politica. Il problema, non da poco, è che in Italia la storia del Partito Comunista e quella del Partito Socialista (fino alle ultime trasformazioni) era soprattutto quella di emancipazione del movimento operaio italiano. Archiviando frettolosamente le vecchie prospettive senza riuscire ad elaborarne di diverse, la sinistra perse militanti senza al contempo riuscire ad attirarne di nuovi. Con l’assenza della politica e di volontà collettive di trasformazione del mondo l’immaginario individualista divenne dirompente. Questo ha atomizzato completamente la scena pubblica, contribuendo a rendere apparentemente superflua la politica. Proprio tra le pieghe dell’individualismo si annidano senza difficoltà le paure, i rancori, le guerre dei poveri contro i più poveri. In assenza di grandi racconti collettivi sono subentrate le piccole narrazioni individuali, le logiche corporative, il disinteresse verso tutto ciò che è pubblico. L’individualismo oggi dominante è molto più che la semplice cura del proprio interesse personale, è intrinsecamente antipolitica, nel senso di negazione della politica. È questo il terreno fertile dove si riesce a sviluppare il populismo: società atomizzata, delegittimazione pubblica della politica, assenza di alternative politiche, debolezza dei corpi intermedi. A fare da cornice a questi sviluppi, una globalizzazione che già allora aveva iniziato a rendere sempre più incerto il potere reale dello stato nazione intorno a cui erano organizzate le forme democratiche,la diffusione della televisione commerciale e dei nuovi modelli comunicativi, il superamento dei sistemi di produzione che ruotavano intorno alla fabbrica. Il nuovo vocabolario pubblico cominciava ad essere segnato sempre più in profondità dalla pubblicità e dall’imperativo del consumo. Nel nostro paese l’avanzata del populismo, più rapida che negli altri dell’Europa occidentale, venne facilitata dall’instabilità dei primi anni ’90: mafia, Tangentopoli, svalutazione della Lira, eventi che condussero al rovinoso crollo della Prima Repubblica. Scomparvero i partiti che avevano retto il paese fin dal 1948, lasciando un enorme vuoto in cui la retorica demagogica e populista potè insinuarsi. Eppure già gli anni ’80 avevano mostrato qualche segnale delle mutazioni che si sarebbero verificate di lì a poco. La marcia dei 40000 sembrava aver chiuso, almeno per quella stagione, l’epoca delle grandi lotte operaie e la televisione commerciale iniziava a diffondersi con una forza sempre più dirompente. Contemporaneamente il panorama politico si arricchiva di elementi che diverranno dominanti nel decennio successivo come la nuova figura di leader rappresentata da Craxi o la nascita della Lega e di altre istanze identitarie a reazione dei processi di globalizzazione. Rimane simbolica e “forte” l’immagine del lancio delle monetine verso un Craxi costretto a rifugiarsi dentro la propria auto. Quei giorni mostravo una volontà di indignazione diffusa che oggi sembra essersi sopita anche dinnanzi ad episodi simili, come se parte dei cittadini italiani si fossero assuefatti al malcostume della propria classe dirigente. La squalifica della classe politica di quegli anni si tramutò rapidamente nel trampolino della retorica antipolitica oggi dominante. Nuove forze scesero in campo e promossero la propria identità rimarcando la propria diversità coi politici definiti “di professione”, come se la qualifica fosse di per sé dispregiativa, e con il loro linguaggio “politichese”, connotazione che significa, se non mendace, perlomeno lontano dalla gente. Nell’Italia contemporanea si può scorgere il sopraggiungere di una democrazia rappresentativa la cui cifra dominante è data dal populismo. Lega Nord, Popolo delle Libertà ed Italia dei Valori hanno ottenuto più del 50% dei suffragi nelle ultime tornate elettorale. Esso però è ben più che una questione numerica; è un modus operandi della politica contemporanea, un linguaggio dominante, una pratica egemonica. Una politica che riconsegna tutto il potere a nuove oligarchie politiche ed economiche, che consegna a poche persone illuminate dai riflettori della televisione il futuro del paese. Due parole riguardo alle generazioni che sono cresciute all’ombra del pensiero unico. Coloro che erano giovani negli anni ’80 sono i soggetti che probabilmente hanno subito maggiormente il contraccolpo psicologico e che si sono chiusi con più delusione nel proprio privato. Nella generale disillusione dalla politica, all’interno di un costante processo di allontanamento dalle forme organizzative tradizionali, tutte le nuove generazioni hanno accettato la distanza dalla politica, almeno nelle sue forme tradizionali. Generazioni la cui cifra dominante è data dalla precarietà hanno il problema quotidiano di doversi scontrare con assenza di prospettive di vita professionale e con dati che minacciano unicamente una mobilità sociale discendente. In questa logica diminuisce chiaramente lo spazio umano per la politica. Alcuni giovani sono riusciti però a trovare una via di uscita per costruirsi nuove forme di partecipazione all’interno della scena pubblica. La stagione del movimento No Global, da Napoli 2001 al Social Forum di Firenze, la stagione dei movimenti pacifisti e quella dei movimenti universitari fino all’Onda del 2008 hanno aiutato ad allargare il respiro di una generazione altrimenti soffocata dall’ansia del domani. In tutto questo, purtroppo, grande assente finora è risultata essere la sinistra dei partiti.
2. Cultura e politica: una relazione oggi lacerata. Per quanto sta avvenendo nel sistema politico (populismi, crisi dei partiti, personalizzazione della politica) ma anche per i processi culturali in corso (mediatizzazione, spettacolarizzazione, ecc). E’ possibile oggi ripensare e ricostruire una relazione fra elaborazione culturale e teorica e vita politica? Come, dove e attraverso quali strumenti?
La sinistra italiana è stata una delle principali vittime, ma anche uno dei principali carnefici di questo orizzonte culturale, politico e sociale. Ha assistito impotente e litigiosa alla crescente egemonia culturale neoliberista, distratta ancora tra una retorica di testimonianza o completamente smemorata della propria ragione storica. Non è stata capace di porre alcun argine credibile al pensiero unico. È giusto indagare le cause del sopraggiungere del populismo e della crisi della politica rappresentativa, ma appare assolutamente centrale che anche l’intera sinistra italiana ed europea si assuma le proprie responsabilità. La sinistra politica ed istituzionale che si sono visti consegnare le giovani generazioni italiane all’indomani delle elezioni politiche del 2008 giaceva in una situazione davvero preoccupante. In questo discorso cerchiamo di ragionare senza settarismi sulla situazione dell’intera sinistra italiana. La distinzione cui ancora qualcuno sembra credere tra massimalisti e riformisti, oltre ad essere di per sé oggi quasi comica, è già chiusa in sé stessa e tristemente minoritaria nella società. Mentre a sinistra ancora si litiga su chi sta più a sinistra di chi e soprattutto su chi è più nuovo di chi, perfino i beni comuni stanno diventando terreno di spartizione del mercato capitalistico e i diritti sociali fondamentali sono costretti ad un processo di continua delegittimazione. Comprendiamo il difficile momento di passaggio che hanno vissuto le ultime generazioni dirigenti a sinistra: il crollo delle ideologie, la sfiducia montante nel collettivo, la retorica antistatale, la globalizzazione e la trasformazione rapida del modo di fare politica. Questo però non può più giustificare uno scenario politico alle volte davvero deprimente. Un parte del mondo progressista paga ancora i sensi di colpa per essere stata comunista negli anni sessanta, settanta ed ottanta. E sono quegli stessi dirigenti progressisti che competono tra loro per guadagnarsi le simpatie del mondo della finanza e delle banche, lasciando le proprie ragioni storiche in mano alla Lega Nord ed ai partiti populisti. Letture organiche della società come quelle gramsciane, ma perfino analisi come quelle liberali del Novecento, sono state abbandonate rapidamente per iniziare una ossessiva ricerca del famigerato e probabilmente inesistente elettore mediano. Chi cita Obama con una frequenza quasi imbarazzante pare essersi perso il più grande insegnamento dell’attuale presidente degli Stati Uniti d’America: il mondo progressista tornerà al centro della scena politica se riuscirà a ricostruire un suo linguaggio, autonomo da quello delle destre e del pensiero dominante. Per il resto non si dimentichi che la storia culturale del Nord America non ha nulla in comune con quella europea, tentare di imitarla per riempire i vuoti culturali che feriscono l’Europa non fa altro che peggiorare la situazione. Come se non bastasse, alcune aree della sinistra hanno imbarcato numerosi elementi di berlusconismo. Hanno pensato che per competere con Berlusconi fosse necessario diventare quasi come Berlusconi. Hanno alleggerito le forme organizzative, hanno accettato tout court la retorica liberista, si sono concentrate prevalentemente sull’apparire in televisione, hanno accettato un vocabolario imposto smettendo di competere con la destra per l’egemonia. La stessa retorica riguardo le nuove generazioni è stata permeata dal Berlusconismo. Il problema è che anche a sinistra non sono mai state create le condizioni per realizzare un ricambio generazionale serio e non si è mai investito sulla formazione culturale e politica dei giovani, finendo con il tutelare una forma di gerontocrazia maschile anche nello schieramento progressista. Non è un problema da poco. Purtroppo però c’è anche qualcosa di più. Ci si è ammalati di giovanilismo. Si pensa che candidare un giovane, fare apparire un giovane, voglia dire rappresentare queste nuove generazione. In questo modo è stato scoperto il fianco alla retorica del giovanilismo fine a sé stesso, quello che sostiene che essere giovani sia più che sufficiente per dover stare al centro della scena. L’età diventa di per sé un valore. Non è un caso che l’apparenza giovane ed il timore per la vecchiaia è stato anche uno dei primi insegnamenti del berlusconismo. All’interno di questo gioco retorico giace anche la radice del successo di alcuni “giovani” politici che si guadagnano visibilità semplicemente rivendicando le proprie qualità anagrafiche senza pretendere di trasformare quella cultura politica sposa del pensiero unico che ha portato la sinistra alla disfatta. Il tema del ricambio generazionale a sinistra è un nodo fondamentale che deve essere affrontato con cura, permettendo ai giovani di assumersi realmente le proprie responsabilità politiche. Non deve puntare sull’apparenza giovanilistica o sulla retorica del ricambio generazionale all’interno di un immaginario collettivo vuoto di contenuti. Un’ulteriore questione: il Partito Democratico che oggi è ancora il partito più grande dello schieramento di centrosinistra ha completamente stravolto il concetto della rappresentanza. Ha pensato che per rappresentare la classe operaia fosse sufficiente candidare un operaio alla camera, per fare proprie le ragioni dei precari fosse necessario candidare un precario e così via. Questa logica tende costruire un circolo vizioso per cui si arriva a pensare di poter rappresentare tutte le istanze (anche opposte tra loro) semplicemente portando in parlamento tutte le antitesi. La sinistra però non può essere una sintesi tra valori opposti. Deve scegliere da quale parte stare. Il risultato è che il venire meno delle ideologie si è tramutato velocemente nel rapido indebolimento dell’essenza stessa della sinistra. Un’altra parte della sinistra affronta, invece, il rischio quotidiano di rinchiudersi nel proprio vocabolario tardo-ottocentesco. Smarrita nella crisi del proprio modello ideale, una parte della nostra storia rischia pericolosamente di candidarsi unicamente ad un ruolo di testimonianza. Eppure in Italia ci sarebbe spazio per una sinistra politica, plurale, capace di ascoltare e di meticciarsi con i movimenti civili e sociali, che accetti la sfida di governare i processi reali e che non si rinchiuda in un ruolo volontariamente minoritario. La sinistra del futuro dovrà tornare a prendere una posizione all’interno del sempiterno conflitto capitale/lavoro e contemporaneamente dovrà essere in grado di farsi attraversare da tutti quei movimenti che segnano la nuova cittadinanza attiva come quello ambientalista, quello per i diritti civili e quelli a difesa dei beni comuni. Una sinistra dunque che partendo dalla propria storia e aprendosi a nuove istanze costruisca una chiara identità e che sia in grado di presentare al paese un progetto di lungo periodo. La percezione dei propri obbiettivi, di ciò cui si vuole tendere è un elemento aggregante cui essa non può rinunciare. Allo stesso tempo dovrà ribadire con forza la propria diversità rispetto ad una politica del malcostume che oggi è tristemente dominante: ai personalismi ed alla “cattiva politica” dovrà contrapporre nuovamente un senso comune etico che sia tutto proiettato alla trasformazione reale della società.
3. Il tessuto tradizionale di mediazione tra cultura e politica (quotidiani, riviste, case editrici, centri di ricerca, ecc.) si è trasformato profondamente. Sono declinate le strutture legate direttamente ai partiti cui sono subentrate nuove realtà come le Fondazioni vicine a singole personalità politiche. La Casa della Cultura ha scelto in questi anni di andare controcorrente: restare un centro aperto a tutte le anime della sinistra e alimentare una riflessione sul medio e lungo periodo. Il tutto in evidente continuità con la propria storia. Siamo riusciti a rendere efficace questo percorso? Si può continuare su questa strada? Urgono correzioni? Nuove idee? Nuovi progetti?
Milano è stato uno dei terreni dove è avvenuta la sperimentazione italiana del neoliberismo ed il luogo dove Berlusconi ha costruito il nucleo forte del suo potere economico, politico e comunicativo. Milano, in altre parole, è stato l’epicentro italiano della controrivoluzione neoliberista ed antipolitica che ha segnato gli ultimi 25 anni di storia. Questa città è oggi la perfetta rappresentazione di quel mondo patinato stile Mediaset che domina l’immaginario collettivo nazionale. Milano è oggi apologia di individualismo, il suo centro è il perimetro geografico dove traspare con maggiore evidenza che gli immaginari del “noi”, sono stati piano sostituiti da immaginari dell’io, dove il successo individuale sembra essere la sola ragione che sottende ogni relazione. Nel centro di Milano però c’è anche la Casa della cultura, uno luogo sotterraneo che da ormai 65 anni denuncia, studia, riflette sulle contraddizioni che segnano Milano. Costruisce relazioni. Pensa e soprattutto immagina. Il rovesciamento del ruolo di questa istituzione della democrazia è paradigmatico per leggere la società: nata come strumento propulsore di una cultura democratica in piena espansione alla fine degli anni 40, diventata un luogo che fa dell’antagonismo al pensiero unico la propria ragione costituente. La casa della cultura è uno dei (non numerosissimi) luoghi da cui Milano può iniziare a riproporre un nuovo linguaggio che deve essere capace di liberare la città dal cappio stringente del pensiero unico. Oggi la Casa della Cultura si deve proporre un ruolo nuovo: deve essere parte di quelle multiforme esperienze che devono imporsi una forma di meticciato culturale per costruire nuovi elementi di cultura politica del mondo democratico e della sinistra. Se la contingenza politica può dividere e settorializzare, la cultura politica potrebbe ricostruire uno sfilacciato tessuto di tutta la sinistra. Ci si apre dinnanzi un ragionamento multi sfaccettato sul rapporto che intercorre tra politica e cultura. La relazione tra queste due espressioni del vivere sociale si è modificata in profondità anche in seguito alle grandi trasformazioni di cui parlavamo all’inizio di questo articolo. Oggi la politica è interamente schiacciata sul presente: l’eternità del presente è un’altra delle cifre dominanti della contemporaneità. Il passato è stato rimosso, ridotto a gossip oppure è divenuto forma di legittimazione del potere attuale. Una delle migliori letture della società contemporanea ce l’ha regalata una delle maggiori multinazionali di telefonia del mondo in un suo slogan pubblicitario: life is now. Il presente come unico tempo dotato di senso. Il futuro è stato dimenticato dalla politica e dal marketing perché non è immediatamente produttivo immediatamente sul piano del consenso elettorale e dei consumi di massa. La politica, interamente schiacciata sul presente, appassionata in una campagna elettorale permanente, mira unicamente a sedurre in tempi immediati più elettori possibili, cercando poi conferme nei sondaggi elettorali. È evidente come una politica che non miri a costruire il futuro smarrisca completamente la radice della propria essenza. Senza l’intervento di una nuova cultura organica e multi sfaccettata a sinistra, policy di lungo periodo verranno sempre più soppiantate da tutte quelle iniziative elettorali che, utilizzando ad hoc episodi di cronaca, alimenteranno continuamente la retorica della paura. In questo senso deve intervenire la cultura, costruire il futuro, legarlo al passato. Rendere il presente quel filo che lega la storia del movimento operaio e contadino italiano al futuro della sinistra che verrà.