Sostieni la Casa della Cultura Diventa socio o amico della Casa della Cultura

Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

Condividi la pagina:



Calendario eventi
maggio 2012
L M M G V S D
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031EC
Iscriviti alla nostra newsletter per restare aggiornato su tutti gli eventi della Casa della Cultura.

E-mail:
Nome:
Cognome:
Iscriviti
Cancellati


Home > 65° Casa della Cultura > Le risposte di Andrea Branzi

Materiali


Le risposte di Andrea Branzi

Risposte alle tre domande

Andrea Branzi

Una prima considerazione: la Sinistra che si interroga sulla Sinistra fornisce già una risposta implicita alle domande che vengono poste: sintomo di una di autoreferenzialità che ben conosciamo. Se oggi esiste una fabbrica di 
“ populismo” è proprio quello della Sinistra che presuppone sempre la malafede e l’incapacità della Destra di rispondere ai bisogni della Società 
(e del Popolo). Forse sarebbe interessante conoscere meglio e senza pregiudizi la nuova cultura di Destra prima di anticiparne un giudizio.
Come insegnava Marx compito primario della Politica è quello di capire come “funziona” il Mondo e solo successivamente criticarlo e cercare di cambiarlo. In questo senso i problemi interni della Sinitra sono relativamente interessanti se non misurati in rapporto al Mondo nuovo e alle culture politiche che esso esprime.
In ogni caso cerco di rispondere alle domande poste.

1. In questi ultimi due decenni formazioni e movimenti populisti hanno occupato la scena pubblica italiana e vi hanno impresso il loro segno. Berlusconismo e Lega hanno scandito l’agenda della vita politica, esercitando di fatto anche un’egemonia culturale che traspare dal linguaggio e dalle pratiche prevalenti nella vita pubblica. La sinistra italiana ha evidenziato serie difficoltà, politiche e culturali, nel proporre e nel difendere un suo punto di vista. Da dove ha tratto origine questo profondo, radicale rimescolamento del clima politico e culturale? E per quale motivo le linee di resistenza hanno rivelato tale fragilità?

Il “profondo e radicale rimescolamento” a cui il documento accenna è il risultato di una trasformazione strutturale dell’economia industriale e di quella sociale iniziata durante gli anni ’70. Questa trasformazione strutturale ha è nata con la la progressiva introduzione della robotica e delle reti informatiche nella produzione industriale e nella gestione del terziario. Questo processo di modernizzazione elettronica dei cicli industriali corrispondeva alle necessità di maggiore flessibilità produttiva di fronte al frazionamento dei mercati, ma anche (e soprattutto) all’urgenza di estromettere progressivamente dalla fabbrica il fattore umano (dopo i grandi scioperi seguiti al ’68), frazionando la vecchia e fragile catena di montaggio in “isole” largamente automatizzate e cominciando a trasferire la produzione in aree geografiche anche remote ma più convenienti. Questa trasformazione ha coinciso con l’arrivo di una mano d’opera meno specializzata costituita da extra-comunitari, meno politicizzati, meno sindacalizzabili, più disponibili al lavoro nero. 
La globalizzazione ha avuto molti effetti, tra i quali dunque la scomparsa della Classe Operaia, sia come realtà sociale che politica così come la si intendeva nella cultura classica della Sinistra. La dimensione mondiale del mercato ha inoltre indebolito in tutto il mondo le strutture istituzionali degli Stati nazionali (da qui il Federalismo) e di tutte le forme organizzate della politica locale, dai partiti ai sindacati. 
Di fronte alla perdita di capacità di governo della Politica, il Capitale “ è sceso direttamente in campo”: il fenomeno Berlusconi in questo senso è un fenomeno di avanguardia, destinato forse a diventare un esempio per altri paesi. Il gruppo Fiat ha interpretato per primo questo nuovo assetto e le oppertunità che esso offre sul piano contrattuale e politico. Marchionne ha messo in concorrenza la produzione in Italia con la produzione in qualsiasi altro paese: il sindacato ha dovuto scegliere tra un accordo capestro per i pochi operai rimasti al Lingotto (soltanto 5.000!) oppure il trasferimento della produzione in un altro paese. Frattanto Luca Cordero di Montezzemolo sta completando l’operazione candidandosi a futuro premier (più presentabile di quello attuale, ma suo omologo).
La Sinistra ha quindi perduto il suo ruolo storico di rappresentanza politica e rimane estranea alla trasformazione prodotte dalla nuova economia sociale, basata sul lavoro post-fordista: un lavoro creativo, intellettuale, produttore di innovazione, indispensabile per supportare il sistema industriale di fronte alla concorrenza internazionale. La Sinistra continua a difendere il “posto di lavoro” (salariato e contrattualizzato) che riguarda una minoranza sociale sempre più esile; difende i ceti più deboli, i pensionati e le classi disagiate: un ceto che però vota la Lega perché lo difende meglio contro la perdita dei privilegi sindacali acquisiti e dall’invadenza extra comunitaria. Dunque una politica di retroguardia destinata alla sconfitta elettorale, perchè incapace di interloquire e rappresentare i nuovi protagonisti della attuale economia sociale, costituita dall’impreditorialità di massa, dagli intellettuali, dai creativi, dei produttori di innovazione; una enorme Forza Lavoro post-fordista che opera fuori dalla fabbrica e che non ha ancora una rappresentanza politica. Una moltitudine che la Sinistra invita puntualmente a offrire il proprio voto sull’altare di una Classe Operaia (che non esiste più) e a favore delle Classi Deboli, che la ignorano e la detastano. 
Lo scontro politico post-ideologico è del tutto mediatico; attorno a figure di leaders che provengono da settori esterni alla politica. Quelli di Destra elaborano un populismo adeguato alla borghesia (sempre interessata a indagare i limiti esterni della legalità e dell’evasione fiscale); quelli di Sinistra propongono i vecchi temi “umanitari”, esortativi e privi di capacità aggregative. 
Due populismi simmetrici che riempiono il vuoto creato, non soltanto dalla caduta delle ideologie, ma dalla scomparsa della stessa Categoria della Politica. Una “Società Senza Politica” è infatti il risultato più maturo del liberalismo radicale e dell’anarchia del mercato, dove la libertà del singolo individuo sembra coincidere spontaneamente con la libertà dell’intero Sistema; senza più bisogno di mediazioni istituzionali.

2. Cultura e politica: una relazione oggi lacerata. Per quanto sta avvenendo nel sistema politico (populismi, crisi dei partiti, personalizzazione della politica) ma anche per i processi culturali in corso (mediatizzazione, spettacolarizzazione, ecc). E’ possibile oggi ripensare e ricostruire una relazione fra elaborazione culturale e teorica e vita politica? Come, dove e attraverso quali strumenti?

Una “Società Senza Politica” è anche una “Società Senza Cultura”. 
I due termini, Politica e Cultura presuppongono tradizionalmente l’esistenza di tematiche culturali e sociali forti e concentrate, largamente condivise.
Ma l’unica tematica largamente condivisa è costituita oggi dall’ Ambientalismo che in tutto il mondo produce una sorta di “internazionalizzazione” delle culture locali a fronte dell’allarme sul consumo del territorio e dell’energia del globo. Le tematiche ambientaliste forniscono di fatto una supplenza sia alla assenza della Politica che a quella della Cultura. Le Religioni a loro volta (ritenute scomparse dal positivismo del XX secolo) sono tornate violentemente alla ribalta della storia e rivendicano il diritto di sostituirsi sia alla Politica che alla Cultura. 
Ma l’assenza di un tessuto politico e culturale condiviso non è necessariamente un fenomeno negativo: la caduta della Politica non significa qualunquismo e la caduta della Cultura non significa ignoranza ma piuttosto il superamento di alcune vecchie e consolidate categorie di valori e di competenze. Alla caduta della Politica corrisponde un nuovo livello di democrazia debole e diffusa che lavora sui Diritti Civili ed è difficile da abbattere; alla caduta della Cultura corrisponde la produzione intellettuale di massa, che non produce (forse) capolavori ma una sorta di energia debole e diffusa di innovazione e di sperimentazione.
L’assenza dunque di Certezze politiche e culturali, di principi certi e di quadri di valori permanenti, bene corrisponde alle necessità della nostra Società Auto-Riformista che agisce in assenza di un modello unitario di riferimento, producendo quotidianamente nuove leggi, nuove regole e nuovi statuti per gestire sperimentalmente lo stato di crisi permanente nel quale si trova (e che ne permette lo sviluppo) attraverso equilibri provvisori e soluzioni temporanee. 
Questa stagione di sperimentalismo politico e culturale non è un fenomeno temporaneo, ma l’effetto più maturo del conflitto non risolto (e forse non resolvibile) tra la necessità di sviluppo continuo del sistema produttivo mondiale e la ricerca di un equilibrio locale anche temporaneo. 
Funzionali dunque a questa lunga stagione evolutiva sono (paradossalmente) sia l’incertezza dei Principi Politici sia l’opacità dei Principi Culturali. Ma queste “assenze” possono rappresentare (come vedremo) anche una grande opportunità per un profondo rinnovamento politico e culturale del XXI secolo.
Sia la Destra che la Sinistra hanno dunque perduto le proprie piattaforme di valori di riferimento; ciò significa che la Politica è entrata in una fase “creativa” dove le strategie e le tattiche del mercato politico sono affidate alle capacità di interpretare in maniera dinamica le condizioni congiunturali: meno esse sono “radicate sul territorio” e meglio (paradossalmente) riescono a operare nel contesto elettorale e a creare consenso (provvisorio). La lunga stagione del trasformismo è appena iniziata; essa è il risultato del rapporto sempre più debole dell’individuo con i legami di appartenenza partitica: essere oggi di Destra o di Sinistra significa soprattutto essere auto-critici verso la Destra e verso la Sinistra (e non viceversa). Come dicono i filosofi.: essere “contemporanei” significa essere critici verso la contemporaneità…

3. Il tessuto tradizionale di mediazione tra cultura e politica (quotidiani, riviste, case editrici, centri di ricerca, ecc.) si è trasformato profondamente. Sono declinate le strutture legate direttamente ai partiti cui sono subentrate nuove realtà come le Fondazioni vicine a singole personalità politiche. La Casa della Cultura ha scelto in questi anni di andare controcorrente: restare un centro aperto a tutte le anime della sinistra e alimentare una riflessione sul medio e lungo periodo. Il tutto in evidente continuità con la propria storia. Siamo riusciti a rendere efficace questo percorso? Si può continuare su questa strada? Urgono correzioni? Nuove idee? Nuovi progetti? Quale potrebbe essere il ruolo della Casa della Cultura?
Personalmente sono incerto sull’idea della promozione di un “illuminismo per tutti” perché l’Illuminismo come filosofia che alla Luce della Ragione indaga i meccanismi di funzionamento della Storia appartiene all’epoca della Meccanica e presuppone l’idea che anche il Mondo sia costituito da un insieme di ingranaggi intellegibili. Ma il Mondo di oggi è molto più vischioso, complesso e illogico e non segue, come si credeva un tempo, la sola legge del Profitto: oggi interferiscono nella Storia energie più oscure, endocrine e contraddittorie. La conoscenza del Mondo non vuol dire quindi scoprirne i “meccanismi interni” ma piuttosto (come in un computer) indagarne il “funzionamento operativo”, le prestazioni virtuali e le opportunità funzionali. Una conoscenza dunque esperenziale e sperimentale e non necessariamente strutturale (la diffrenza è inportante).
Faccio un esempio: la Casa della Cultura (o della Politica?) organizza dei cicli di conferenze sulle Grandi Religioni Monoteiste che oggi si contendono il Mondo, senza proporsi ancora una svolta di smascherane le segrete strategie economiche o politiche, ma indagandone le strutture teologiche, le filosofie morali e i comportamenti che esse producono nella società.
Oppure: organizza dei cicli di conferenze sulla cultura di Destra, sulla storia del suo pensiero teorico, sui suoi Miti antichi e moderni, senza affrettarsi a premettere un giudizio di merito (già scontato e che ne impedisce di fatto la conoscenza).
Ancora: indaga la “produzione di Innovazione” che in tutto il mondo ha portato alla moltiplicazione dei centri di formazione delle professioni creative, che sono diventate “professioni di massa” impegnate a fornire all’intero apparato industriale l’energia di Innovazione Continua (tecnologica, strategica, funzionale o estetica) oggi indispensabile per collocarsi sul mercato internazionale e affrontare la Concorrenza Globalizzata.

Buon lavoro.