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Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

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Materiali


Le risposte di Bianca Beccalli

Risposte alle tre domande 

Bianca Beccalli 

Cultura e politica. Al tempo dei populismi
1. In questi ultimi due decenni formazioni e movimenti populisti hanno occupato la scena pubblica italiana e vi hanno impresso il loro segno. Berlusconismo e Lega hanno scandito l’agenda della vita politica, esercitando di fatto anche un’egemonia culturale che traspare dal linguaggio e dalle pratiche prevalenti nella vita pubblica. La sinistra italiana ha evidenziato serie difficoltà, politiche e culturali, nel proporre e nel difendere un suo punto di vista. Da dove ha tratto origine questo profondo, radicale rimescolamento del clima politico e culturale? E per quale motivo le linee di resistenza hanno rivelato tale fragilità? 

La domanda chiede di spiegare due fenomeni politico sociali, il berlusconismo e l’affermazione leghista. Vi è poi un terzo, controverso, interrogativo: se vi sia una particolare difficoltà della sinistra nel contrastarli, e perché. La spiegazione di quello che viene definito un “radicale rimescolamento del clima politico culturale” non solo non è possibile in poco spazio ma forse è inutile. Ciò che è utile ricordare in questa sede è che non si tratta di fenomeni del tutto nuovi e men che meno solo italiani. Sia il populismo sia il localismo anti stato-nazione sono fenomeni da interpretare in un quadro storico e comparativo, a cui qui faccio cenno; più difficile è discutere della specificità del caso italiano. Sul populismo la letterature è ampia, basti ricordare gli studi classici di Yves Meny e di Yves Surel, o l’analisi comparata di Donatella Campus nel libro recente dal significativo titolo “L’antipolitica al governo. De Gaulle, Reagan, Berlusconi”. Anche il neo-localismo, contro lo stato nazionale e alla ricerca di radici identitarie diverse, ha una storia più lunga, e forse più nobile, di quella della Lega. Dalle “Imagined Communities” di Benedict Anderson alla recente letteratura sul multiculturalismo, dalle analisi sulla xenofobia a quelle sulle politiche sicuritarie, il tema ha avuto un grande sviluppo, dando luogo più a interrogativi che a risposte. Certo, anche qui va svolta una indagine sulla variante italiana del fenomeno in un confronto internazionale. 

2. Cultura e politica: una relazione oggi lacerata. Per quanto sta avvenendo nel sistema politico (populismi, crisi dei partiti, personalizzazione della politica) ma anche per i processi culturali in corso (mediatizzazione, spettacolarizzazione, ecc). E’ possibile oggi ripensare e ricostruire una relazione fra elaborazione culturale e teorica e vita politica? Come, dove e attraverso quali strumenti? 

Mi permetto di ridefinire il titolo: da quello che ha un richiamo storico “politica e cultura” (parecchi di noi saranno andati a cercare nei Meridiani Mondadori l’originario “Politica e cultura” di Bobbio) ad un titolo con termini diversi come il ruolo delle idee, della ricerca e della elaborazione intellettuale nella sfera pubblica. Dunque “sfera pubblica” invece di “politica”: E’ un ampliamento di campo, che suggerisce un ampliamento dei confini della politica istituzionale e nazionale. Suggerisce anche di ricordare che la lunga marcia per la cittadinanza ha coinvolto dall’ ‘800 una ampia arena di “non cittadini”, che in modi non sanzionati dalla cittadinanza politica formale hanno fatto pressione per la democrazia. Vi era nell’ 800 un pullulare di iniziative, di circoli, di dibattiti nei salotti e nei pubs che non coincideva con la democrazia dei notabili e con l’esercizio del diritto di voto. L’ampliamento della sfera politica oggi ci fa guardare alla storia della cittadinanza: usciamo dal XX secolo, guardando al prima e pensando al dopo. 

Dunque un’altra ridefinizione : “idee”, ricerca e fabbricazione delle idee, invece che “cultura”. Ma cosa è stata la cultura nella storia della sinistra nell’Italia del ‘900? Il rapporto con la cultura in generale ha avuto una connotazione gramsciana, nella visione di un passaggio importante per l’ ”egemonia” della sinistra nella società civile. Ma guardiamo, in senso più stretto alla cultura che elabora una riflessione sulla società, dalla filosofia alle scienze sociali: una cultura che definiamo provvisoriamente “riflessiva” (Giddens a parte). In una periodizzazione che sarebbe complessa mi limito a scegliere tre esempi. Negli anni del primo dopoguerra, ai primordi della casa della cultura vi era rispetto e stima per la cultura umanistica tradizionale, anche per quella versione di cultura riflessiva che emergeva dal filtro crociano, incluso il marxismo di origine Hegeliana. Questa cultura non interferiva con le elaborazioni politiche della sinistra e perciò era facilmente omaggiata: era un ornamento e non una sfida. Il mio secondo esempio riguarda gli anni ’50 e ’60 quando la modernizzazione esplodente dal paese ha mostrato l’inadeguatezza interpretativa del vecchio apparato concettuale marxista ed ha stimolato un’apertura alle scienze sociali, fino ad allora poco considerate e sospetta di “americanismo”. E’ stato uno dei periodi fecondi della cultura riflessiva che ha stimolato scontri vivaci tra cultura e politica: la cultura è risultata scomoda per l’establishment della politica di sinistra. Un terzo esempio: dopo gli anni ’60 ed il revival del marxismo, dopo gli anni ’80 e la fascinazione del post-moderno alla fine del secolo ci si è trovati con una crisi degli schemi culturali che è stata temporalmente parallela al tracollo del sistema dei partiti e della politica tradizionale, senza interagire criticamente con essa.

3. Il tessuto tradizionale di mediazione tra cultura e politica (quotidiani, riviste, case editrici, centri di ricerca, ecc.) si è trasformato profondamente. Sono declinate le strutture legate direttamente ai partiti cui sono subentrate nuove realtà come le Fondazioni vicine a singole personalità politiche. La Casa della Cultura ha scelto in questi anni di andare controcorrente: restare un centro aperto a tutte le anime della sinistra e alimentare una riflessione sul medio e lungo periodo. Il tutto in evidente continuità con la propria storia. Siamo riusciti a rendere efficace questo percorso? Si può continuare su questa strada? Urgono correzioni? Nuove idee? Nuovi progetti?

Che cosa poteva fare, in un contesto simile, la Casa della Cultura? Ha bene tenuto la barra in un mare confuso, e non credo che nei tumultuosi e disorientati anni di inizio del XXI secolo, potesse fare molto di diverso. Ora certo si può migliorare, ed è a questo scopo che ad alcuni di noi fedeli amici della Casa della Cultura viene chiesto un contributo. Lasciamo perdere il ruolo delle “Fondazioni politiche” di recente invenzione citate nella formulazione della domanda. Queste sono, al di là di alcune buone volontà, dei residui della vecchia politica, non certo un modello di politica culturale nuova. Ebbene ha fatto la Casa della Cultura a non imitare il modello, a non creare steccati, a lasciare un terreno aperto e non strumentale a tutte la forze in campo. Il consiglio da rivolgere alla Casa della Cultura è secondo me duplice. In primo luogo va rivisitata la troppo conclamata crisi della politica guardando all’emergere di nuove domande nella società civile. Molto ribolle infatti nella società civile, nelle nuove domande di cittadinanza attiva che la politica istituzionale non intercetta. In secondo luogo, per incoraggiare tali domande, per candidarsi ad un ruolo di interfaccia e comunicazione tra cultura e politica, occorre diventare più selettivi che nello scorso decennio, occorre stabilire delle priorità. Di questo si dovrà discutere, ma i temi della giustizia, della cittadinanza, della democrazia a me sembrano prioritari. Ed in particolare: come si organizza la partecipazione democratica in una situazione in cui la democrazia è andata evolvendo da una democrazia dei partiti ad una democrazia del pubblico, per usare la terminologia di Bernard Manin. Una democrazia, quest’ultima, fortemente personalizzata, in cui il leader si rivolge direttamente al pubblico tramite i media e usa tutte le tecniche –i frames, come dimostra Gorge Lakoff – che facilitano la ricezione del suo messaggio in modo passivo e irrazionale? Alla democrazia dei partiti non si torna. E’ possibile sollecitare partecipazione democratica, e soprattutto reazioni razionali, discussione e deliberazione critica, anche in questo contesto?