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Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

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Home > 65° Casa della Cultura > Le risposte di Carlo Sini

Materiali


Le risposte di Carlo Sini

Risposte alle tre domande

Carlo Sini

1. In questi ultimi due decenni formazioni e movimenti populisti hanno occupato la scena pubblica italiana e vi hanno impresso il loro segno. Berlusconismo e Lega hanno scandito l’agenda della vita politica, esercitando di fatto anche un’egemonia culturale che traspare dal linguaggio e dalle pratiche prevalenti nella vita pubblica. La sinistra italiana ha evidenziato serie difficoltà, politiche e culturali, nel proporre e nel difendere un suo punto di vista. Da dove ha tratto origine questo profondo, radicale rimescolamento del clima politico e culturale? E per quale motivo le linee di resistenza hanno rivelato tale fragilità?

Il rimescolamento del clima politico e culturale è l’ultima conseguenza della società di massa, in cammino da più di un secolo e oggi sul punto di esplodere a livello planetario (si veda quel che accade nei paesi arabi). Non bisogna confondere popolo e massa. Il primo viene dal mondo agricolo e si trasmette in parte nel mondo operaio, che tuttavia, riscattatosi dalla miseria grazie alla lotta di classe sindacale, non si è affatto “imborghesito” (come si ama dire), ma si è tradotto in consumatore, cioè in uomo-massa. La sinistra europea non ha letto in tempo questa trasformazione e soprattutto non ha gli strumenti culturali adeguati a fronteggiarla. Essa nasce dall’alta cultura borghese progressista, le cui radici remote stanno nella rivoluzione dell’umanesimo e del mercantilismo, mentre le radici recenti stanno nell’illuminismo, nell’idealismo e nel materialismo scientifico: una grande cultura per forza di cose eminentemente elitaria e aristocratica. L’idea di trasferire questa cultura al “popolo”, per es. attraverso la scolarizzazione di massa, non poteva che fallire e stupisce in particolare che non l’abbiano compreso i marxisti, i quali dovrebbero sapere che la cultura è massimamente figlia della vita materiale ed economica e non indipendente da essa. Dimmi come vivi, come produci e riproduci la vita e ti dirò che cosa puoi e cosa dovrai pensare. Ne deriva che il punto di vista dei partiti di sinistra risulta antiquato e incomprensibile per la massa dei consumatori, quella che già Nietzsche chiamava “plebe” e che non rispecchia nemmeno più differenze di classe o di censo: sono massa tutti quanti, l’imprenditore e l’operaio, il dirigente e l’impiegato, il politico e l’intellettuale, come infatti traspare dal loro linguaggio e dai loro modi di comportamento. La traduzione di questo fatto nel linguaggio della politica ispirato dagli strumenti della informazione di massa è una cosa ovvia. Messaggi politico-pubblicitari e uscite volgari a suon di pernacchie e simili sono immediatamente compresi e condivisi. I lucidi ragionamenti illuministici della sinistra sono invece, dal punto di vista della efficacia, piuttosto patetici e comunque poco incisivi.

2. Cultura e politica: una relazione oggi lacerata. Per quanto sta avvenendo nel sistema politico (populismi, crisi dei partiti, personalizzazione della politica) ma anche per i processi culturali in corso (mediatizzazione, spettacolarizzazione, ecc). E’ possibile oggi ripensare e ricostruire una relazione fra elaborazione culturale e teorica e vita politica? Come, dove e attraverso quali strumenti?

Come ricostituire un rapporto efficace tra cultura e politica è una domanda tipicamente “di sinistra”. Di certo non turba i sonni d Berlusconi o di Bossi, che propriamente non sanno neppure di cosa stiamo parlando, mentre la situazione attuale va per loro bene così. Per noi c’è anzitutto da riflettere sul doppio uso che facciamo della parola ‘cultura’. Da un lato diciamo della cultura e addirittura della “egemonia culturale” (vedi prima domanda) che caratterizza i cosiddetti populismi; dall’altro ci appelliamo a una cultura (alta? vera? giusta?) come guida e fondamento dell’azione politica. La cultura, cioè, come gramsciana avanguardia “proletaria” (o per il proletariato, che propriamente non esiste più). Credo che non sia utile correre dietro all’attualità e alle sue contraddizioni e sognare di trovare così soluzioni secondo i nostri propositi (di qui tutti i discorsi dei leader della sinistra, le loro chiacchiere su una sinistra “moderna”, “democratica”, “riformista”, che all’atto pratico non si sa cosa davvero significhi, suscitando l’impressione che non lo sappiano nemmeno loro, fatta salva una generica, e certo apprezzabile, preoccupazione sociale e morale). Sulla cultura dobbiamo intenderci. Io direi che essa nasce dall’operare di tutti e di ciascuno, come suggeriva Hegel e Marx era d’accordo. Ma come si può osservare “da fuori” quello che oggi, in moltissimi modi, fanno tutti e ciascuno e, conseguentemente, ciò che di loro si fa? L’oggettivismo marxista e il pregiudizio naturalistico delle scienze non è in grado di farsi carico del problema. Poiché non lo è (e neppure comprende bene la questione), la cultura “di sinistra” moltiplica le analisi critiche dell’esistente, spesso ammirevoli, ma senza pervenire poi a una proposta davvero efficace, sicché la politica di sinistra di questi “materiali” non sa che farsene, salvo per effetti “estetici” di esibizione di immagine e per generici riferimenti retorici alla tradizione “storica” e alla “morale” umanitaria. Mi chiedo se gli intellettuali di sinistra siano per esempio pronti a un confronto effettivo su questo punto: di che “cultura” parliamo? Che è per noi “cultura”? A partire da quale fondamento possiamo affrontare queste domande (per esempio senza mettere in questione il punto di vista stesso)? Se questi nodi non si sciolgono, non avremo alcuna cultura “di sinistra” e quindi nessun reale e vivificante legame con l’azione politica (essa stessa un problema “culturale”).

3. Il tessuto tradizionale di mediazione tra cultura e politica (quotidiani, riviste, case editrici, centri di ricerca, ecc.) si è trasformato profondamente. Sono declinate le strutture legate direttamente ai partiti cui sono subentrate nuove realtà come le Fondazioni vicine a singole personalità politiche. La Casa della Cultura ha scelto in questi anni di andare controcorrente: restare un centro aperto a tutte le anime della sinistra e alimentare una riflessione sul medio e lungo periodo. Il tutto in evidente continuità con la propria storia. Siamo riusciti a rendere efficace questo percorso? Si può continuare su questa strada? Urgono correzioni? Nuove idee? Nuovi progetti?

Ề un fatto che i luoghi tradizionali atti alla elaborazione culturale sono oggi in grave crisi, a partire dalla scuola e dall’università e dagli strumenti di informazione, o divenuti obsoleti (come le riviste e i libri di “alta” cultura) o totalmente invasi e devastati dalla logica massmediale, inseritasi anche nelle espressioni dell’arte, per esempio di quella che si continua a chiamare, del tutto a sproposito, arte “popolare” e che personalmente mi fa l’effetto di uno spettacolo tra il postribolare e il demenziale, il furbesco e l’imbecille (ma di queste mie reazioni sarà bene non fidarsi e anzitutto non fidarmene). Bisogna inventare nuovi luoghi e nuove occasioni di lavoro e di incontro per affrontare le domande più urgenti e più decisive, come quelle che sopra suggerivo (se sono tali). Nel contempo occorre decidersi per un ascolto il più possibile aperto e diffuso. In questo senso la Casa della Cultura, oltre alle attività certamente importanti e proficue che già svolge, dovrebbe proporsi come un luogo nel quale dare spazio a un’analisi puntuale (settimanale, per es.) degli avvenimenti di largo interesse, ascoltando anzitutto la voce dei partecipanti, messi poi a confronto con intellettuali disposti a interloquire (non a “insegnare”) e a ragionare e a pensare ad alta voce con tutti. Progetto certo molto difficile da organizzare e non privo di pericoli (di vana chiacchiera, di inconcludenza, di narcisistica autopromozione dei singoli interventi ecc.), ma che forse rinforzerebbe e diffonderebbe l’immagine di una “casa della cultura” che è luogo di tutti (non solo dei “colti” o supposti tali) e offerto a tutti: a coloro che hanno davvero desiderio di comprendere, di conoscere, di confrontarsi, di discutere civilmente, di orientarsi, senza essere preda di ideologismi preconcetti e di straniamenti mediatici. Ascoltare “la gente”: non semplicemente per correre dietro ai loro bisogni, avallando e anzi lusingando il volgare egoismo dei particolarismi di massa, ma appellandosi a quell’istinto comunitario che non abbiamo ragione di pensare che sia scomparso negli esseri umani che attualmente abitano la terra.