Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012
Cultura e politica. Al tempo dei populismi
1. In questi ultimi due decenni formazioni e movimenti populisti hanno occupato la scena pubblica italiana e vi hanno impresso il loro segno. Berlusconismo e Lega hanno scandito l’agenda della vita politica, esercitando di fatto anche un’egemonia culturale che traspare dal linguaggio e dalle pratiche prevalenti nella vita pubblica. La sinistra italiana ha evidenziato serie difficoltà, politiche e culturali, nel proporre e nel difendere un suo punto di vista. Da dove ha tratto origine questo profondo, radicale rimescolamento del clima politico e culturale? E per quale motivo le linee di resistenza hanno rivelato tale fragilità?
L’ambivalente cultura dell’individualismo
In un saggio recente, con l’acutezza e la lucidità che gli sono consuete nell’indagare la contemporaneità, Alain Touraine ha affermato che: “Gli apparati sociali e culturali non sono più capaci di inquadrare tutti gli aspetti dell’esperienza vissuta…; tutte queste trasformazioni sono facce di un unico cambiamento generale: la legittimità, la definizione del bene e del male, non vengono più dalle istituzioni, che siano laiche o religiose. Dappertutto e sotto molteplici forme, ciò che si desidera maggiormente è il riconoscimento degli individui e dei gruppi come portatori del diritto di essere riconosciuti e rispettati al di là di tutte le leggi e di tutte le norme emanate dalle istituzioni”. È questa un’esigenza, non più soltanto occidentale, continua il sociologo francese, che: “rivendica il diritto dell’individuo di esistere nel rispetto dell’immagine che egli ha di sé , della propria libertà…”(1). Ebbene, colui che entrò freneticamente in politica nel 1994, per risolvere scottanti problemi personali, ergendosi a baluardo anticomunista, e continua da quasi vent’anni a delegittimare il ruolo delle istituzioni, dello Stato, dei tribunali e della stessa dialettica parlamentare, ha saputo rappresentare con successo (anzi incarnare) agli occhi di una parte ragguardevole di italiani proprio quanto abbiamo appena letto nelle righe del sociologo francese.
È riuscito a delegittimare il ruolo, anche culturale, delle istituzioni repubblicane; ha deteriorato le immagini della idea stessa di cultura, delle sue fonti intellettuali e sociali, nonché delle qualità morali che l’ispirano, e ha mostrato che anteporre ad esse il proprio tornaconto individualistico è già un apprezzabile ed encomiabile modo di fare cultura, ma a proprio ed esclusivo vantaggio. Poiché cultura, ne parlerò più diffusamente in seguito, è un modo di essere, di pensare, di fare, di produrre, di convivere, di partecipare o semplicemente di sopravvivere. Il berlusconismo ha anteposto alla nozione tradizionale, questa visione dell’acculturazione umana del tutto immanente, funzionale, elementare, impoverendola di ogni intendimento ideale ed educativo, che ne valorizza il ruolo a livello di emancipazione ben oltre ogni concezione riducibile alle esigenze della quotidianità, locali e pragmatiche.
Accantonando (per un istante) doti e risorse mediatiche da gran venditore, abilità nel mentire, il grande istrione e le sue corti hanno saputo interpretare le aspettative, e non solo inconsce, di una sterminata e variegata folla di italiani, che aveva bisogno di trovare qualcuno che pensasse al suo posto, in nome del fare e dell’arrangiarsi, e che ci facesse intendere che l’offerta culturale, quando e non è occasione di intrattenimento continuo e svago, va lasciata andare alla deriva. Forza Italia e le sue successive denominazioni hanno avuto successo però perché all’ideologia individualistica ha saputo offrire comunque quei pochi sedicenti “valori” di riferimento senza i quali mancherebbe ogni collante a quanto definiamo cultura. Ha saputo svolgere una funzione pedagogica ricorrendo a nuove forme di persuasione e dominio; ha soprattutto offerto agli individualismi (mediante slogan e spot) una rappresentazione culturale coesa delle loro disparità avvalendosi delle retoriche unanimistiche. Senza la quale non si darebbe, e tanto meno imporrebbe, alcuna nuova rappresentazione della vita e del mondo, fosse anche il più piccolo e angusto. La “egemonia culturale” del berlusconismo e della Lega si è andata affermando di conseguenza in ragione della sua capacità di contrapporre all’idea “nobile” di cultura, la sua versione più volgare e istintuale: fondata sul disimpegno, sull’ignoranza, sull’esplicito disprezzo di ogni opportunità di emancipazione intellettuale. Purtroppo, anche questo, anche la barbarie, l’inciviltà, l’oscurantismo, piaccia o meno alle anime belle, sono e fanno cultura. La capacità di comprendere ciò che cercavano gli italiani, in quella inveterata diffidenza e avversione verso la politica, i doveri, il rispetto delle regole, non poteva che sparigliare pensiero e principi invecchiati, fragili strategie, debolezza di orientamenti ideali, mutazioni generazionali, di una sinistra divisa sul modo di affrontare proprio la questione “individuale”. Questa autorizzazione plateale ad identificarsi, a rappresentarsi come individui, nelle versioni più liberistiche, egocentriche, edonistiche, autarchiche, era quanto – già dal craxismo e ancor prima – andava gradatamente costruendosi come un’aspettativa dislocata in ogni dove della nostra società. Essa aveva soltanto bisogno di una leadership capace di offrire cultura, nel senso anzidetto, come è poi avvenuto e che fosse in grado di convalidarla e “legalizzarla” come espressione di un rancore covato a lungo nei confronti delle proposte economiche, sociali e politiche di chi si opponeva per sua vocazione storica ad ogni interpretazione dei diritti individuali e collettivi letti soltanto in chiave individualistica, familistica, neo – tribale. La sinistra, oltre gli errori, le divisioni, i cedimenti, le pigrizie mentali – e di una sua funzione pedagogica voglio aggiungere – credo non potesse fare di più contro una marea montante ( che l’erodeva e corrompeva persino al suo interno), se non rinunciando completamente a se stessa, alle sue origini genetiche migliori se eredi del pensiero politico ed etico della modernità e per alcuni versi della tradizione cristiana, più che cattolica. Al cui centro si collocano ben altre nozioni e rappresentazioni dei diretti e dei doveri individuali. “Le linee di resistenza” hanno rivelato qui le loro fragilità maggiori: nella debolezza e in molti casi pressoché nell’assenza, se non nell’esplicito rifiuto, di una cultura civile riconducibile a valori di progresso e democrazia non più ispirati a tramontate utopie collettivistiche. La nostalgia per quanto mai avrebbe potuto riaffermarsi ha rallentato quel processo di revisione culturale profonda dall’interno, cui credo stiamo oggi invece finalmente assistendo. Dove, alla buon ora, l’idea stigmatizzata a lungo di soggettività (tanto individuale quanto sociale) può opporsi alle degenerazioni enfatiche di una ben altra idea di soggettività: predatoria, egoistica, amorale, arrogante… seppur non definita a parole, ma tale nella sostanza. La moralità e la immoralità, grazie a questo stillicidio, hanno perso ogni senso. Ogni confine tra la giustizia e l’ingiustizia sembra essere caduto in nome della convenienza e dell’ utilitarismo più cinico.
In sintesi, il berlusconismo ha avuto buon gioco non soltanto grazie ad una propaganda ben orchestrata, che pur ha potuto disporre di mezzi mediatici eccezionali: la sua cultura, con tanto di immagini mediatiche martellanti dell’uomo e della donna, della famiglia, della felicità, del successo, del denaro, dello stato ecc. ha dato voce ad una mutazione antropologica delle coscienze individuali, ma in funzione della ricostruzione, in particolare nella declinazione leghista, di coscienze collettive e territoriali aggregabili attorno a valori, per noi dis-valori, inammissibili e irricevibili agli occhi di una autentica cultura democratica. Inoltre, nonostante la sua tradizione in prevalenza marxiana, la sinistra non comprese in tempo che i modelli culturali che giorno dopo giorno, indipendentemente dalle alterne vicende governative, il berlusconismo riusciva a proporre, soprattutto dando credito all’ovvietà, alle paure, al bisogno di sicurezza e di certezze, traevano origine dall’ aver capito che la cultura andava restituita alla sua natura intrinsecamente materiale e strutturale. Tale movimento si impose in quanto impresa culturale inneggiante, al di là degli appelli al bene, alla spiritualità, all’amore, al prossimo, al più rozzo materialismo. La cultura doveva e tutt’ora deve essere riconnessa soltanto alla domanda di benessere e alla produzione di quel tanto di sapere indispensabile per ottenerlo, in stretta connessione con il consumismo e le logiche del mercato. Dove il legame tra il lavoro e il suo ruolo determinante nella formazione delle mentalità, nonché facendo aggio sulla mitologia americana dell’individuo che è “capitano di se stesso”, avrebbero siglato un nuovo patto culturale tra la gente e il suo portavoce. Definire pertanto il berlusconismo, ieri e oggi, un movimento anticulturale è quanto mai miope. E’ stata piuttosto questa concezione antropologica della cultura a sancirne la vittoria e ad appresentare più di un motivo delle preoccupazioni presenti rispetto al dopo Berlusconi. Dal momento che il berlusconismo, appunto come cultura ormai inclusa nelle nostre quotidianità, purtroppo inevitabilmente (ma nondimeno è questa una sfida epocale da raccogliere) sarà in grado di sopravvivere a lungo ben oltre la scomparsa, quale essa sia, di chi ne è stato l’inventore e l’interprete. Questa “cultura” ha esaltato l’ignoranza a stile di vita, l’irrisione verso ogni manifestazione di intelligenza critica e seria, l’enfasi meritocratica a svantaggio dei principi che dovrebbero ispirare l’educazione ai valori elementari della cittadinanza. In un appello continuo e martellante, ben accolto e compreso, a cavarsela da soli, a non affidarsi alle leggi, ad associarsi e quindi dissociarsi reciprocamente per conseguire i propri vantaggi.
Contrapporre all’individualismo il diritto all’individualità della tradizione illuministica
Come potevano “le sinistre”, le ondivaghe espressioni centriste e cattoliche, non trovarsi in assoluta difficoltà dinanzi al consenso capillare ottenuto raccogliendo una attesa endemica che, per altro, apparteneva e appartiene ai tratti più noti e peggiori, della italianità? Alle più ataviche consuetudini localistiche, campanilistiche, personalistiche del popolo cui apparteniamo, che soltanto il cattolicesimo sociale, gli ideali universalistici della sinistra e del pensiero liberale migliore erano riusciti ad arginare in base a orientamenti di senso, ispirati a visioni solidali, mutualistiche, generose. Come avremmo potuto, oltre la grande e conclusa stagione dell’Ulivo, introdurre nella nostra cultura materiale qualcosa che, anche simbolicamente, riuscisse a sottrarsi ad una concezione angusta, e limitata all’ utilitarismo dei destini umani, dei significati più elevati del nostro esistere? La destra liberistica, anche in politica, ha fatto leva sulla cultura della soggettività, alimentando mutazioni che già erano nell’aria, nel sentire comune di nuove generazioni che andavano affrancandosi dalle culture dei padri. Fino al punto da trasformare l’appoggio dato alla celebrazione e all’apoteosi dell’enfasi individualistica in “una coscienza di sé – prosegue Touraine – diventata più forte rispetto alla coscienza delle regole, delle norme oltre che delle esigenze dei sistemi in cui si vive e agisce, rende necessario il richiamo di un’idea spesso dimenticata e violentemente rifiutata dai molti: l’idea del soggetto, ossia dell’individuo riconosciuto come creatore di se stesso, colui che, nella sua vita quotidiana, rivendica contro tutti il diritto di esistere come individuo portatore di diritti e non solo”(2). Il clima “politico e culturale“ cambiava in questo ventennio travolgendo le concezioni che, nonostante si ispirassero al marxismo, non hanno saputo reinterpretare e fornire almeno risposte concettuali convincenti alla cultura individualistica che andava auto-legittimandosi grazie all’occupazione dei principali poteri all’insegna di ogni abuso anche delle risorse pubbliche. La debolezza della sinistra si è poi mostrata tale nell’aderire, nei fatti, alle stesse fascinazioni dell’individualismo nei modi più spregiudicati. Dove e quando si è dibattuto che cosa stava avvenendo? Quando si è saputo, con una critica colta e argomentata, che non era più possibile abbandonarsi alle utopie di una società di uguali, nel momento in cui al contempo si andavano giustificando nuove disuguaglianze e marginalità? Quando la questione ineludibile della soggettività, come diritto e non solo come illecito, è stata affrontata dando ad essa, ben al di là di qualche evento culturale tra addetti ai lavori, lo spazio e l’importanza che avrebbe dovuto avere? Insomma la cultura in crisi della sinistra non ha sufficientemente fatto i conti, e mi sembra che ancora remore sussistano a questo proposito, con la nozione imprescindibile, in ogni società di mercato e autenticamente democratica, di individuo: ben oltre ogni remora e sospetto. Poiché la “malattia” individualistica può essere curata soltanto contrapponendole una concezione matura e consapevole dell’imprescindibilità di riproporre, come cultura “di sinistra”, i valori universali dell’illuminismo, che pongono al primo posto le culture migliori dell’individualità. All’insegna del rispetto delle regole, della legalità, della fraternità, della tolleranza, e non dei suoi antipodi. Nella consapevolezza che tale corrente, i cui prodromi risalgono ad anni ben precedenti il ‘700, è “un umanesimo“ e un “antropocentrismo”(3) da eleggere a garanzia di un futuro diverso. L’ idea spesso dimenticata e violentemente rifiutata da molti, nella sinistra, di soggettività andava in questi vent’anni insistentemente reinterpretata mettendo tra parentesi i vecchi maestri e, tutt’al più, valorizzando il rapporto che tali icone avevano saputo intrattenere con il pensiero politico e ed etico (sociale e non solo economico) ispirate alla tradizioni culturali, scientifiche, statuali, giuridiche, ecc a cui la lunga e travagliata storia delle culture della modernità (antioscurantiste, liberali, umanitarie e antiautoritarie, universalistiche…) seppe dare una connotazione progressista insostituibile. Il berlusconismo e il leghismo hanno manipolato gli ideali illuministi, senza conoscerli, offrendo alle coscienze una ricerca della felicità, del benessere, della libera iniziativa spogliandola di ogni spessore culturale. Infatti affinché queste possano dirsi tali, ci assegnano il compito di trovare modi trasparenti e giuste leggi per affermarle, ponendo “grande attenzione al pluralismo e all’equilibrio dei diversi poteri”; alla “separazione del potere teologico da quello politico”, “alla diffusione della cultura e del sapere”. Poiché “la morale illuminista” – pur enfatizzando i diritti dei diversi soggetti, l’autodeterminazione, l’emancipazione e i meriti personali – non è in verità soltanto “soggettiva, bensì intersoggettiva: i principi del bene e del male sono oggetto di un consenso che è potenzialmente quello di tutta l’umanità e che viene stabilito dallo scambio di argomenti razionali, fondati anch’essi dunque su una caratteristica umana universale. È una morale che non deriva dall’egocentrismo, ma dal rispetto dell’umanità”(4).
Come sottolinea ancora Tzvetan Todorov, in questa visione “la volontà del popolo è autonoma, ma non per questa arbitraria”. Le idee di popolo, di individuo, di ricerca della felicità sono state strumentalizzate dalla destra populista per ribadire in verità una cultura antilluminista che ritiene i cittadini sudditi, spettatori, consumatori, atei devoti. Tanto più quando elettivamente “L’illuminismo stimola a coltivare lo spirito critico…”, a difendere “la libertà d’opinione, comprese le opinioni che ci disturbano”(5). Tanto più quando, nella degenerazione affaristica, cinica, amorale e immorale di una concezione la più materialistica dei rapporti umani, degli abusi, delle vessazioni verso i più deboli, ci accade di assistere alla corsa verso la politica di uomini e di donne che, si chiedeva nell’ormai lontano 2006 il filosofo bulgaro: “scelgono una carriera politica per mettere il potere al servizio di alcuni ideali, o aspirano solamente al potere in quanto tale, avendo come unico orizzonte di conservarlo il più a lungo possibile?”(6). In conclusione non vedo altra “linea di resistenza” se non quella di agire affinché l’individualismo possa essere rinobilitato sia aiutandolo a trovare sbocchi solidaristici, sia assecondando le esigenze personali capaci di elevarsi oltre la cultura materiale, per accendere nuove idealità e valori ispirati alla tradizione umanistica, umanitaria e illuministica. Talvolta, le cosiddette nuove tensioni ideali e spirituali, assolutamente personali ma anche alla ricerca di un modo diverso di concepire e vivere il fare comunità insieme sono la manifestazione di una cultura di sé, di un bisogno di “soggettivazione” (nuovamente con Touraine), che va raccolta e non confusa con la tendenza a trovare nel proprio privato, nelle sue diverse tane, una via alternativa alla desolazione delle solitudini attuali. Proporre un cultura odierna e avanzata dell’individualità significa imparare a stare in quell’equilibrio sempre instabile oscillante tra le legittime esigenze dei singoli e la ricostruzione di tessuti relazionali, associativi, umanitari, ecologici, religiosi interessati a sperimentare forme di convivenza che siano in grado di sottrarre la peggior specie della cultura predominante a quella smania e cupidigia di materialità in eccesso, rispetto alla quale la destra ha avuto buon gioco.
Il “soggetto come libertà”, ribadisce Touraine, va riconosciuto in quanto configurazione di una cultura dell’individualità, da contrapporre alla cultura dell’ individualismo, che molto assomiglia, certo in un’ accezione laica e rispettosa di analoghe culture altrui, alla nozione cristiana di persona. La speranza del sociologo è che non si debba essere acquiescenti verso la arrendevole deriva, povera di altre speranze civili, nel considerare che ormai: “Viviamo in un mondo schiacciato dai media e dal consumo di massa… il soggetto è al di sopra della rete dei ruoli sociali; afferma idee e conferma ciò che è intollerabile… Ho voluto opporre alla visione culturale dominante (in preda all’individualismo – nota mia)… l’immagine di un soggetto creatore di se stesso, portatore di esigenze morali più forti degli interessi e delle appartenenze. Il soggetto è una forza di liberazione, di rifiuto e di lotta”(7).
2. Cultura e politica: una relazione oggi lacerata. Per quanto sta avvenendo nel sistema politico (populismi, crisi dei partiti, personalizzazione della politica) ma anche per i processi culturali in corso (mediatizzazione, spettacolarizzazione, ecc). E’ possibile oggi ripensare e ricostruire una relazione fra elaborazione culturale e teorica e vita politica? Come, dove e attraverso quali strumenti?
Una disattenzione cui porre rimedio
Alla domanda voglio rispondere in primo luogo riprendendo una questione che forse troppo si ritiene scontata. Già anticipata dalle risposte precedenti. Sulla quale male non sarebbe tornare a discutere, collegando ogni discorso culturale e di cultura politica agli odierni temi cruciali dell’ educazione. Il recente documento della CEI si intitola “La sfida dell’educazione nel nuovo millennio”, la sinistra che cosa ha da dire a tal proposito? Credo non sia da ritenersi mai superfluo, o troppo accademico, un confronto critico sui significati e le prospettive da attribuire ad entrambe queste parole (a queste fondamentali esperienze di vita) in una visione che possa considerarle sempre in stretta correlazione. Per fortuna, anche chi più si sia mostrato restio ad intenderne oggi il senso antropologico, pare abbia compreso – alla buon’ora – che come la cultura non ha a che fare (soltanto) con le opere e le attività dell’ingegno, con le arti o le scienze fisiche o umane, così l’educazione non è solamente scuola. Anzi, sovente non lo è affatto. Ma è famiglia, strada, sport, partecipazione, crescita intellettuale progressiva e tanto altro ancora. Si accetta che la cultura educhi l’educazione e che questa, a sua volta, sia costituita da tutto quanto assimiliamo e viviamo nel corso della vita. Nelle forme contrastanti dell’imitazione, della costrizione, del condizionamento, ma anche della libertà di scelta, dell’autodeterminazione, del rifiuto. L’educazione entra a far parte di ognuno di noi nel suo provenire da fonti conoscitive plurime, oppure, dalle pratiche quotidiane, dai cambiamenti di ogni sorta che viviamo a livello inconscio o ai quali aderiamo scientemente per il piacere di conoscere o in relazione alle necessità materiali, ai mutamenti di ruolo e posizione sociale. Sono attribuibili alla stretta relazione tra cultura ed educazione le reazioni, le risposte, le resistenze ( si torni a Touraine), che mettiamo in atto consapevolmente quando reagiamo ad abitudini, a subordinazioni, a vincoli che minacciano l’ esercizio della nostra soggettività. Sul piano politico ed etico. I nostri comportamenti, nel primo e nel secondo senso, i nostri legami intersoggettivi, quale ne sia la natura, sono generatori e moltiplicatori di culture educatrici e di educazioni alla cultura che si intrecciano tra loro in una complessità crescente o calante a seconda dei momenti esistenziali. Ogni contesto, da quello familiare a quello lavorativo, esiste come educante perché è tenuto insieme da orientamenti e atteggiamenti culturali che ambiscono ora a prevalere sugli altri, ora ad accettarne o a respingerne le contaminazioni. Ne consegue che la relazione “oggi lacerata” tra cultura e politica ha a che vedere – e non poco – con una caduta di attenzioni educative nella formazione della consapevolezza politica e delle responsabilità civili da parte della sinistra. Ogni entità o movimento politico per sua intrinseca vocazione, per la conquista di una maggioranza necessaria, del consenso, ha bisogno della cultura e dell’educazione per convincere i cittadini. Ma è questa soprattutto una responsabilità politica che ogni fazione dovrebbe assumersi, nel contribuire, indipendentemente dagli interessi di parte, all’innalzamento della domanda e al miglioramento dell’offerta educativa e culturale. Certo questo non basta, dal momento che sono le condizioni materiali a determinare, a stimolarle o viceversa a deprimerle, gli orientamenti culturali. Purché l’educazione, la cultura, come la politica sappiano comunicare anche a livello simbolico i loro valori. Soprattutto la Lega in questi anni ha mostrato di avere idee ben chiare in fatto di pedagogia demagogica e populista, mentre dobbiamo ammettere che le difficoltà incontrate dalla sinistra sono addebitabili, oltre al resto, a sottovalutazioni e a inadempienze di carattere educativo. Non bastano i media e internet, quando si tratti di stabilire un rapporto diretto con le persone basato sul ragionamento, la riflessione, la discussione. Un errore è la sopravvalutazione del far politica attraverso la pubblicità. Ne consegue che non è più possibile trattare il nesso cultura e politica rimuovendo il fatto che la seconda esercita un’educazione alla propria cultura e che ogni cultura è tale se si mostra generatrice di un’educazione capace di attrarre i singoli e le folle perché già ne è in un certo qual modo l’espressione.
Per una cultura dell’educazione
Pertanto credo, dal mio punto di vista (attento da sempre ai temi e alle finalità dell’educazione), che si tratti di “ripensare e di ricostruire” il senso da attribuire sia alla parola educazione – divenuta desueta, ma non nella sostanza – sia al ruolo determinante che svolge o non riesce a realizzare agli effetti della formazione odierna delle coscienze. E non solo dei giovani, soprattutto di ampie fasce sociali di adulti che rivendicano un loro crescente bisogno di acculturazione e istruzione sia formale che informale. Sempre più penalizzato dall’ignavia delle scelte di governo, incapace di fornire risposte organiche ad una condizione adulta e anziana sempre più lunga e più istruita. È domanda culturale ed educativa il desiderio di riconoscersi come attori, in funzione della ricostruzione di legami lacerati dall’individualismo che a questa ideologia non si ispirino affatto. Dove saranno mossi da idealità di sinistra quegli attori che siano ”portatori di diritti, innanzitutto del dritto di essere riconosciuti, come attori autonomi, liberi e responsabili dei propri comportamenti”(8), in funzione dei diritti di chi non è ancora in grado di essere attore sociale e culturale insieme. Tutto ciò accade, si diffonde, talvolta vince e si autolegittima contro le degenerazioni dell’individualismo, se mostra dunque un volto di natura educativa e politica insieme. Ma proprio per questo, come già più volte alla Casa della cultura di Milano si è dibattuto in controtendenza, occorre ridisegnare il senso di ciò che significhi educare ed educare se stessi. Non va dimenticato, aggiungo, onde evitare di incorrere in astrazioni insidiose, che l’educazione ha a che fare con i bisogni vitali e primari di tutti (non è più una risorsa opzionale e facoltativa), è una necessità che viene elargita con liberalità o imposta come un obbligo. È un’opportunità, però, che non sta sempre e “automaticamente” soltanto dalla parte dell’evoluzione sociale e culturale, del benessere e della promozione umana, della difesa dell’ambiente o della convivenza democratica, ecc: è anche al servizio di mentalità, punti vista, interessi, che se ne servono per opprimere, per diffondere l’ingiustizia, per consolidare le disuguaglianze, per scoraggiare la partecipazione. Per tale ragione l’educazione non è mai neutrale e ci chiede di prendere posizione. Le parole, anche questa dunque, non sono mai imparziali; hanno una storia ogni volta da riattualizzare, dipendono dall’uso nobile o viceversa ignobile che ne facciamo. L’ educazione in quanto questione fonte di contraddizioni e conflitti è comunque vicenda scomoda e faticosa da trattare. Noi siamo l’educazione che abbiamo ricevuto, evitato o cercato; siamo l’educazione che abbiamo saputo dare ad altri, consapevolmente o meno, siamo l’educazione inconsciamente assorbita attraverso i modi più disparati attraverso i quali ci hanno allevato, amato o trascurato, incoraggiato o avvilito. Noi siamo l’educazione che ci ha reso ciò che siamo e l’educazione che ci siamo dati da noi stessi, che ha saputo migliorarci, umanizzandoci attraverso un più elevato uso della consapevolezza: che ci ha permesso di imparare che significasse prendere coscienza del nostro agire, pensare, sentire. Noi siamo dunque anche la contro educazione che siamo riusciti a mettere in essere, per liberarci dai condizionamenti, dai luoghi comuni, per darci una dignità di carattere ideale, morale, valoriale.
I nessi con la politica
È indubbio quindi che il primo avversario siano l’ovvio e lo scontato: tutto quanto sottrae problematicità all’educazione e alla cultura tacitando ogni voce dissenziente. All’insegna della ideologia dello svago e dello svuotamento della mente. Occorre agire contro le mentalità più conservatrici e retrive che si accaniscono contro quei “tipi” e gruppi umani particolari condannati fin dalla nascita alla ineducabilità dai tribunali improvvisati: nei bar, nei circoli benpensanti, nei condomini, nelle villette a schiera. La colpevolizzazione degli ineducabili, per loro scelta e inveterata omissione del bene, è il motivo ricorsivo sul quale i media insistono a conferma di antichi pregiudizi. Se da tali fonti poi ci trasferiamo ad una qualsiasi discussione assembleare sul “che fare” dinanzi a certi eventi, come quelli evocati, ci accorgiamo che, ben prima della capacità penetrativa dei certo non innocenti poteri mediatici, tali pregiudizi dettati dalla paura per il nuovo e il diverso, dalla riluttanza a pensare, dalla insofferenza nei confronti di azioni educative coraggiose e spregiudicate, sono profondamente radicati nelle mentalità correnti. Si evita di turbarle, di impressionarle con messaggi troppo allarmistici, di elevarle culturalmente. Si getta discredito sulla cultura, non se ne comprende il valore, fra l’altro, a livello di sviluppo economico.
3. Il tessuto tradizionale di mediazione tra cultura e politica (quotidiani, riviste, case editrici, centri di ricerca, ecc.) si è trasformato profondamente. Sono declinate le strutture legate direttamente ai partiti cui sono subentrate nuove realtà come le Fondazioni vicine a singole personalità politiche. La Casa della Cultura ha scelto in questi anni di andare controcorrente: restare un centro aperto a tutte le anime della sinistra e alimentare una riflessione sul medio e lungo periodo. Il tutto in evidente continuità con la propria storia. Siamo riusciti a rendere efficace questo percorso? Si può continuare su questa strada? Urgono correzioni? Nuove idee? Nuovi progetti?
Non ho mai dubitato, in questi ultimi quindici anni che mi hanno visto più coinvolto di quanto prima mi accadesse di collaborare con la Casa della Cultura, che potesse venir meno la sua vocazione ad “andare controcorrente”. Ho scelto, proprio per tale ragione, come uomo di sinistra, come democratico, come professore universitario, di avanzare più volte proposte in questa sede perché essa per me rappresenta un simbolo oltre che un luogo culturale prestigioso, insostituibile. Qui ha potuto più volte esprimersi il mio impegno civile, nella piena consapevolezza di poter svolgere, soprattutto qui, anche un compito di natura politica e non solo culturale, nella e per la mia città. Le strade intraprese dall’Associazione hanno mantenuto fede alla sua storia. Quali e quanti siano e siano stati gli argomenti, i libri presentati, i cicli tematici avviati e ripresi di anno in anno, le innumerevoli tavole rotonde, non penso si sia mai smarrito il nesso cruciale tra cultura e politica. Non soltanto in relazione alla domanda tradizionale del suo pubblico, ma rispetto a temi che forse in passato erano stati trascurati perché apparentemente lontani da una domanda più tradizionale proveniente dalle donne e dagli uomini della sinistra. Si trattava per me, in questo sempre sostenuto e incoraggiato dal direttore Ferruccio Capelli, di attrarre alla Casa della Cultura un pubblico inconsueto, che forse mai aveva pensato di scendere i gradini di via Borgogna. Ad esempio, il ciclo seminariale “I dubbi dei non credenti”, che vide il suo esordio nel 2004, e che continua ogni anno a riscuotere un notevole successo, venne concepito allo scopo di aprire una discussione su argomenti mai prima affrontati nelle molteplicità di punti di vista, che sempre ne hanno animato gli incontri. Né si è voluto che le questioni connesse alla domanda attuale di religiosità e di spiritualità dovesse limitarsi ad indagarne le ragioni o le perplessità verso le forme di fede le più individuali. Senza mai cedere al rischio di scadere nella polemica laicista si sono voluti indagare gli atteggiamenti di chi crede e degli increduli alla luce della storia delle religioni, dell’ ateismo, degli agnosticismi. Se oggi molti credenti seguono questi appuntamenti è perché con sensibilità si è saputo mostrare loro che la Casa della Cultura è un luogo libero e aperto, rispettoso e spregiudicato. Né si è voluto che i “valori” delle culture spirituali si limitassero ad affrontare gli argomenti teologici e le pratiche devozionali che più appartengono alla storia e alle dottrine della cristianità; e nemmeno si è scelto che argomenti come il bene e il male, la giustizia umana e la divina, l’educazione al sentire religioso e confessionale, si limitassero a divenire occasione di un ascolto “curioso”. Infatti, talune parole presenti nelle più diverse religioni – alla luce dei testi biblici, evangelici, coranici, vedici, ecc – sulle quali da tempo si sofferma il pensiero filosofico e teologico occidentale ed orientale (meditazione, silenzio, interiorità, speranza ed altre ancora) hanno dato luogo ad altrettante domande riconducibili ad atteggiamenti che, lungi dall’apparire riconducibili a religiosità o a dubbi soltanto personali e intimi, non sono mai esenti dalle implicazioni connesse con le nozioni politiche ed etiche di tolleranza, solidarietà, religione civile, dialogo interreligioso, ecumenismo. Il recentissimo e imprevedibile consenso, non solo cittadino, che hanno riscosso l’idea e la prima serata di dar vita ad un’Accademia del silenzio, anche in questo caso, sembra sia da attribuirsi alla coniugazione le esigenze personali di vivere con minor affanno e più lentezza, più tempo dedicato a se stessi, la propria vita, accanto al dovere civile e educativo di fare qualcosa affinché le nostre città possano essere meno rumorose, meno alienanti, meno umane.
Così come non posso nemmeno dimenticare il ciclo dedicato alla scrittura autobiografica e di se stessi, avviato nel 1998 e che continua ad essere uno dei momenti di carattere seminariale e laboratoriale tra i più seguiti. Anche in questo caso, alla Casa della Cultura si inaugurava un genere narrativo connesso oltre che alla richiesta di imparare a scrivere la propria storia o la biografia degli altri, ai temi filosofici della cura di sé, alle differenze di genere, alla memoria come questione culturale e politica, come impegno civile ed educativo. La scuola di scrittura autobiografica fu a Milano la prima proposta del genere, ben presto imitata da più associazioni culturali. Ma a differenza di altre iniziative essa continua a proporsi come modo diverso di concepire l’esercizio della scrittura non solo come forma di letteratura privata. Si insiste sulla stretta connessione tra le pratiche narrative di autoanalisi personale e la valorizzazione del proprio passato dedicato all’impegno sociale e di militanza politica. Ciò che contraddistingue questi percorsi annuali è difatti costituito senz’altro dal collegamento insistentemente cercato, nelle memorie individuali, tra la vita privata e la vita pubblica. E inoltre, in continuità con un fortunatissimo ciclo avviato da Riccardo Massa alla fine degli anni ‘8o, numerose sono state le giornate non stop e le serate dedicate agli aspetti filosofici e scientifici inerenti la condizione adulta, la sua domanda di formazione continua e, più in generale, alle problematicità connesse alla scuola e soprattutto alla presenza di eventi e processi educativi nei più diversi luoghi e servizi. Le considerazioni sostenute in precedenza già rispondendo alla seconda domanda, del resto, si debbono non a caso agli incontri dedicati ai temi dell’educazione, i quali hanno visto poche altre iniziative simili svilupparsi nella nostra città, che non fossero organizzate da sedi accademiche e circoli di specialisti.
Quali sviluppi
Non poche fra le attività promosse e realizzate, oltre a quelle citate, sono state organizzate in collaborazione con gli atenei milanesi e in particolare con la Bicocca. Credo che questa sia una strada da consolidare e sviluppare ulteriormente, anche per far conoscere la sede di via Borgogna ai giovani. Dei quali troppo si sente la mancanza e che in futuro non dovrebbero essere prevalentemente studenti e giovani studiosi. Non male sarebbe pensare anche ad attività rivolte a categorie di neo professionisti, rispetto alle culture del lavoro, alle tecnologie dell’informazione, ai problemi connessi con i passaggi di vita nel trascorrere delle fasi dell’ età adulta. La collaborazione poi con altri circoli culturali, non soltanto di tradizione laica, potrebbe dar luogo al consolidarsi di progetti e programmi decentrati, volti a mostrare che almeno nella sinistra è possibile ancora superare le deleterie visioni particolaristiche e competitive. Così come vorrei auspicare che i temi dell’educazione potessero conoscere una maggiore articolazione nel rapporto con le scuole milanesi ed altri servizi educativi. Ciò significa valorizzare l’educazione, nella pluralità delle sue accezioni e finalità, in quanto accompagnamento e coinvolgimento di chi va sostenuto nel conoscere, sempre meglio e sempre di più. Aiutandolo ad avere una piena consapevolezza di ciò che sta imparando ed è bene impari. Non è più possibile accettare che la formazione delle persone, dei giovani e giovanissimi, nella grande gamma delle attuali diversità individuali, etniche, di genere, continui a trascurare i fattori inerenti il problema di incentivare il senso di responsabilità verso il dovere morale, civile, laico, di educare e di continuare a educarsi. Occorre perciò che l’educare a partecipare, a ragionare su che cosa si impara e come, sui valori e i principi trasmessi, e inoltre a condividere o a dissentire, a prendere coscienza del mondo, a fare dell’esperienza diretta, divengano il punto di partenza e l’approdo di ogni apprendimento, di ogni relazione intenzionalmente educatrice. Ritengo infine, in continuità con quanto perorato, che si debba fare più attenzione, alle forme anche silenziose di volontariato metropolitano, alle molte sotterranee manifestazioni di resistenza civile, di reciproco aiuto, di lotta all’isolamento urbano e alla solitudine. Per questo un progetto possibile dedicato alla formazione di “volontari della cultura e dell’ educazione”, prevalentemente rivolto ad adulti ma anche a studenti potrebbe rappresentare un modo per proporre a biblioteche, scuole per adulti, comitati di quartiere, associazioni di volontariato della cura e dell’assistenza, una collaborazione oltre quanto già avviene nella nostra sede storica e nel più totale spirito di solidarietà attiva.
Note
1. A. Touraine, Il pensiero altro (2007), tr.it. Armando Armando, Roma, 2009, p. 14.
2. Ibidem, p. 15.
3. T. Todorov, Lo spirito dell’illuminismo (2006), tr.it. Garzanti,Milano, 2007, p.15.
4. Ibidem, p. 34.
5. Ibidem, p. 47.
6. Ibidem, p. 86.
7. T. Todorov, op.cit. pp. 154-155
8. Ibidem, p. 132.