Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012
Risposte alle tre domande
Francesco Cassano
Cultura e politica.
Al tempo dei populismi
1. Il “populismo mediatico” e il “populismo escludente” hanno in questi ultimi due decenni impresso il loro segno alla vita pubblica italiana. Berlusconismo e Lega hanno scandito l’agenda della vita politica. Essi hanno esercitato di fatto anche un’egemonia culturale: ne porta il segno il linguaggio pubblico e i valori dominanti. La sinistra italiana ha rivelato una singolare debolezza nel proporre e nel difendere un suo punto di vista. Questo “lungo silenzio” ha coinvolto la politica ma anche la cultura della sinistra. Era un processo inesorabile? Ed è irreversibile?
Il berlusconismo è la forma italiana dell’avvento nel nostro paese della società dello spettacolo. Su questo terreno Berlusconi si è mosso con grande anticipo e, forte di quel monopolio sulla televisione commerciale che costituisce il primo nucleo dell’anomalia italiana, è riuscito a conferire all’ingresso del nostro paese nella società dello spettacolo un suo segno particolare, ad usarla come strumento per ribaltare la pluri-decennale egemonia della sinistra sulla cultura. Bisogna tenere distinti i due piani: da un lato l’anomalia italiana, elevata all’ennesima potenza dal fatto che il padrone della televisione commerciale è divenuto un leader politico e addirittura premier, dall’altro una trasformazione che ha investito tutti i paesi avanzati e non solo essi, con l’avvento dell’era della televisione e più in generale dei grandi mezzi di comunicazione di massa. Un processo, quest’ultimo, di grandi dimensioni, che da un lato ha ristretto drasticamente (e continua a farlo) la consistenza quantitativa e il prestigio degli intellettuali tradizionali, e dall’altro ha dilatato il numero e il peso degli intellettuali legati al mondo della comunicazione e dello spettacolo, modificando in modo profondo il rapporto tra la cultura e le masse e allargando in modo enorme il peso del mercato. Si tratta di due terreni che in Italia si intrecciano e si sovrappongono, ma che vanno tenuti distinti. Se l’anomalia italiana, con il suo gigantesco conflitto di interessi, va combattuta con grande fermezza e senza compromessi, è necessario però avere coscienza che, per potersi misurare con successo con la società dei grandi mezzi di comunicazione e dello spettacolo, la sinistra deve saper compiere una profonda riflessione critica ed auto-critica, non può rimanere confinata in una battaglia solo difensiva e dominata da un sentimento apocalittico.
2. I populismi hanno ridefinito lo spazio pubblico italiano. E’ cambiato il linguaggio. Le suggestioni hanno occupato il posto delle argomentazioni. L’orizzonte temporale è schiacciato sul presente. La politica, ingolfata in una campagna elettorale permanente, appare incapace di analisi, di idee e progetti. In questo scenario cultura e politica sono andati divaricandosi sempre più. La relazione cultura e politica appare oggi profondamente lacerata. Ha senso (è possibile) oggi riproporre la questione?
Senza dubbio, purché la si imposti fuori di qualsiasi nostalgia e ci si sottragga all’antinomia corporativa tra intellettuali-chierici (quelli che devono educare) e intellettuali-piazzisti (quelli che devono sedurre). I primi hanno in mente come modello lo stato pedagogo, che riduce i cittadini ad eterni studenti, i secondi invece vedono in essi solo dei clienti, che vanno assecondati e sedotti. Il cittadino invece costituisce un tertium, non è né un suddito né un cliente, è una figura ad un tempo autonoma e responsabile. La polemica contro le lusinghe e i miraggi della seduzione mercantile e contro l’invasione della volgarità è sacrosanta, purché non divenga un alibi per non misurarsi con la grande massa dei cittadini, per invocare uno statuto protetto e sottratto ad un confronto duro ma inevitabile con la realtà.
Certo non è difficile scorgere l’abbassamento del gusto prodotto dall’invasività della forma spettacolo, ma la lotta per l’egemonia passa attraverso la capacità di capire questi strumenti per provare ad usarli in modo diverso e non attraverso l’allergia preventiva ad essi. Vedere nei media emergenti solo uno strumento dell’avversario, il veicolo di una moderna barbarie, significa chiudersi il futuro. Un esempio per tutti: i serial televisivi non sono una notte in cui tutte le vacche sono nere. Accanto a quelli che non fanno che corroborare le nostre paure e i nostri pregiudizi e a quelli che non lasciano alcun segno del loro passaggio, ce ne sono altri capaci di porre il telespettatore di fronte a dilemmi morali importanti o di spingerlo ad immaginare il futuro fuori degli schemi abituali.
Un altro esempio a proposito delle nuove forme di comunicazione legate allo sviluppo e alla diffusione di internet. Molti hanno insistito sull’alternatività tra la nuova mentalità mediale, diffusa, policentrica e connettiva, e la vecchia intenzionalità, legata al libro e la scrittura, orientata di più sulla concentrazione, sulla profondità e la riflessione. Ma siamo condannati a questa sequenza in cui una mentalità succede all’altra, la distrugge e la sostituisce? Perché è impossibile pensare di cumularle? Insomma prima di arrendersi ci sono molte cose da capire e molte battaglie da fare.
3. Il tessuto tradizionale di mediazione tra cultura e politica (quotidiani, riviste, case editrici, centri di ricerca, ecc.) si è trasformato profondamente. Sono declinate le strutture legate direttamente ai partiti cui sono subentrate nuove realtà come le Fondazioni vicine a singole personalità politiche. La Casa della Cultura ha scelto in questi anni di andare controcorrente: restare un centro aperto a tutte le anime della sinistra e alimentare una riflessione sul medio e lungo periodo. Il tutto in evidente continuità con la propria storia. Siamo riusciti a rendere efficace questo percorso? Si può continuare su questa strada? Urgono correzioni? Nuove idee? Nuovi progetti?
In primo luogo i 65 anni della Casa della cultura rappresentano un patrimonio ed una grande tradizione, costituiscono, come si direbbe oggi, un brand di grande prestigio. L’associazione di questo termine dell’inglese commerciale alla Casa della cultura può provocare lo scandalo del bigotto, ma può anche aprire la strada ad una riflessione meno catastrofistica sul presente, consentire di vedere terreni nuovi di lavoro e di espansione. Bisogna ribaltare l’ideologia dell’assedio, che spinge a sentirsi animali in estinzione di fronte ad un mondo che marcia verso la barbarie. Se si pensa così non si può che perdere.
Del resto mi sembra che la Casa abbia avvertito da tempo questo rischio e cercato di andare in un’altra direzione, muovendosi verso il mondo della multimedialità. E gli scopi devono essere chiari: come ricondurre la politica al suo tessuto dialogico, ma non spettacolare, popolare, ma non populista, come provare a ridarle uno spessore culturale. Ma soprattutto come rifare di essa uno strumento di connessione tra strati sociali diversi, evitando la crescente divaricazione tra la parte più colta ed istruita della società (il ceto medio riflessivo di Ginsborg) e un popolo che oggi sembra essere scivolato sotto l’egemonia di Berlusconi e dei potenti meccanismi della società dello spettacolo. La forma-giornale non può sostituirsi alla vecchia forma-partito perché copre solo un’area parziale degli strati sociali che essa toccava, in genere la parte più colta, mentre è la televisione a raggiungere i più. Combattere il populismo significa ricomporre questi “pubblici” oggi distanti, immaginare una ricomposizione in avanti del rapporto tra intellettuali e popolo, lontana dalle seduzioni del mercato, ma anche dalla convinzione che il proprio mandato pedagogico sia indiscutibile, una sorta di esenzione a priori dal misurarsi con le nuove forme della comunicazione. Certamente la soluzione è difficile da trovare, ma almeno mettiamo a fuoco il problema.