Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012
Risposte alle tre domande
Fulvio Papi
Il populismo ha aspetti socialmente e politicamente molto diversi tra loro. Nessuno potrebbe confondere il populismo che portò all’impero Napoleone III e il populismo sindacalista che fu all’ascesa dell’epoca peronista in Argentina. Proprio per questa ragione è importante tentare di identificare quale sia la forma di populismo che ha invaso il nostro paese, che avrà certamente somiglianze con altre forme diffuse di populismo europeo, (certamente non con quello russo con cui fu in rapporto Marx) ma ha una sua caratteristica poiché nessun fenomeno sociale è privo di radici con il proprio passato. Prenderei in considerazione ora il populismo leghista. Una prima caratteristica che è immediatamente visibile è l’ostentazione dell’identità tra gli umori, le passioni, le immaginazioni, gli interessi materiali, la forma di acculturazione, il linguaggio tra la base popolare e il ceto politico che la “rappresenta”. Da questo punto di vista non appare incredibile che il leader leghista porti con sé come erede in ogni manifestazione il figlio noto per essere stato bocciato alla maturità su un tema intorno al federalismo di Cattaneo. “Questi episodi – dicono – non hanno nessuna importanza, la scuola con le sue nozioni non ci interessa per nulla, è estranea alla forma culturale che noi viviamo”. Questa identità è naturalmente la negazione della politica intesa come luogo di elaborazione intellettuale, di finalità sociali da proporre in generale a un paese o a una grande comunità. La democrazia è piuttosto il vettore attraverso cui una identità deve diventare un forte potere. Non è difficile mostrare i “luoghi materiali” che rappresentano questa interpretazione della politica (poiché si tratta di una interpretazione del potere, non di un anti-politica): il territorio inteso come proprio possesso materiale (“è nostro”, il che ha poco a che vedere con le recenti teorie del paesaggio come sentimento del luogo). Basti pensare allo scempio urbanistico e paesaggistico, fatto per soldi, di molti paesi della zona montana di Bergamo. In secondo luogo le tasse, ritenute un prelevamento indebito di risorse che, forse più che a vantaggio di una razionalizzazione della zona, possono addirittura essere pensate come incremento del consumo privato. Segue la tendenza xenofoba per cui l’“altro” (che al di là delle chiacchiere filosofiche è pur sempre una alterità) inquina certamente l’identità propria, il costume e l’equilibrio sociale. Da queste radici materiali derivano due conseguenze simboliche. Da un lato una ridicola immaginazione di antiche e pure discendenze razziali e persino religiose (con una involontaria parentela con alcune pratiche naziste). L’altra è la messa in questione dell’unità nazionale non come problema storico, che è una domanda e un problema molto importante, ma come convenienza economica. La ricerca di una identità pura è una scemenza intellettuale, siamo tutti ibridi complessi. Il tema della convenienza economica ignora completamente la possibilità di tracciare una linea retta che quantifichi la localizzazione della ricchezza dall’Ottocento ad oggi. A parte il fatto che la quantificazione della ricchezza non è il parametro assoluto del ben-essere sociale. Quanto all’oggi è forse inutile ricordare che l’emigrazione meridionale è stata fondamentale per la grande industria italiana degli anni Sessanta e che anche oggi il tessuto delle piccole industrie del Nord Italia si vale di forza lavoro meridionale. Rimarrebbero male i nostri “puristi” se sapessero che i demografi ritengono che tra cinquant’anni l’Europa sarà, per così dire, metà e metà? Ma ora vorrei vedere il problema sotto un profilo quasi antropologico. Sono popolazioni che hanno una notevole capacità di lavoro (anche duro) che si mostra come moltiplicatore del denaro, il denaro a sua volta come espansione della proprietà, la proprietà, a sua volta come forma identitaria fondamentale, reciprocamente riconosciuta a livello di rispettabili individualità integrate in una importante dimensione familiare, affettiva e possessiva nello stesso tempo. E’ difficile sostenere che, con i difetti che sono stati elencati, non ci troviamo di fronte a una cultura sociale, sufficiente a se stessa rispetto a qualsiasi altra prospettiva che si presenti con forme più o meno rilevanti di idealizzazione. E’ invece perfettamente comprensibile la coesione tra questi elementi sociali che ho elencato e una forma di totale liberismo economico che esalta e rende ragione teorica dei comportamenti sociali che sono stati ricordati. E questo, almeno a un livello immediato, è l’elemento che consente l’alleanza politica a Roma. Quanto al ceto politico, ormai esperto di problemi amministrativi, ora pare meno propenso a fomentare presenze e ritualità. E proprio per questa ragione non è facile si verifichi una rottura tra il centro e la periferia, tenendo anche conto che i localisti-leghisti hanno costruito anch’essi un partito quasi del tutto personalizzato, il che consente di partecipare da un angolo visuale particolare alla spettacolarizzazione della politica, quasi fosse la visione simbolica e quotidiana della loro stessa identità. Dal punto di vista storico, se si fanno confronti elettorali non è difficile mostrare come la forte tendenza elettorale democristiana di quelle zone sia stata assorbita in parte proprio dalla Lega, secondo una chiara secolarizzazione del contenuto religioso che è del tutto parallela a una più esplicita e indipendente forma di identità culturale politica. E la cultura? Cultura è quello che preliminarmente ho cercato di fare, cioè produrre la comprensione di un ambiente. La cultura agisce per tradizione in una direzione che, rispetto alle cose come sono, mette in gioco orizzonti di valori differenti, ma – questo è fondamentale – in una società come la nostra, dove prevale la forma della comunicazione di massa, deve – e può – essere presente nelle forme comunicative più rilevanti come il cinema, le rappresentazioni teatrali, la musica, quella forma ambigua ma rilevante che appartiene a internet e dove (questo è importante) anche deboli polarità soggettive possono contribuire a creare opinioni diffuse. A tutto ciò un ethos localistico è impermeabile. Occorre sempre ricordare che a livello collettivo contano poco le nozioni che vengono dal “teorico”, valgono quelle comunicazioni che riescono ad agire su quello che ho chiamato “sentimento della vita”. Gli attori della cultura in un ambiente dominato da un costume prevalente sono tutti coloro che tramite la forma comunicativa della loro capacità siano in grado di creare nuove aperture della sensibilità e della intelligenza su quel terreno. E la politica non può essere una aggregazione di una sostanziale apartheid che gode di piccoli privilegi riflessi, ma deve accompagnare, convivere e anche imparare queste forme di espressione sociale, capace anche – la politica – di valorizzare a pieno temi etici che provengono dalla tradizione religiosa. Non si tratta per nulla di esportare modelli di cultura non fruibili, estranei, ma di far lievitare – accanto ad altri – elementi che appartengono già al costume ma sono tacitati e marginalizzati da quel potere prevalente e forte che nasce proprio dal quotidiano scambio conformistico del costume prevalente. C’era quindi una parte di verità nel discorso che voleva dare una identità locale ai partiti di opposizione, solo che l’identità va giocata in un modo molto più complesso (come ho cercato di dire) rispetto al cambiare al partito sigle di tipo localistico, poiché si tratta di una costruzione lenta, non di una improvvisazione tattica, che va attuata nel tempo con costanza e fiducia. Nell’ambiente che ho descritto non saprei indicare un altro rapporto tra politica e cultura. Se poi volessi dare al mio discorso una forza tradizionale maggiore, direi che il compito è quello di tentare la strada verso (verso, non di) una differente egemonia del costume sociale. La sfera di costruzione di un forte individualismo in un’area urbana come Milano (al contrario del tempo precedente la prima guerra mondiale) ha caratteristiche sue proprie che negli ultimi vent’anni si sono accentuate, ma hanno radici che affondano nei primi tempi dell’espansione sociale del boom economico, quando a livello politico il partito liberale vinse le elezioni con più di 300 mila voti. Il ceto che era emerso voleva la sua identità e la sua differenza sociale. Da allora Milano non si è più sviluppata come una città che moltiplicasse le sue centralità secondo un modello urbanistico perdente, ma divenne un agglomerato urbano in espansione e questo fino a un certo momento, quando i costi abitativi hanno selezionato la popolazione residente. Così Milano si è costruita nell’insieme come una città ricca che ha avuto come referente simbolico eminentemente una cultura mercantile. Naturalmente si possono portare anche episodi controfattuali, ma nella distanza la città ha selezionato un individualismo che, più che sviluppare l’energia attiva dell’individuo, coltiva in maniera rigorosa e aggressiva la dimensione del “privato”. Privato vuol dire la scelta dei propri oggetti, dei propri luoghi, delle proprie abitudini di privilegio, delle aspirazioni al meglio; il tutto, paradossalmente, deriva da una uniformità sociale ed è dominato da un predominio incontrastato del profitto privato (lecito e anche non lecito) nell’uso delle risorse e del territorio, senza alcun progetto di città che possa costituire il futuro di una comunità. E’ ovvio che un tale tessuto sociale dominante (nei desideri oltre che nei fatti) abbia avuto il suo riconoscimento politico in una gestione amministrativa omogenea che, per lo più, è apparsa al di sotto della decenza intellettuale, persino nei suoi modi di apparire oltre che di governare. Il “berlusconismo” che cosa vi ha aggiunto? Essenzialmente una smodata concezione della libertà personale insofferente ad ogni sistema di regole pubbliche e, in certo senso, anche private. Sulla base della “nostra semplice eguaglianza” è fiorito un linguaggio non privo di una sua trivialità nella quale sono spesso presenti tonalità xenofobe e razziste. Si è diffusa la legittimazione di ogni forma di privilegio inteso come sicuro merito sociale, capacità personale che altri non hanno. Così è implicitamente sepolta come retorica falsa ogni idea di uguaglianza, assieme (è ovvio) al disprezzo per tutta quell’area del sapere e della cultura che non costituisce un florido mercato e crea socialmente una pericolosa comunità del gusto e dell’intelligenza. Inoltre un rapporto tra il maschile e il femminile che contemporaneamente restaura gli anni Trenta, paradossalmente in relazione con una rilevante complicità rispetto alla liberalizzazione del costume che, completamente deviata da suo senso originario, è diventata una permissiva indifferenza rispetto ad ogni comportamento. Non mi meraviglia affatto che attraverso la condivisione in tutto o in parte di questi sentieri si sia selezionato il personale politico che poi è diventato pubblico sia tramite i reticoli clientelari che attraverso le apparizioni mediatiche. So però bene che accanto a questa vi è un’altra città, opposta, dove il volontariato è molto diffuso e supplisce alle mancanze pubbliche, dove vi è una ampia coscienza ecologica, dove la difesa delle proprie identità territoriali da progetti per lo più sciocchi e megalomani è forte. Una città dove la protesta per un’infanzia esposta ai malanni di un inquinamento contrastato con misure ridicole, corre sotterraneamente molto intensa, dove l’indignazione per forme di razzismo e di violenza coinvolge culture religiose e laiche, una città dove non manca una sensibilità per la crisi del lavoro e una indignazione per le esibizioni da corrotto circo imperiale. Una città che è presente agli spettacoli migliori e sa scegliere i programmi televisivi al di là della spazzatura diffusa. Noi, come Casa della Cultura, siamo al centro (non solo metaforicamente) di queste vicende oggi così come di altre vicende nel passato. Il fatto che non solo siamo vivi ma siamo in un periodo di fruttuosa espansione vuol dire che nella nostra storia abbiamo intercettato bene i vari livelli di competenza, di domanda, di interesse che sono presenti in quella che ho chiamato l’altra città. Abbiamo anche gestito con intelligenza durante 65 anni i rapporti che si sono dati in concreto tra cultura e politica. Le ragioni per cui oggi la cultura, il sapere non ha più un diretto rapporto con l’istituzione politica che ha la sua espressività a livello televisivo sono molte. Un’analisi di questa situazione è persino ovvia, ma è una situazione diffusa nei paesi europei. Diversa totalmente da quella presente nei paesi dell’America Latina. Ma le geografie e le storie non si inventano. Quello che è importante è che un ente culturale mantenga una relazione attiva con quel tessuto sociale che costituisce, più o meno direttamente, un rapporto con la politica istituzionale. E questa relazione nello stile di lavoro della Casa della Cultura non è mai venuta meno. La sua stessa forma di comunicazione non appartiene solo alla tradizione, ma è anche un vettore prezioso che accentua il valore comunicativo annullando la dimensione dello spettacolo. Questa situazione oggi è un bene molto prezioso. Nel nostro “stile” e nel modo in cui oggi possiamo svolgere la nostra funzione non c’è proprio niente da cambiare. Dicevo che per quello che riguarda il nostro mondo e la nostra produzione di cultura non dobbiamo cambiare nulla. Abbiamo esplorato le condizioni oggettive della vita economica e sociale e le dimensioni e le forme della soggettività. Tuttavia dobbiamo renderci conto che noi stiamo attraversando una dimensione epocale profondamente nuova. Il neoliberismo e il nihilismo sono stati, senza introdurre determinismi assurdi, i due aspetti della recente crisi dell’Occidente. Per un verso il progetto perverso di riportare il capitalismo alle condizioni originarie della riproduzione allargata su scala mondiale come storia universale, per altro verso la certezza che, al di là di quel niente che può avvolgere la vita in un edonismo estetico, futile e senza tempo, non è possibile un qualsiasi senso che possa indirizzare l’esistenza verso scopi e valori comuni. L’emancipazione al niente ha condotto spesso la cultura allo spettacolo, alla chiusura specialistica in istituzioni condotte a una crisi gravissima, a un cinismo individualistico. Sono tutti prezzi che sono stati pagati alla fine di uno storicismo eurocentrico, talora ingenuo e talora criminale. Tutto questo, se si ha il coraggio di uno sguardo giovane nonostante i segni del tempo, è alle nostre spalle. Non ne sentiamo l’eco, ma – al contrario – dal suo sorgere la Casa della Cultura ha avuto una visione opposta della temporalità. Dicevo che siamo in una svolta epocale. L’eurocentrismo è più che altro una affettuosa memoria che conduciamo con noi stessi, la trasformazione dell’Europa in una dipendenza americana è entrata in crisi allo stesso modo in cui è entrato in crisi il capitalismo americano come esito della storia moderna. Tutto questo – beninteso – è un processo, non un fatto. Forse un fatto è invece la trasformazione delle linee fondamentali della storia mondiale che sono già pienamente attive anche se non sono affatto uniformi. Il processo di modernizzazione e di sviluppo in corso nell’America Latina che non ripete necessariamente tutte le fasi del capitalismo occidentale, il totale risveglio culturale e politico dell’Africa in opposizione al dominio occidentale (i cui primi sintomi erano già nei romanzi degli autori afro-europei), le forme politiche di accumulazione primaria che hanno costituito la potenza economica asiatica, sono tutti fattori che costituiscono la trasformazione della storia del mondo. Credo siano questi gli elementi che come conoscenza ed eticità noi dobbiamo inserire nell’abitudine intellettuale delle persone. Il fatto che storicamente noi siamo in un margine della storia del mondo non deve essere ragione di indifferenza, né di chiusura aggressiva, né di sopravvivenza parassitaria. Noi abbiamo la nostra storia che, con tutte le infamie che ha provocato, è stata anche un progetto di liberazione dell’uomo dalla schiavitù, dall’ignoranza, dall’indigenza distruttiva, nella cognizione che non esiste progresso tecnologico positivo se non è regolato da un’idea di bene sociale e collettivo. Questo è il volto con cui possiamo presentarci al confronto con la storia del mondo che sta trasformandosi. Questa è la novità culturale, né facile né ovvia, che la Casa della Cultura (che conosce già questi temi) dovrà cercare di fare propri, mediando un continuo riconoscimento di quanto vi è di positivo nella nostra tradizione con quanto di nuovo, di inaspettato e anche di sconvolgente vi è nella nuova storia. Queste sono le prospettive di cultura che di fatto ci fanno anche uscire dal circuito locale, dove lo sdegno per la fogna morale dove siamo finiti finisce col privare noi stessi di un positivo orizzonte