Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012
Risposte alle tre domande
Giorgio Grossi
Cultura e politica. Al tempo dei populismi
1. In questi ultimi due decenni formazioni e movimenti populisti hanno occupato la scena pubblica italiana e vi hanno impresso il loro segno. Berlusconismo e Lega hanno scandito l’agenda della vita politica, esercitando di fatto anche un’egemonia culturale che traspare dal linguaggio e dalle pratiche prevalenti nella vita pubblica. La sinistra italiana ha evidenziato serie difficoltà, politiche e culturali, nel proporre e nel difendere un suo punto di vista. Da dove ha tratto origine questo profondo, radicale rimescolamento del clima politico e culturale? E per quale motivo le linee di resistenza hanno rivelato tale fragilità?
Ci sono vari modi di rispondere ai due interrogativi posti alla fine della Prima Domanda. Per brevità, possiamo limitarci a due principali opzioni di risposta. La prima – più distaccata e problematizzante – può sostenere che la visione interpretativa presente nel documento sia troppo ideologica. In primo luogo perché esagera sul radicale rimescolamento del clima politico e culturale: non è detto che sia un fenomeno che riguarda oggi l’intera società italiana; non è detto che prima degli ultimi vent’anni l’egemonia culturale della sinistra fosse così evidente nell’Italia postbellica fino alla fine degli anni settanta. Inoltre, tale chiave di lettura non fa i conti con il mutamento sociale: è come se un modello culturale (e politico) rimanga valido nel tempo anche quando non è più in grado di rispondere ai nuovi bisogni sociali o non è capace di ri-orientare e ri-formulare tali bisogni in modo coerente con una visione del mondo non astratta ma legata allo “stato di cose presenti”. Infine, tale prospettiva sottovaluta il contributo – indiretto, involontario, poco guidato – che l’azione e la cultura della politica della sinistra ha di fatto messo in campo dentro quei processi di mutamento sociale che sono sfociati anche nel populismo. Ecco perché sembra debole la resistenza a queste tendenze “involutive”: perché da un lato sono il frutto distorto o parziale di un processo a cui la sinistra ha preso comunque parte in prima persona (modernizzazione invece di socialismo?); e dall’altro perché non ha saputo reinterpretare la propria cultura politica (e la propria visione della società) alla luce del mutamento sociale a cui lei stessa aveva ampiamente contribuito, perdendo così un ancoraggio nel “senso comune” che si stava trasformando. La seconda – più coinvolta e radicale – vede invece nell’impostazione implicita degli interrogativi (come è potuto accadere tutto ciò?) una critica esplicita ai gruppi dirigenti della sinistra che – è bene ricordarlo – dopo quarant’anni di fattore K, hanno avuto per ben due volte l’opportunità di governare il nostro paese. In questa prospettiva sono stati i partiti della sinistra – Pci e Psi all’inizio, ed i loro sostituti partitici in seguito – che non hanno saputo guidare il cambiamento, anzi lo hanno o subìto o cavalcato, attraversando in modo difensivo o velleitario il passaggio dalla “democrazia dei partiti” alla “democrazia del pubblico” senza capire cosa stava accadendo e cosa bisognava fare per guidare e promuovere la “democrazia dei cittadini individualizzati”. La crisi della cultura politica della sinistra – tanto evidente soprattutto nell’ultimo decennio – è in questa seconda opzione di risposta ben più grave di quanto non appaia nella prima, perché qui non vi è “ritardo culturale” o “incapacità interpretativa” ma proprio “inadeguatezza dei gruppi dirigenti”, trionfo della “razionalità strumentale”, “afasia politica”.
2. Cultura e politica: una relazione oggi lacerata. Per quanto sta avvenendo nel sistema politico (populismi, crisi dei partiti, personalizzazione della politica) ma anche per i processi culturali in corso (mediatizzazione, spettacolarizzazione, ecc). E’ possibile oggi ripensare e ricostruire una relazione fra elaborazione culturale e teorica e vita politica? Come, dove e attraverso quali strumenti? Il rapporto tra cultura e politica è stato troppo spesso sbilanciato a favore della seconda: è la cultura che si è dovuta politicizzare, raramente la politica si è invece acculturata. Ammesso che in passato questo legame sia stato virtuoso, oggi certamente non lo è più. Le società del Terzo millennio tendono di fatto a rendere meno rilevante questo legame, sia per la crescente centralità dei processi e delle pratiche culturali nella vita delle persone (a danno anche dell’impegno politico), sia per la perdita di rilevanza ideale e culturale della politica stessa (sempre più negoziale, contrattualistica e compromissoria). Ciò rende difficile pensare ad una nuova stagione di “intelligenza collettiva”, basato sul modello trickle down (sgocciolamento) tra elite intellettuali ed elite politiche e tra queste e il cittadino comune; piuttosto, oggi è il cittadino comune, spesso abbiente ed incolto, che fa lo sgocciolamento al contrario (bottom-up) mettendo le basi sociali del populismo post-moderno. La domanda dunque andrebbe forse riformulata in altro modo: cultura e politica devono mettere al centro l’idea della conoscenza come bene comune, perché il futuro e la sopravvivenza dell’umanità non potrà passare che da questo paradigma fondativo. Questo può diventare il nuovo terreno per un’azione coordinata e continuativa tra cultura e politica: non più una coppia ma un triangolo, che richiede la cessione di attributi e prerogative delle prime due (cultura e politica) a favore della terza (conoscenza). E’ questo il nuovo empowerment che deve interessare le donne e gli uomini del Terzo millennio.
3. Il tessuto tradizionale di mediazione tra cultura e politica (quotidiani, riviste, case editrici, centri di ricerca, ecc.) si è trasformato profondamente. Sono declinate le strutture legate direttamente ai partiti cui sono subentrate nuove realtà come le Fondazioni vicine a singole personalità politiche. La Casa della Cultura ha scelto in questi anni di andare controcorrente: restare un centro aperto a tutte le anime della sinistra e alimentare una riflessione sul medio e lungo periodo. Il tutto in evidente continuità con la propria storia. Siamo riusciti a rendere efficace questo percorso? Si può continuare su questa strada? Urgono correzioni? Nuove idee? Nuovi progetti?
La storia ci insegna – non normativamente ma fattualmente – che il processo di mutamento sociale non avviene senza dispositivi di intermediazione, a tutti i livelli. Questa è stata forse la prima e più importante forma di divisione sociale del lavoro. Sono infatti luoghi deputati, organismi dedicati, strati professionali, ruoli sociali, format discorsivi e linguaggi pubblici che rendono possibile sia il mutamento che la riproduzione sociale, sia l’istituzione che la trasformazione istituzionale. Questi luoghi di intermediazione – soprattutto cognitiva e simbolica – sono necessari alla società (ai movimenti, ai partititi, agli stati, alle culture) come una vera e propria linfa vitale. E lo sono anche oggi, in una fase di disembedding sociale sempre più accentuato, perché servono – semanticamente – a mediare tra differenze e diversità, in modo che la conoscenza come bene pubblico si possa costruire socialmente anche al di fuori delle istituzioni culturali e politiche. Questi dispositivi – comunque denominati – devono essere per definizione “aperti”, “accessibili”, “creativi”, “significativi”. Ma il loro ruolo non può più essere definito solo in funzione dell’apparentamento con la Cultura o con la Politica. Devono invece diventare come un territorio extradoganale in cui la conoscenza entra ed esce continuamente, ma solo in questo passaggio (intermediazione) può raggiungere un senso compiuto.