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Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

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Home > 65° Casa della Cultura > Le risposte di Giovanni Lanzone

Materiali


Le risposte di Giovanni Lanzone

Risposte alle tre domande

Giovanni Lanzone

1. In questi ultimi due decenni formazioni e movimenti populisti hanno occupato la scena pubblica italiana e vi hanno impresso il loro segno. Berlusconismo e Lega hanno scandito l’agenda della vita politica, esercitando di fatto anche un’egemonia culturale che traspare dal linguaggio e dalle pratiche prevalenti nella vita pubblica. La sinistra italiana ha evidenziato serie difficoltà, politiche e culturali, nel proporre e nel difendere un suo punto di vista. Da dove ha tratto origine questo profondo, radicale rimescolamento del clima politico e culturale? E per quale motivo le linee di resistenza hanno rivelato tale fragilità?

La definizione di populismo è complessa, i fenomeni emergenti che lo caratterizzano sono invece molto semplici. C’è un’evidente paura della perdita in occidente cui si aggiunge una stanchezza da troppa civiltà. La paura è determinata dai fenomeni ogni giorno in cronaca: migrazioni, parole e culture che si incrociano e si guastano, un aumento della velocità ai limiti della comprensione. La stanchezza è originata dall’aver detto troppo di tutto e aver poco fatto. A un convegno di un importante gruppo alimentare italiano un padre comboniano, Giulio Albanese, ha detto con proprietà: che se la fame si nutrisse di parole il mondo sarebbe già sazio. Abbiamo fatto il raccolto, eppure tutti i nostri frutti marciscono, dice Nietzsche. Il populismo è quella forma di ignoranza che copre questa perdita di senso: e’ la via della menzogna, del localismo che diventa loculo, non è fatto per cattiveria ma perché abbandonare le paure e fare un mondo migliore implica una fatica enorme a cui, quelli che hanno qualcosa, anche poco, vogliono sottrarsi. Nasconde la paura della perdita facendo finta di non sapere che o si avanza tutti assieme o la sventura è assicurata dalla troppa fame, dal troppo desiderio di civiltà dei molti che non l’hanno mai avuta, e non c’è niente che si possa fare per fermarli. Il populismo è questa miopia, è una verità parziale, ma molto forte, molto forte perché molto vicina alla casa (alla pancia) di chi la pronuncia.

2. Cultura e politica: una relazione oggi lacerata. Per quanto sta avvenendo nel sistema politico (populismi, crisi dei partiti, personalizzazione della politica) ma anche per i processi culturali in corso (mediatizzazione, spettacolarizzazione, ecc). E’ possibile oggi ripensare e ricostruire una relazione fra elaborazione culturale e teorica e vita politica? Come, dove e attraverso quali strumenti?

Eppure gli elementi di una possibile diversa risposta ci sono se si guarda in basso da dove sempre vengono le idee nuove. Il primo punto l’aveva già individuato il vecchio Marx. L’economia industriale, che pure modifica l’assetto del mondo e si dimostra l’unico sistema in grado di far fare salti di scala all’umanità nella soddisfazione dei bisogni primari, era solo il gigantesco sintomo di qualcosa di enormemente più grande. La situazione presente del mondo produttivo, anche facendo la tara cinese e sopportando le cineserie, esprime una inarrestabile ricerca della qualità nei beni di consumo che dimostra, a fortiori, quanto Marx avesse ragione nel dire che conoscenza ed invenzione sarebbe stati il vero pilone di sostegno della formazione del valore e quindi della produzione di ricchezza. Solo che questo stadio maturo dell’industria, oggi solo agli inizi delle sue potenzialità espressive, non si identifica con il progresso scientifico/industriale governato dagli operai ma con l’iperproduzione delle merci guidata dai designer. Tanto di cappello a Marx, lui lo diceva guardando le prime macchine a vapore senza nulla sapere dell’elettronica, dell’informatica, delle bio e nano tecnologie. Perché la cordata designer e imprenditori ha vinto mentre la famiglia operai e burocrati/pianificatori ha perso. Molto semplice! Perché quella cordata (che in America – con una sottile ma non banale differenza – è costituita da imprenditori e uomini di marketing) si è dimostrata la più adatta a gestire la complessità crescente dell’economia del simbolico, un’economia in cui non contano più solo i bisogni primari ma le emozioni e i desideri. Come è noto i burocrati non hanno desideri o hanno solo desideri inconfessabili e quindi non sanno come si fa a gestirli. Marx, che pure ha visto molto, non ha capito, e come poteva vivendo agli albori di questo fenomeno, che l’essenza della merce non è solo alienazione, il conformismo e la subordinazione ma, per una parte cospicua della sua essenza, linguaggio desiderante. Non ha capito la segmentazione dei consumi in stili molteplici come l’hanno capita alcuni anni dopo Simmel e Benjamin. C’è nei suoi scritti una visione egualitaria e pauperista del consumo, domina l’orizzonte semplice del valore d’uso. Il suo è un modello troppo semplice dove la merce come traumbild, visione di sogno, non esiste, dove, al massimo, si arriva a pensare che la poesia o la pesca facciano la differenza nel dopo lavoro degli operai mentre la differenza la fanno la poesia e il linguaggio delle merci in ogni minuto, in ogni ora della nostra vita. 
Perché alla lunga vincono gli imprenditori e i designer? Perché sono le figure del progetto e il progetto è la chiave dell’impresa. Fare le cose bene fin nei minimi dettagli, la passione del fare, il capolavoro, il lavoro dell’artefice … il progetto è l’unico vero ponte, effettivo ed efficace, con il mondo reale. Non esisteva nel medioevo, nasce nel Rinascimento ed è testimoniato in modo meraviglioso dai disegni di Leonardo. Il fordismo che tanto incantò i dirigenti sovietici, da Lenin a Bucharin – immagino sappiate che Ford fece in Russia una fabbrica di trattori – è la risposta povera e provvisoria a questo fenomeno, diventerà sempre più marginale mentre la scienza si avvicina a passi da gigante all’alchimia e il fare assume un carattere sempre meno meccanico e sempre più generativo. Il design, che è poi la passione per il progetto, funzionerà anche con la biotecnologia, la catena di montaggio no! Perché dovremmo fare tutte le macchine nere quando con poca fatica abbiamo le possibilità dell’iride davanti a noi? Perché dobbiamo perdere tempo con la meccanica quando possiamo lavorare alla velocità delle spore o dei coralli? Sarà la scienza a portare a compimento un’enorme rinaturalizzazione dei processi produttivi e gli artefici, gli artigiani e i designer saranno sempre più i mediatori tra il fare e la bellezza. 
Detto questo rimane un grande problema davanti a noi, inesorabile, un problema che è come il cucchiaio della medicina di quand’eravamo piccoli: il contesto di questa nuova transizione implica la decrescita dell’occidente, le società occidentali devono ridurre di un 30 per cento i loro consumi energetici e vitali: un cambio di passo che non vuol dire estinzione ma selezione dei consumi, consumare meno ma meglio. E come può essere diversamente se si considera che il prodotto interno lordo dell’Occidente era nel 1950 il 68% del Pil mondiale mentre per il 2050 è stimato che sia il 30%! Ha perfettamente ragione Serge Latouche e meglio che ci facciamo piacere questa realtà e la chiamiamo decrescita felice. Esiste un altro scenario, certo, esiste sempre un altro scenario: il nostro è la caduta dell’impero romano parte seconda! Masse impoverite che premono sui nostri confini, che si affollano su imbarcazioni di fortuna, che abbattono recinzioni, epidemie e guerre senza regola alcuna: vi dice qualcosa tutto questo? O dobbiamo scorrere insieme le cronache recenti! Tutto questo dice che bisogna fare presto a cambiare i paradigmi del fare: non pensare più in termini di nazione ma di sviluppo globale, lavorare intensamente alla crescita agricola dei paesi poveri, occuparsi della loro salute come fosse la nostra, disegnare i loro prodotti perché diventino i più belli del mondo. La scienza e il design ci possono garantire una meravigliosa supervivenza non l’arroganza della prevaricazione sull’altrui destino. E ora di cambiare per sempre paradigma altro che Padania, la padania sta a questi problemi come uno sputo in mezzo all’oceano. Mi piace ricordare, per concludere questo punto, una frase di don Tonino Bello presa da uno degli articoli più cupi ma più veri che io abbia letto negli ultimi mesi il racconto che Goffredo Fofi fa su Reset del suo pessimismo attivo, la frase di Don Bello dice: oggi l’importante non è confortare gli afflitti ma affliggere i confortati.

3. Il tessuto tradizionale di mediazione tra cultura e politica (quotidiani, riviste, case editrici, centri di ricerca, ecc.) si è trasformato profondamente. Sono declinate le strutture legate direttamente ai partiti cui sono subentrate nuove realtà come le Fondazioni vicine a singole personalità politiche. La Casa della Cultura ha scelto in questi anni di andare controcorrente: restare un centro aperto a tutte le anime della sinistra e alimentare una riflessione sul medio e lungo periodo. Il tutto in evidente continuità con la propria storia. Siamo riusciti a rendere efficace questo percorso? Si può continuare su questa strada? Urgono correzioni? Nuove idee? Nuovi progetti?

Mi rendo conto dopo aver scritto queste note di aver dato loro un tono evocativo, quasi iniziatico e non mi dispiace. Mi viene in mente un episodio lontano: era il 1968, un periodo in cui si parlava molto e si cresceva in fretta, stavo davanti all’Università Cattolica in un roccolo di gente che parlava naturalmente di operai e rivoluzione. Ad un certo punto uno tra noi più vecchio, lo ricordo perfettamente aveva i baffi spioventi e un’aria vagamente mongola, era del Partito Comunista Marxista Leninista di linea nera, forse si chiamava Sansone, troncando una discussione accesa disse a due miei giovani compagni di corso: se non siete marxisti, io con voi non parlo. Essendo allora dalla parte degli ignoranti questa fase mi turbò molto, oggi mi sentirei di dire la stessa cosa. Mi sentirei di dire che nel pensiero bisogna andare molto in fretta, parlare per sintesi efficaci, costruire reti. I sufi, una grande tradizione islamica, dicono che c’è una religione come un cerchio intorno a Dio quella fatta dai riti e dalle preghiere, e poi c’è la via degli iniziati e questi sono i raggi, la via diretta alla conoscenza di Dio. Bisogna costruire molto rapidamente dei nuovi raggi iniziatici di un pensiero progressista. E’ il solito tema dell’avanguardia. Ma in questo crepuscolo risulta del tutto evidente che non basta il desiderio di partecipare (che allora saremmo a posto tra facebook, popolo viola, sorcini e grillini) occorre avere anche un disegno per vincere. Su questo siamo molto in ritardo e c’è poco tempo. Bisogna smettere di pensare a dove succede e chi lo fa, bisogna farlo e basta e la Casa della Cultura con la sua storia e il suo carattere aperto ha titolo per farlo. La condizione è che anche tra noi – per non perdere tempo – ci si abitui a dire la verità, non la Verità con la V maiuscola che tutto spiega e risolve, ma quella semplice verità che serve a rimuovere le macerie del passato senza diminuirne la grandezza.
La prima verità da dire è che siamo sempre dalla parte del lavoro, ma dev’essere il lavoro produttivo e non quello parassitario. Deve essere quello che Levi ricorda nella Chiave a Stella come il punto più vicino alla felicità, non basta il lavoro dipendente. L’egida del marxismo, la sua protezione da falsificazioni e da imposture, è di avere al suo centro il lavoro produttivo, il lavoro che crea valore, il lavoro dipendente è un’invenzione difensiva e perdente promossa dai sindacati, di cui vorrei ricordare la natura necessariamente tradeunionista, nel nostro gergo da iniziati. 
Marx non ha sbagliato sugli operai ha sbagliato sui padroni e questo si vede bene in Italia, meglio che in America, si vede nelle migliaia di imprese che non superano i cinque dipendenti, in tutti quei maledetti padroni che stringono i denti e non licenziano e che sono la struttura portante della nostra economia. Non si costruisce nessun blocco sociale sul lavoro dipendente era ovvio allora nel mondo delle grandi fabbriche, ed è una verità imprescindibile oggi. Ho riletto recentemente il Manifesto di Marx, e sono rimasto folgorato dalla foga veemente con cui tratta il sotto-proletariato parassita, se a sotto proletariato sostituite le rendite, i falsi invalidi, i passacarte e i criminali, avete l’esatto quadro dei nostri nemici e di quanti sono. Non vedo in Italia la consapevolezza che solo un’alleanza tra i produttori (padroni, operai, artigiani), i ricercatori (insegnanti, bibliotecari, librai…) e gli onesti – che siano uomini o donne meridionali o settentrionali – è l’unica alternativa possibile alla palude in cui siamo. 
Detto questo, una seconda verità, ci porta a dire che dobbiamo essere più saggi e più accorti che nel passato, possiamo continuare a credere nel progresso dell’umanità e nella vittoria dell’uomo avendo imparato che la grande porta della rivoluzione è troppo pericolosa e dolorosa per essere riaperta, come dice Benjamin dobbiamo per forza prendere il cammino della “piccola porta”, per forza passare tutti insieme in fila. Si porrà così anche fine a quella insopportabile pratica della catechesi e della milizia, semplicemente si cambieranno le cose vivendo per il meglio: lavorando, facendo figli, educandoli, andando al cinema. Si andrà più lentamente ma sicuramente più lontano. La politica acquisterà il suo senso vero di bio-politica senza doversi separare dalla vita in uno sforzo ascetico e salvifico, uno sforzo di cui troppo, per il merito e per la forma, il partito di Lenin e tutti i partiti che l’hanno seguito sono stati debitori agli ordini religiosi. Terzo punto la leadership, questo forse è il punto su cui il cambiamento deve esser più radicale. Senza una nuova leadership non si procede, ma come risolvere il dilemma tra necessità del consenso e urgenza del progetto? Si deve sviluppare una leadership con-vocativa (o una leadership 2.0), consapevole della crescita della conoscenza generale, consapevole del nuovo valore dell’individuo, ma determinata nella realizzazione del progetto. Una leadership che accetti di abbandonare il controllo per mantenere la guida, il che significa, come nelle esperienze Wiki, lasciar fare ai marinai e alla loro maestria, ma tenere ferma sull’orizzonte lontano la barra del timone. Bisogna prima di tutto mettere nuovi temi, insieme più semplici e radicali, nel progetto di cambiamento, temi allo stesso tempo essenziali e commoventi, una sorta di nuova ideologia, di nuovo umanesimo. Una volta Benigni disse, con quella capacità che i grandi attori comici hanno d’essere seri, che avevamo un bisogno assoluto non di parole nuove ma di belle parole. Da queste belle parole, nella prova dei fatti e nella misura dell’impresa, emergerà una nuova leadership. 
Una leadership illuminata, rinascimentale, consapevole delle nuove basi della creatività, dei nuovi diritti e delle nuove responsabilità, cooperativa ma allo stesso tempo tenace e feroce, nel realizzare la sua visione e il suo progetto. Forse “feroce” è una parola forte, ma feroci erano sicuramente i principi e i condottieri italiani che Machiavelli aveva in mente e per modello quando scrisse il suo libro iniziando la storia della politica come scienza. La buona volontà in questa situazione non basta. So che l’idea di una cooperazione feroce è un ossimoro. D’altra parte un ossimoro è anche la bella frase sulla leadership che Bill Emmot, ex direttore dell’Economist, cita nel suo libro Forza, Italia. Nel suo viaggio nei territori e tra le imprese italiane Emmot incontra Brunello Cucinelli, l’industriale del cachemire che il New Yorker in un suo lungo articolo ha definito il Principe di Solomeo. Nel colloquio Cucinelli cita san Benedetto quando dice dice: “L’abate si mostri insieme severo, dolce, esigentissimo maestro, tenerissimo padre” ed Emmot commenta che “è proprio questa combinazione di disciplina e umanità nella gestione di un’impresa, ma anche nella costruzione di una comunità sostenibile basata sui valori dell’impresa, ad essere affascinante”. 
Forse questa è la soluzione e ancora una volta basta guardare in basso. Quando il fondatore di e-Bay, Pierre Omydiar, nella primavera del 1997, andò dagli gnomi di Wall Street per finanziare il suo progetto gli risero in faccia dicendo che non avrebbe mai funzionato, che nessuno si sarebbe mai fidato a fare una transazione con un perfetto sconosciuto: più di cento milioni di persone – oggi – si fidano. E questo vale anche per Wikipedia, milioni di persone lavorano gratuitamente per definire e descrivere i valori della nostra cultura come umanità. Forse si può fare, a patto di dirsi la verità su quel che non ha funzionato nel passato, senza rimuoverlo nell’ignoranza del quieto vivere, a patto d’essere teneri ed insieme esigenti, a patto di accettare che il progetto, individuale o collettivo che sia, è l’unica misura delle cose: vera ed accettabile.