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Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

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Home > 65° Casa della Cultura > Le risposte di Laura Balbo

Materiali


Le risposte di Laura Balbo

Risposte alle tre domande

Laura Balbo

Cultura e politica. Al tempo dei populismi
1. In questi ultimi due decenni formazioni e movimenti populisti hanno occupato la scena pubblica italiana e vi hanno impresso il loro segno. Berlusconismo e Lega hanno scandito l’agenda della vita politica, esercitando di fatto anche un’egemonia culturale che traspare dal linguaggio e dalle pratiche prevalenti nella vita pubblica. La sinistra italiana ha evidenziato serie difficoltà, politiche e culturali, nel proporre e nel difendere un suo punto di vista. Da dove ha tratto origine questo profondo, radicale rimescolamento del clima politico e culturale? E per quale motivo le linee di resistenza hanno rivelato tale fragilità?

Parlando della “scena pubblica italiana” (e di Berlusconismo e Lega) con riferimento al “populismo” penso sia bene fin da subito inquadrare il fenomeno nel contesto europeo e mettere in luce gli aspetti che accomunano una pluralità di situazioni (certo, anche, differenze e specificità). 
Dunque premetto questo. Il “caso italiano” ovviamente ha tratti particolari; ma è necessario uscire dallo “sguardo nazionale”. Il rischio che ci si chiuda in una analisi limitata e forse distorta lo si deve evitare. Ci sono le “nostre” caratteristiche, ma siamo parte di processi comuni, pericolosamente diffusi. 
Dunque un contesto che accomuna, e una fase storica che ha tratti specifici. 
Risultati elettorali e dati recenti (di statistiche e sondaggi) indicano che fenomeni di “populismo” riguardano, con caratteristiche in parte diverse, anche altri contesti: in particolare il Belgio, la Danimarca,l’ Austria; e Bulgaria e Ungheria. In altri paesi ancora (Francia, Gran Bretagna, e Germania) in diverse occasioni i leader politici si sono fatti portavoce, negli ultimi anni, di sentimenti e posizioni di “populismo”, con l’obiettivo di consolidare il loro legame appunto con una parte dell’opinione pubblica e dell’elettorato. Posizioni in fasi precedenti non rese esplicite (o anche considerate inammissibili) oggi appaiono quasi scontate, non troppo preoccupanti.
Si sono “legittimate”. 
I meccanismi “europei” influiscono anche sulla “sinistra”: giusto porre la domanda. Su questo andrebbe sviluppata una analisi articolata. 
E un’altra prospettiva della fase attuale ci viene suggerita: molte le espressioni di “razzismo” e “xenofobia (“tradizionali” nei fenomeni del “populismo di destra”: definizioni dei “valori” e dei “diritti” riferite alle storie nazionali o locali in opposizione agli “altri”/ diversi/ estranei). 
Ma si porta anche attenzione a quello che è definito “razzismo economico” (Albena Azmanova).

Un secondo elemento va messo a fuoco. Diciamo “populismo”, constatiamo e descriviamo come si siano costruiti e fatti funzionare, negli scorsi anni, rapporti (in molti sensi) efficaci con il “popolo”. 
C’è però una “nostra” specificità. Constatiamo e descriviamo come si è costruito e fatto funzionare un significativo (in molti sensi) rapporto con il “popolo” da parte di chi ha posizioni carismatiche e di effettiva leadership politica: ma le caratteristiche delle due figure, Berlusconi e Bossi, e delle componenti del “popolo” che li appoggiano, vanno viste nelle loro peculiarità. 
Già il fatto che siano due le figure che hanno attivato il nostro populismo è un aspetto del tutto particolare. E poi: ricordiamoci come inizialmente si sia guardato da molte parti al territorio e agli “attori” della Lega in termini un poco ironici, quasi scherzosi. E’ importante essere capaci di capirlo bene, il percorso successivo: l’affermarsi, e le specifiche caratteristiche, di questa componente del nostro quadro politico . 
Differenti le modalità e i processi di coinvolgimento propri di una figura come Berlusconi e del suo partito. Si raggiungono pezzi diversi del “popolo”, e con meccanismi diversi. 
La questione da mettere al centro è come funzionano (e funzioneranno) queste due componenti del quadro che non sono tra loro assimilabili, ma che fino ad ora sono riuscite a muoversi insieme.

2. Cultura e politica: una relazione oggi lacerata. Per quanto sta avvenendo nel sistema politico (populismi, crisi dei partiti, personalizzazione della politica) ma anche per i processi culturali in corso (mediatizzazione, spettacolarizzazione, ecc). E’ possibile oggi ripensare e ricostruire una relazione fra elaborazione culturale e teorica e vita politica? Come, dove e attraverso quali strumenti?
I dati di “sfondo” (richiamati nella domanda 2) che segnano pesantemente il contesto politico attuale – “mediatizzazione”, spettacolarizzazione, personalizzazione della politica- ci sono tutti ben presenti. 
Mi soffermo su un aspetto (che accomuna le nostre sedi di incontro e di dibattito, culturale e politico). Una frase che ho letto (non ricordo dove) sintetizza bene la situazione: continuiamo a predicare a quelli che sono già convertiti. 
Come si possano trovare modi, e canali, per raggiungere e–in qualche misura almeno- rendere consapevoli, attenti, anche altri (“altri” da quelli che, le nostre posizioni, già le condividono: i convertiti), considero davvero importante affrontarlo, questo problema. Raggiungere i tanti che rimangono estranei ad analisi e proposte alle quali lavoriamo, ma non necessariamente in opposizione.
Come individuarli e metterli insieme, “pubblici” consapevoli e disposti a “lavorare” –in varie forme- su temi importanti per il futuro.

Ho pensato di fare un rapido accenno a una iniziativa avviata nel marzo 2010.
Presso il Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona si è messo a punto un progetto, risultato di riflessioni elaborate nei mesi precedenti da un gruppo di studiosi ed attivisti politici europei. Ci si è proposti di portare avanti -nel corso del prossimo decennio, così si è detto- un “lavoro” comune sui temi riassunti dalle parole “diversità” e “Europa del futuro”. 
Ciò che appare urgente è avviare un percorso mettendo al centro il riferimento all’Europa ,in una prospettiva articolata e con piena consapevolezza dei problemi aperti, del rischio di soluzioni inadeguate, di incognite ed imprevisti. Nessuna facile soluzione, nessuna “ricetta”, nessun proclama. 
Gli avvenimenti di queste settimane nel Nord Africa (e altrove: Medio Oriente, Cina) ci rendono consapevoli della complessità di questo futuro, e dello scenario europeo (e quale Europa, appunto, nel nostro futuro).

Come parte del progetto Barcellona, dopo l’incontro del marzo 2010 è stato organizzato in giugno un seminario di lavoro a Roma (presso la Fondazione Basso, promosso da Stefano Rodotà) e a Milano si è attivato un gruppo di lavoro. Hanno preso avvio varie iniziative. 
Al centro, come portare l’attenzione sul futuro. E come riuscire a coinvolgere “pubblici” non dati per scontati, i già “convertiti”.
Dunque si è rivolta attenzione al mondo della formazione (universitaria, ma anche istituti tecnici e professionali e sedi di formazione adulta). Per il 2011 cinque sedi universitarie si sono collegate in un percorso comune: sono previste videoconferenze e altre iniziative. 
Ed è in via di realizzazione un sito (coordinato con il sito europeo che funziona presso il Forum di Barcellona). 
Non entro qui nei dettagli del progetto.