Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012
Risposte alle tre domande
Loris Caruso e Alberta Giorgi
Cultura e politica. Al tempo dei populismi
1. In questi ultimi due decenni formazioni e movimenti populisti hanno occupato la scena pubblica italiana e vi hanno impresso il loro segno. Berlusconismo e Lega hanno scandito l’agenda della vita politica, esercitando di fatto anche un’egemonia culturale che traspare dal linguaggio e dalle pratiche prevalenti nella vita pubblica. La sinistra italiana ha evidenziato serie difficoltà, politiche e culturali, nel proporre e nel difendere un suo punto di vista. Da dove ha tratto origine questo profondo, radicale rimescolamento del clima politico e culturale? E per quale motivo le linee di resistenza hanno rivelato tale fragilità?
In questi ultimi due decenni formazioni e movimenti populisti hanno occupato la scena pubblica italiana e vi hanno impresso il loro segno. Il cambiamento politico e culturale in senso populista è stato probabilmente determinato da un insieme di tre fattori. Il primo va ricondotto alle scelte della sinistra “riformista” che proviene dalla tradizione del movimento operaio. Dopo l’89, questa sinistra ha reagito alla propria sconfitta storica disperdendo un intero patrimonio culturale – in cui probabilmente ad essere andato disperso è il rapporto stesso con la dimensione culturale -, ma ancora di più introiettando interamente le ideologie della compatibilità di mercato. Non solo la sinistra riformista ha contribuito alla depoliticizzazione della frattura di classe, perdendo così il rapporto con i soggetti sociali che erano all’origine della sua nascita, ma ha sostituito la centralità di quella frattura, che naturalmente non pensiamo andasse semplicemente riproposta nelle forme in cui era stata agita fino a quel momento, con un interclassismo degenerato nella sindrome del “partito pigliatutto”. Il Pds prima, poi i Ds e ora, ancor più, il Pd, nel tentativo di ricostruire la forma partito e di dotarsi di un orizzonte culturale innovativo, hanno sostituito un punto di vista parziale e critico sulla società con un insieme indistinto di culture politiche. La dimensione elettorale e la conquista del governo (per le quali è necessaria una continua esposizione mediatica, e la traduzione, fino alla sostituzione, della propria cultura politica in un insieme di messaggi adatti alla semplificazione mediatica), sono quindi diventati l’unico terreno considerato rilevante della lotta politica. Non era obbligatorio, insomma, che le cose andassero così. La resistenza a questi processi è stata debole, da parte della sinistra riformista, perché il suo principale partito non ha voluto organizzarne una più consistente. In questo vuoto, il “popolare” è diventato un discorso fatto solo dalle destre (e dai media, che ai “gusti popolari” si riferiscono costantemente, riconoscendoli, introiettandoli, modificandoli, costruendoli). Nello stesso tempo, questo partito è comunque rimasto il perno centrale della costruzione di un’alternativa politica al sistema leghista-berlusconiano. Ciò ha fatto sì che le sinistre che hanno cercato di mantenere viva una cultura critica e di non ridurre la politica all’alternanza al governo tra due coalizioni politiche siano apparse progressivamente marginali, e con esse è apparsa marginale la stessa cultura critica. Il secondo fattore è un insieme di processi che hanno prodotto mutamenti significativi nel tessuto delle società contemporanee e delle relazioni tra il sociale e il politico. L’esaurimento del capitalismo organizzato e del ciclo fordista-keynesiano, che facilitavano l’aggregazione degli interessi materiali e la loro rappresentanza all’interno del sistema politico-istituzionale; la frammentazione sociale conseguente alla diffusione del lavoro intermittente; la centralità sociale acquisita dalla figura del consumatore in alternativa a quella del produttore; la svolta “cognitivo-semiologica” del lavoro e del sistema dei consumi, che, congiuntamente al processo di mediatizzazione della sfera pubblica, contribuisce alla diffusione di immaginari tendenti più all’integrazione nella norma che all’acquisizione di punti di vista conflittuali e parziali. Questo insieme di fenomeni ha contribuito alla rottura delle connessione tra società e sinistra politica. Gli attori che animano il conflitto sociale si disinteressano della sfera politica, mentre quest’ultima espelle dal suo perimetro i temi e gli attori del conflitto sociale. Ancora, in questo vuoto, si inseriscono le destre populiste, simulando una ricostruzione delle connessioni tra sociale e politico, spostata interamente sul piano del simbolico e della costruzione di immaginario. Il terzo fattore è quello della “sottoegemonia culturale”. A partire dagli anni Settanta i media, in particolare quelli privati, hanno attivamente perseguito una rottura tra ceti popolari e rappresentanza politica (da parte dei partiti della sinistra). I media sono diventati attori politici nella misura in cui hanno operato per una depoliticizzazione dei ceti popolari e delle loro esigenze, cercando di sostituirsi ai partiti della sinistra come loro referente privilegiato. In Italia poi, questo processo è stato compiuto dalla stessa persona prima sul piano mediatico e poi su quello politico. Ma la differenza con gli altri paesi occidentali sta appunto solo nel fatto che da noi la stessa persona ha unito in se stessa i due momenti, mentre negli altri paesi il “lavoro” è stato fatto da soggetti diversi. Ancora, i media hanno costruito il proprio popolo da una parte, appunto, de-politicizzando, dall’altra traducendo l’inserimento dei ceti popolari nella società come integrazione (spesso solo immaginaria) nel sistema dei consumi. E, ancora, questo popolo ricostruito era perfetto per diventare, almeno in parte, base elettorale delle destre populiste.
2. Cultura e politica: una relazione oggi lacerata. Per quanto sta avvenendo nel sistema politico (populismi, crisi dei partiti, personalizzazione della politica) ma anche per i processi culturali in corso (mediatizzazione, spettacolarizzazione, ecc). E’ possibile oggi ripensare e ricostruire una relazione fra elaborazione culturale e teorica e vita politica? Come, dove e attraverso quali strumenti?
3. Il tessuto tradizionale di mediazione tra cultura e politica (quotidiani, riviste, case editrici, centri di ricerca, ecc.) si è trasformato profondamente. Sono declinate le strutture legate direttamente ai partiti cui sono subentrate nuove realtà come le Fondazioni vicine a singole personalità politiche. La Casa della Cultura ha scelto in questi anni di andare controcorrente: restare un centro aperto a tutte le anime della sinistra e alimentare una riflessione sul medio e lungo periodo. Il tutto in evidente continuità con la propria storia. Siamo riusciti a rendere efficace questo percorso? Si può continuare su questa strada? Urgono correzioni? Nuove idee? Nuovi progetti? R
La relazione tra cultura e politica appare oggi, dunque, lacerata. E’ possibile oggi ripensare e ricostruire una relazione fra elaborazione culturale e teorica e vita politica? La diffusione del populismo, cioè di un conflitto politico basato sulla distinzione tra “la gente” e “la politica”, i fenomeni di mediatizzazione della sfera pubblica, per cui il dibattito pubblico è vincolato dalle opportunità mediatiche e dalle scelte di agenda dei mezzi di comunicazione di massa e, infine, di spettacolarizzazione della politica, per cui la visibilità di un’opzione politica è connessa al suo appeal mediatico, sembrano chiudere gli spazi per una pratica politica e culturale innovativa. I tempi della politica spettacolarizzata e della sfera pubblica mediatizzata sono brevi e vincolano alla brevità alla semplificazione i messaggi politici. Il dibattito tra cultura e politica è, dunque, limitato. Ancora di più, si è assistito ad una separazione, anche concettuale, degli ambiti della cultura e della politica. La figura dell’intellettuale organico è scomparsa. Non così l’impegno degli intellettuali nella politica: tale impegno, tuttavia, si concretizza spesso nell’appoggio ad una singola campagna politica, senza tradursi in un rapporto stabile di collaborazione e di confronto. Si tratta di un processo di lungo periodo, dalle radici storiche profonde e complesse, di cui abbiamo tentato di tracciare alcuni percorsi. Tuttavia, due elementi permettono di ripensare il rapporto tra elaborazione teorica e culturale e vita politica. Il primo riguarda la partecipazione politica diffusa e la volontà di impegno da parte degli intellettuali, che si è resa visibile, tra l’altro, durante le mobilitazioni universitarie di questi anni e che si è concretizzata in esperimenti di collaborazione (spesso fragili e contingenti) tra università e politica organizzata. Si registra una voglia di tornare a discutere e a praticare la politica. I richiami alla partecipazione politica diretta, se pure si collocano al polo opposto della partecipazione politica istituzionale, quella dei partiti, segnalano la possibilità di connessioni e partecipazione. Il secondo elemento è di natura più ampia e fa riferimento al mutare del contesto. I cittadini dell’era digitale non sono solo spettatori passivi o resi passivi dai mezzi di comunicazione di massa. Sono mediamente scolarizzati, interessati e capaci di raccogliere ed elaborare le informazioni politiche. Se è vero che la mediatizzazione della sfera pubblica riduce gli spazi di intermediazione, è altrettanto vero che gli strumenti digitali permettono una partecipazione, anche politica, orizzontale ed immediata. Il potenziale di elaborazione e discussione, così come il potenziale organizzativo ed aggregativo, di tali strumenti è elevatissimo. Il contesto di antipolitica si esprime attraverso la sfiducia nei confronti della politica di partito e delle ideologie. Anche i movimenti sociali degli ultimi anni privilegiano la pratica dell’obiettivo all’astrazione politica, guardata con sospetto. E tuttavia è proprio nella capacità di ascoltare le richieste e nell’elaborazione condivisa di pratiche e strategie politiche che sta la sfida per la costruzione di un nuovo e proficuo rapporto tra politica e cultura. Perché quello che i movimenti fanno è assumersi l’onere di una traduzione politica di cui considerano incapaci i partiti. Ed è proprio questo l’elemento positivo e potenzialmente generativo per una politica che non sia gestione dell’esistente ma elaborazione innovativa, per movimenti che non siano concentrati su esigenze contingenti e sulla difesa di diritti sempre più sotto attacco, ma aperti al futuro. Gli spazi e gli strumenti per ripensare un rapporto tra politica e cultura sono molteplici. Si tratta in primo luogo di costruire dialogo sia in luoghi e modi che si sottraggano ai vincoli di tempi e di registro discorsivo della sfera politica spettacolarizzata e mediatizzata, sia in luoghi e modi che intersechino tali vincoli e li rendano generativi. Se è vero che la politica ha bisogno di professionisti, è anche vero che i confini tra le professioni sfumano, aprendo nuovi spazi di dialogo e di sintesi. Il tessuto tradizionale di mediazione tra cultura e politica (quotidiani, riviste, case editrici, centri di ricerca ecc ) si è trasformato profondamente: nuovi linguaggi e nuovi spazi sono ora aperti. Più che ad un dialogo, vorremmo che la relazione tra cultura e politica potesse essere pensata oggi come una sintesi: la politica, per essere tale, ha bisogno di conoscere e la conoscenza è in sé azione politica. Concretamente, vorremmo uno nuovo spazio della critica, che sappia utilizzare spazi e linguaggi nuovi, e che non abbia paura di sporcarsi le mani e di dire cosa non funziona. Riteniamo che pensare la politica come amministrazione e come gestione dell’esistente, riflettendo sulle possibilità concrete di miglioramento sociale, se pure meritorio rischi però di farci perdere di vista la possibilità di un pensiero del futuro, dell’alternativa. Pensiamo che si debbano esplorare strade diverse, ridondanti e persino confuse. Partendo dal piccolo e dal locale, il movimento universitario, non ha ottenuto quello che chiedeva eppure ha aperto spazi nuovi di critica e di confronto in cui il ruolo dei ricercatori all’interno del sistema di produzione e diffusione di cultura è stato la base per una riflessione a proposito del ruolo politico. I movimenti sociali recenti hanno fondato le proprie rivendicazioni sulla conoscenza scientifica (si pensi alle mobilitazioni contro le grandi opere, per esempio). Alla luce di ciò, per essere concreti, proponiamo, tra i vari esperimenti, di riprendere, ripensandola, la tradizione dell’inchiesta sociale: una costruzione collettiva di conoscenza. Una conoscenza che sia critica, e politica, e pubblica. Noi pensiamo che la conoscenza sia generativa di innovazione politica e per questo dirompente. Inoltre, ci sembra possa essere proficuo uno scambio intenso tra luoghi in cui si elabora e diffonde conoscenza (come la Casa della cultura) e forze politiche e sociali (partiti, movimenti, associazioni, sindacati). Uno scambio che sia produttivo di sapere politico, in cui i soggetti politici e sociali vengano anche sfidati attivamente alla costruzione di politiche innovative. Sarebbe anche interessante che questo scambio non fosse episodico, ma che abbia una natura in qualche modo sistematica, e che venga accumulato e diffuso (con pubblicazioni, materiali, uso del web, ecc.), con l’idea di sedimentare i tratti, appunto, di culture politiche progressiste e trasformatrici innovative.errà.