Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012
Risposte alle tre domande
Maria Nadotti
Caro Ferruccio,
provo a rispondere alle tre domande che, a nome della Casa della Cultura di Milano, rivolgi a chi negli ultimi anni ha variamente partecipato e collaborato alle sue attività.
Il vostro ‘sondaggio’, scrivi, è un modo attivo e non cerimoniale di celebrare il 65simo compleanno della CdC, nata il 16 marzo 1946, trentadue anni esatti prima del rapimento di Aldo Moro.
Il secco titolo/tema della vostra indagine, “Cultura e politica. Al tempo dei populismi”, è accompagnato da un soprattitolo: “65 anni al servizio della cultura: cultura per la società civile, cultura per la città, cultura per l’impresa e soprattutto cultura per la politica. Oggi il problema più pressante è la ricostruzione del rapporto tra cultura e politica”. Impossibile, leggendo queste ultime righe, non pensare a un autoritratto di gruppo vagamente seppiato, ma anche a una di quelle pubblicità che puntano sul valore della fedeltà, del cliente al marchio e del marchio al cliente. Tinte soffuse di nostalgia, quasi di rimpianto, per quel che non c’è più o non potrà mai più essere identico a prima, e velate dal desiderio di conservare o ritrovare un proprio ruolo in bilico tra società e politica, al centro della polis. Perché, intanto, il nostro paese è cambiato e mutati sono la sua popolazione, l’insieme delle sue istituzioni culturali e politiche, il suo stesso sistema di valori, la sua antropologia, e senza dubbio l’idea di polis che da noi si coltiva e si pratica.
Siamo passati dalla povertà euforica del secondo dopoguerra e dal progetto (per l’Italia davvero utopico) della democrazia all’ebetismo consumistico e alle nuove povertà del terzo millennio. Per vie neanche tanto misteriose siamo precipitati in un’afasia che fa pensare a un massiccio analfabetismo di ritorno o a un Alzheimer di massa. Insieme alla parola parlata e scritta abbiamo perso la capacità di guardare e di ascoltare. E senza le parole e l’immagine delle cose cui esse dovrebbero rimandare è impossibile pensare, ricordare, prefigurare.
Disorientato, impaurito, sempre più solo e privo di strutture di riferimento, l’odierno homo italicus (della donna bisognerebbe dire altro e forse con altri linguaggi) si barrica dietro un’indifferenza alle vicende del mondo che non è frutto di qualunquismo, ma di impotenza. Dove non c’è progetto o ideale collettivo, e dove non si è ancora raggiunto il punto di non ritorno che sfocia in rivolta sociale, vale la regola dell’“ognuno per sé, dio per tutti”. E proprio qui entrano in campo i populismi – e relativi carismi – su cui ci interpelli.
L’uomo che ha perso la visione d’insieme, la percezione di sé come parte di un tutto, la sensazione di contare, non può che ritirarsi sempre più nel proprio privato, congedandosi da uno spazio pubblico/politico che avverte come sempre più estraneo e minaccioso. Finite, storicamente finite, alcune strutture forti (partiti, centri religiosi, scuole, lavori professionalizzanti e per la vita) in grado di mediare tra individuo e società, ci siamo ritrovati soli a specchiarci nello schermo cieco delle televisioni, delle sue creature e dei suoi prodotti. E di televisione, oggi in Italia, ce n’è dappertutto, non solo in presenza di tubi a raggi catodici.
Come ricucire dunque, il nodo cultura/politica in assenza di cultura e di politica? Ma, anche, perché tenerci tanto a ricucirlo e perché interpretare solo negativamente lo scollamento progressivo tra lavoro intellettuale e lavoro politico? Non si potrebbe immaginare che, in Italia, sia stato proprio quel nodo troppo stretto a nuocere alla cultura, piegando gli intellettuali a rinunciare alla loro libertà di pensiero, alla loro funzione critica, al loro non confortevole ruolo di esiliati in casa?
L’organicità del lavoro intellettuale non alla politica tout court, ma alle linee guida dei partiti al potere e all’opposizione, non somiglia troppo spesso – e sinistramente – a una sua estraneità alla cultura?
Il carisma, secondo Albert Camus, è un modo per sentirsi rispondere ‘sì’ senza aver posto alcuna domanda precisa. Non è una battuta! A ben vedere quel che da noi è andato progressivamente annebbiandosi è proprio la capacità di porre domande precise che esigono risposte altrettanto precise, non giochi di parole, diversivi, menzogne, fumo negli occhi, slogan propagandistico-pubblicitari capaci di mutare di segno nell’arco di una notte, mimetiche rincorse pre e postelettorali, intrattenimento.
Molta sinistra, da parecchio tempo a questa parte, sta cercando di riguadagnare il terreno perduto ‘imitando’ le destre e i loro demagogici linguaggi a presa rapida e mitizzandone il cosiddetto radicamento nel territorio. Lo si vede nella spasmodica ricerca di volti inediti atti a forare l’opacità dello scudo mediatico e l’apatia del cittadino medio grazie a una foto ben scelta e uno slogan ad alta intensità di persuasione. Penso al candore della campagna elettorale del candidato sindaco delle sinistre, l’avvocato Giuliano Pisapia, che da una miriade di gigantografie piazzate nei punti strategici della città, camicia bianca e espressione-scusi-se-provo, propone la “forza gentile X cambiare Milano”, metropoli che “ha voglia di aria nuova”.
Frasi garbate, suggestivamente garbate e vuote.
Volti nuovi (forse), metodi non originali.
Una delle differenze sostanziali tra pensiero e non pensiero (ancor prima che tra pensiero di sinistra e di destra) non dovrebbe per l’appunto essere la realistica e modesta passione per la complessità, la consapevolezza che non tutto è riducibile a schemi binari, che non tutto ha soluzione, che il consenso universale non è un sogno da coltivare, bensì un delirio da smorzare sul nascere?
La politica che ci è più che mai indispensabile ha bisogno di cultura, perché in democrazia il lavoro politico non è un mestiere da imbonitori, da prepotenti o da specialisti, ma da uomini e donne che dalla loro specifica postazione nella società vogliano salvaguardare la propria libertà all’interno di uno spazio pubblico condiviso.
La Casa della cultura milanese, uno spazio che è andato via via affrancandosi da un’appartenenza politica che avrebbe rischiato di esaurirne la funzione, ha saputo in questi anni intuire la necessità di aprirsi e mettersi in ascolto rinunciando a monumentalizzare e cristallizzare la propria storia. Sarebbe bello che andasse avanti su questa strada, diventando sempre più un luogo pubblico. La città di Milano ha un bisogno disperato di spazi dove incontrarsi, informarsi, mettere a confronto idee, studiare, compiere atti collettivi di immaginazione politica. Sarebbe bello che la Casa della cultura continuasse a proporsi come uno di questi spazi, creando forme di collaborazione sempre più capillari ed estese con altri luoghi e centri che stanno tentando la stessa strada. A volte cultura e politica si incontrano più facilmente attraverso un film, un romanzo, un’opera artistica che non attraverso un seminario ‘a tema’ per addetti ai lavori.
E poi, simbolicamente e metodologicamente, di questi tempi non vale di più l’abbattimento di qualche parete, la dimostrazione che le cose fatte insieme contano di più e funzionano meglio? Non lo dico pensando solo alle appartenenze politiche e relative gelosie, ma proprio alla necessità di non farsi sedurre dal privato, fondazione, centro culturale o nido domestico che sia.