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Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

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Materiali


Le risposte di Marina Calloni

I professionisti del lavoro intellettuale e la città: un rapporto finito o in cambiamento?
di Marina Calloni

1. Cultura e politica: la crisi del modello post-bellico

La politica democratica del dopo-guerra trova la propria legittimazione culturale nel tentativo di attuare ciò che il controllo esercitato dal fascismo su tutte le sfere della società civile e sulle vite dei soggetti aveva impedito: la libera espressione della volontà individuale e collettiva. Entro tale quadro generale, il lascito gramsciano aveva cercato il proprio radicamento civico nella costruzione di una nuova identità repubblicana, nel tentativo di declinare una cultura politica nazionale, capace di egemonia. L’obiettivo principale da conseguire consisteva allora nel riconnettere la società civile e le volontà individuali con la politica istituzionale, a partire da prassi deliberative, territorialmente radicate nei contesti di vita e negli ambiti del lavoro. La riforma intellettuale e morale passava dunque attraverso un processo pedagogico-educativo, in cui gli intellettuali assumevano un ruolo chiave nel dover mediare culturalmente le relazioni socio-economiche con la sfera delle decisioni politiche, facendo leva sull’educazione di cittadini autonomi e consapevoli delle proprie azioni.
Il principale ruolo ricoperto dagli intellettuali nel dopoguerra consisteva dunque nel contribuire alla costituzione di elite di governo (in modo diretto o indiretto), e adoperandosi per la formazione di una libera volontà pubblica, grazie all’educazione e all’impegno civico dei cittadini. Con ciò si mirava a far emergere sulla scena politica intere popolazioni fino ad allora sottratte alla sfera pubblica, a partire dal riconoscimento del diritto di cittadinanza alle donne. Questa politica della presenza e della visibilità si collegava alla parallela formazione bipolare delle elite di partito, alla ricerca del consenso popolare, tanto nello spettro parlamentare, quanto nell’arena elettiva delle varie regioni italiane.
Il ruolo paternalistico e insieme elitario degli intellettuali come mediatori e traduttori di un sapere “alto” a livello tanto disciplinare, quanto politico, nel corso degli anni è andato sempre più non solo a perdersi, bensì a “corrompersi”.
Negli ultimi decenni, la decadenza dell’”intellettuale organico ad un partito” è stata in effetti non solo dovuta a molteplici e contrastanti fattori, quali la trasformazione dell’ordine geo-politico dopo il 1989 e la crisi del sistema partitico in Italia dopo il 1992, bensì determinata dalla radicale trasformazione subita all’interno di quella che un tempo veniva definita l’intellighenzia, col suo graduale spostamento dalla piazza e da luoghi deputati della politica all’arena virtuale dei mass-media.

2. Il vulnus territoriale

Tale cambiamento radicale nel rapporto fra politica e cultura può essere chiaramente intravisto, già a partire dalla metà degli anni Ottanta. Si tratta di un passaggio cruciale per la storia nazionale che porta alla trasformazione della tradizionale figura dell’intellettuale post-bellico, così come può essere evinto dalla stessa parabola urbana e trasformazione socio-politica subita dalla città di Milano. Al fine di una migliore esemplificazione di tale ipotesi, mi permetto di fare riferimento ad una ricerca condotta da Marisa Bertoldini e dalla sottoscritta che, promossa da Giacomo Corna Pellegrini e Guido Nardi, era stata pubblicata nel 1992 sotto il titolo di Pensare Milano. Intellettuali a confronto con la città che cambia (1).
Nata inizialmente come risposta alla proposta rivoltami da alcuni colleghi di Francoforte per uno studio sull’intellettuale urbano nel XX. Secolo (2), la ricerca aveva poi preso un indirizzo totalmente autonomo, anche per via dell’enorme quantità di materiale che avevamo raccolto nel corso del tempo. L’indagine era stata, infatti, svolta dal 1989 al 1991, durante il cosiddetto “triennio del disagio“ e pubblicata all’inizio del 1992, poco prima che deflagrassero gli scandali di Tangentopoli, che prendesse avvio Mani Pulite e che cominciasse la crisi del sistema dei partiti nati dal patto costituzionale post-bellico, che avesse inizio il quasi ventennio berlusconiano (maggio 1994), preannunciato da una stagione di massacri che non sembrano essere però solo imputabili alla mafia siciliana (dal Maggio 1992 all’Ottobre 1993 furono sei fra bombe e stragi, più due attentati falliti), bensì determinati dalla necessità di imporre un nuovo ordine politico e controllo sociale. La ricerca veniva dunque a tracciare un netto spartiacque fra un prima in crisi e un futuro nebuloso, come poteva essere del resto intravisto nelle interviste qualitative e biografiche (basate sulla traccia di un questionario comune), che ci erano state rilasciate da 77 personaggi della vita milanese. Man mano che andavamo a trascrivere le varie interviste e nella mancanza di una letteratura primaria e secondaria specificamente dedicata agli intellettuali milanesi, ci eravamo sempre più convinte non solo della necessità di sviluppare più approfondite analisi al riguardo, ma soprattutto del palese cambiamento che era allora in atto in tutte le sfere della vita cittadina, a partire dal mutamento strutturale di Milano come metropoli organizzata sulla centralità della fabbrica e vincolata alle funzioni che ne conseguivano. Le identità collettive stavano rapidamente mutando; gli intellettuali stavano trasferendo le proprie competenze in altri ambiti comunicativi e professionali; la politica istituzionale era giunta al collasso. Il legame fra politica, cultura e territorio si era andato ormai consumando.
Le interviste erano state così accompagnate da nostre considerazione introduttive e da riflessioni conclusive che mettevano in luce i chiari sintomi e le evidenti patologie del cambiamento. La consapevolezza della trasformazione materiale e culturale della città si era andata ben presto a trasformare in un disagio rispetto a ciò che stava accadendo e che poneva domande ingombranti agli attori culturali coinvolti nel processo. L’l’imbarazzo per la situazione che si stava allora esperendo diventò palese la sera stessa della presentazione. Il libro era stato infatti pubblicato nel Febbraio 1992. Solo un mese più tardi, in marzo, ebbe inizio Tangentopoli. Che fare? Come presentare il libro? Con quali motivazioni? Come avrebbero potuto esprimersi alcuni dei nostri interlocutori che si erano apertamente spesi sulla magnificenza politica della città? Il libro era stato pubblicato solo due mesi prima e più che un’indagine d’attualità sembrava essere diventata una ricerca storica che riguardava una città ormai scomparsa. Si riferiva a promesse mai attuate, ormai accantonate come ideologie di scarto. Alla fine, in Maggio, si decise di presentare il libro a mo’ di riflessione su ciò che stava accadendo. Il luogo di presentazione? Il Palazzo delle Stelline. Gli interventi che accompagnarono la discussione sulla situazione milanese furono indubbiamente pregnanti e accorati, seppur conditi con evidenti dubbi e imbarazzi. Gli organizzatori non avevano però previsto due sedie sul palco per le curatrici. Me ne stetti allora fra il pubblico, con curiosità. Ciò che in effetti si stava celebrando era l’inizio di un traumatico processo di transizione politica che avrebbe dovuto implicare una più severa autocritica da parte degli attori della politica culturale cittadina. Ma, in effetti, molti dei nostri intervistati non avrebbero più potuto ripetuto neppure una parola di ciò che ciò che ci avevano riferito durante la registrazione delle interviste. Quella sera non si fece dunque alcun cenno al repentino cambiamento di visione che nel frattempo era intervenuto in molti. La Milano di cui si era parlato non esisteva più.
Il fortuito ma anche prevedibile (a posteriori) sviluppo di Tangentopoli con l’arresto di politici locali e l’inizio della lunga stagione del centro-destra a Milano (dal 1993 tre giunte) e in Lombardia (Formigoni governatore dal 1995) ebbe uno scontato effetto negativo sulla sua ricezione del libro. La situazione che si era venuta a creare assieme all’auto-censura di molti intellettuali aveva contribuito a inibire la lettura del testo e con essa la possibilità di dare inizio a un più approfondito dibattito sulla cesura che si era venuta a consumare in città fra cultura e politica. Il testo – che nonostante i suoi soli tre mesi di vita era stato definito da un relatore come un “libro storico” per la mancanza di analoghi studi, ma soprattutto per il suo rimando ad un’epoca ormai terminata – si rivelò da subito un colossale flop editoriale. Le copie furono ritirate ben presto dalla circolazione e la maggior parte di esse fu mandata al macero. La sua colpa era stata quella di aver previsto il tracollo non solo della “Milano da bere”, bensì di quella sorta di Tangentopoli che concerneva la “corruzione” degli intellettuali, nella predizione dei complessi anni politici a venire. Gli intellettuali-professionisti non potevano più definirsi come la “buona e pura elite” nell’età del crescente neo-populismo politico e mediatico (3).

3. Corruttibilità

In un aforisma di Minima Moralia, l’opera dedicata alla “vita offesa”, Theodor W. Adorno ricorda lapidariamente che gli intellettuali “che sono i soli a scrivere degli intellettuali e che contribuiscono a screditarli in nome dell’autenticità, non fanno che offrire e radicare la menzogna”. Nel parlare di sé come elemento d’analisi, gli intellettuali non fanno altro che entrare in un contradditorio processo dialettico in cui il soggetto agente viene a identificarsi con l’oggetto riflesso. Tale circolo vizioso, determinato dal ragionamento degli intellettuali su se stessi, viene a riperpetuare una tautologia autoriflessiva e a legittimare l’ideologia su cui si fonda la pretesa di un ruolo socialmente elitario dell’intellettuale. A iniziare dibattiti sugli intellettuali sono, infatti, sempre gli intellettuali stessi, soprattutto nei momenti di ridefinizione delle identità collettive, a partire dala propria. Come poter uscire da tale circolarità?
Ancora una volta il caso di Milano può esserci in tal senso d’aiuto.
Com’era chiaramente emerso dalla ricerca sopra menzionata, già all’inizio degli anni Novanta era evidente l’ormai avvenuto mutamento del rapporto fra masse e intellettuali da una parte e la persistente trasformazione della relazione tra professionisti, finanza e mass- media dall’altra, secondo inedite forme di neo-elitismo e neo-populismo. Il populismo mediatico di Berlusconi è del resto spiegabile proprio mediante l’inestricabile interconnessione che si è venuta a creare tra il controllo economico, il potere politico e il sistema comunicativo, a partire da un radicamento territoriale nei vari centri di vendita e dall’impiego di mezzi espressivi che ripetono indistintamente e in continuazione tanto i dischi commerciali, quanto i marchi politici. Si sono dunque venuti a creare potenti immaginari collettivi indotti dal consumo e finalizzati all’apparenza, così come si sono venute a costituire aggressive rappresentazioni politiche che fanno balenare al cosiddetto “popolo” l’idea fittizia di essere sovrano e autonomo nelle proprie scelte. Acquirenti e clienti credono così di poter facilmente ottenere una vita diversa e “migliore”. Ma il “popolo” è qui solo funzionale, dal momento che funge solo da riverbero per la “volontà di potenza” che Berlusconi intende esercitare. La verità diventa il falso. Ma senza la competenza e la consulenza di accademici, ricercatori ed esperti di comunicazione il progetto politico di Berlusconi, ovvero la sua paradossale egemonia culturale, non avrebbe mai potuto essere appieno realizzata. Elitismo e populismo rivolto alle masse vengono cosi a intrecciarsi in un ibrido linguaggio politico che fa leva sulla comunicazione di massa e che diventa tanto più ramificato, quanto più è centralizzato e controllato da una nuova elite di potere che dirige e coordina le informazioni, facendo invece credere alle masse di poterne fare parte.
Difficile ricollocare in questo nuovo spazio mediatico della cultura e della politica quelli che erano stati i tradizionali attori del “dissenso intellettuale”, anche perché molti di loro hanno assunto atteggiamenti mimetici e speculari rispetto a ciò che vanno criticando. Di contro, aumentano la protesta, l’auto-organizzazione di associazioni della società civile territorialmente radicati e la presenza di gruppi informali, non certo intellettualisticamente orientati. La politica istituzionale non abita invece più il territorio, a cui si riferisce. Nella crisi dei partiti tradizionali, la cui legittimità di base derivava dalla loro ramificazione territoriale con la sezione al centro del quartiere (tradizione paradossalmente ereditata dalla Lega col suo esplicito anti-intellettualismo), la politica istituzionale non abita più l’ambiente al quale si riferisce. La crisi del tradizionale discorso pubblico, politico e culturale, ha dunque travolto i luoghi tradizionali del dibattito “materiale”, nella scomparsa degli ampi spazi assembleari e deliberativi delle fabbriche.
Sarà senz’altro per la crisi della figura dell’”intellettuale organico” con la crisi dei partiti tradizionali che fungevano da mediatori tra territorio, società e istituzioni (e ciò ha dato via libera a pratiche e rappresentazioni populiste ed “etnocentriche”, eccentriche e parallele ad un tempo), sarà per le limitazioni e le miserie delle recenti amministrazioni comunali, ma a vent’anni dalla fine di Tangentopoli, l’intellettuale milanese non sembra essersi pienamente ripreso né dal trauma post-industriale, né dalla svolta neo-plebiscitaria. In verità, l’intellettuale sembra difficoltà nel ritrovare una propria ricollocazione sulla scena pubblica milanese. La recente campagna per le elezioni comunali ha infatti visto una certa riluttanza da parte del mondo accademico, a differenza della mobilitazione che ha connotato molte associazioni e strati della società civile. Quel che si registra è dunque una crescente disaffezione e divaricazione fra politica e cultura: da una parte per via delle decisioni distruttive prese dal governo in termini di politiche educative e culturali, mentre dall’altra per via del “disincanto” e della disaffezione che connotato in gran parte gli intellettuali negli ultimi decenni. Entro tale quadro, è venuta a determinarsi un’ulteriore biforcazione fra l’intellettuale rimasto impegnato nella sfera pubblica, seppur spesso passato alla ribalta televisiva o giornalistica, e il professionista divenuto un consulente dai limitati interessi settoriali, dedito principalmente a rendite economiche. Tale differenziazione rende ancor più instabili e fumose le scelte delle nuove generazioni universitarie, al crocevia tra un passato rinnegato e un futuro incerto.
Tale precarietà di orizzonti non solo pone l’accento sulla necessità di ridefinire il significato del sapere e la valenza della cultura nella società globale dell’informazione, bensì sottolinea l’urgenza di dover rideterminare il significato pubblico dei modi e dei luoghi dell’apprendimento, dell’insegnamento e della ricerca, a partire da un rinnovato rapporto fra la produzione intellettuale di saperi specialistici, l’ambiente urbano e la prospettiva globale. Tale questione diventa tanto più centrale, quanto più Milano con la sua nuova giunta non solo dovrà delineare con chiarezza la nuova “silhouette” e “sky line” metropolitana, bensì dovrà definire la propria identità socio-culturale e caratterizzazione territoriale-internazionale, anche in vista della sfida dell’Expo 2015, con le sostanziose risorse economiche e il capitale umano che si troverà a dover gestire.
In tutto questo cambiamento, una verità si è rivelata indubitabile: ci si è definitivamente accomiatati dall’idea di una cerchia d intellettuali “illuministi illuminati” che senza colpe progetta il futuro. Non vi è più una filosofia della storia che segna un cammino sicuro. Vi è piuttosto un modo più complesso, meno ideologico e più umile di concepire la funzione del proprio lavoro e la responsabilità civica che ne consegue, ricorrendo a continui processi critici di auto-riflessione rispetto al proprio agire e operato. La democrazia deve, infatti, sempre fare i conti con la propria vulnerabilità e corruttibilità.

4. Riconcepire il lavoro intellettuale

La distinzione o la connessione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale è stato uno dei temi determinanti del dibattito pubblico degli anni ’70. Il marxismo critico aveva infatti trovato le proprie origini in una rilettura dell’Ideologia tedesca di Marx, cercando di individuare nuovi nessi fra le due attività lavorative nell’età dei conflitti industriali, come nel caso dell’opera di Alfred Sohn-Rethel. Ancora oggi, questo dibattito non sembra essersi ancora concluso, nonostante che la trasformazione della società del lavoro industriale e salariato abbia messo seriamente in discussione la dicotomia fra attività mentale e corpale. Ad esempio, nello studio su l’uomo artigiano, Richard Sennett sostiene l’idea del lavoratore come soggetto che conduce il proprio mestiere “a regola d’arte”. Proprio alla luce del crescente ruolo giocato dalla società della conoscenza, ritengo che durante il suo operare l’intellettuale-lavoratore-professionista-artigiano (impiegato tanto nelle scienze sociali quanto nelle discipline naturali) debba sempre mantenere presente le condizioni e le finalità del proprio lavoro, secondo una nuova interrelazione fra sfera della decisioni pubbliche e luoghi deliberativi dell’arena sociale, tale da costituire uno spazio estendibile della comunicazione scientifica e civile, nel passaggio da una società del lavoro territorialmente radicato ad una società della formazione continua e dalla mobilità trans-culturale. La prospettiva culturale e politica da adottare deve essere infatti glocale e sostenibile, nella compatibilità tra interessi locali e prospettive generali.
Pur mantenendo una legittima pretesa di dissenso nelle diverse arene locali e globali del discorso pubblico, viene però a decadere la parvenza di una presunta superiorità di egemonia culturale, lasciando piuttosto spazio alla convinzione di dover fare sempre delle proprie cognizioni e dei propri progetti lo strumento e l’occasione per una più generale consapevolezza e trasformazione civile.
Per tal motivo, ritengo che sia necessario accomiatarsi definitivamente dall’elitismo implicito nella concezione ideologica delle avanguardie, dalla concezione metafisica dell’aristocrazia intellettuale e dalla strumentalizzazione dell’intellettuale organico, identificato con le sorti di un partito politico.
Viceversa, ritengo importante: 1) sviluppare le nostre competenze democratiche, 2) chiarire le nostre responsabilità deontologiche, 3) sostenere un concetto di potere legittimo quale processo deliberativo proveniente dal basso, territorialmente radicato, ma nel contempo connesso a reti dalle più ampie prospettive collettive.
Infine, non dobbiamo forse dimenticare il monito di Michele Serra che ebbe a scrivere che “gli intellettuali, per poter finalmente fare gli intellettuali, devono interrompere il dibattito sugli intellettuali”. Riusciremo un giorno a uscire dalla perpetua “crisi d’identità” e da auto-accuse che non portano certo alla redenzione? Forse è tempo di accomiatarsi definitivamente da narcisistiche auto-rappresentazioni del ruolo che ricopriamo e cominciare piuttosto a raffrontarci assiduamente, senza alcun indugio o commiserazione, con i prodotti della nostra “alienazione”, ovvero con la nostra produzione materiale e quotidiana, con la nostra miseria o qualità, con gli effetti che il nostro agire comporta e le responsabilità che ne conseguono.
La recente storia di Milano può servirci da paradigma non solo per comprendere patologie tardo-capitaliste o rappresentazioni neo-plebiscitarie, bensì soprattutto per procedere oltre, per riconcepire un nuovo rapporto fra politica e cultura. Se si vuole rideterminare la legittimità del nesso fra politica e cultura, sarà però necessario mettere al lavoro l’immaginazione produttiva, che solo non è una delle principali facoltà dell’intelletto che permette la vita della mente, bensì è una prassi che può portare a esistenza potenzialità latenti e dare corpo a prospettive trasformatrici nella realtà fattuale. Mettendo al lavoro il potere critico e la libertà delle idee, unitamente alla conoscenza dei propri limiti, può forse accadere che cultura e politica possano trovare nuove “affinità elettive”. Ma, come ricorda Goethe nella sua opera a proposito della magia e della chimica che uniscono elementi disparati, prima irrelati, ma che anche ne dissolvono imprevedibilmente l’unione: “Le possibilità vengono presupposte; esse devono trasformarsi in capacità”.

Note
1. M.Bertoldini e M.Calloni (a cura di), Pensare Milano. Intellettuali a confronto con la città che cambia, Milano: Guerini e Associati 1992.
2. M.Bertoldini e M.Calloni, “Mailand: der Aufstieg des Dienstleistungsbetriebs und die Entzauberung des Geistes”, in: W.Prigge (hrsg.), Städttische Intellektuelle. Urbane Melieus im 20. Jahrhundert, Frankfurt a.M.: Fischer, 1992, pp. 254-266.
3. M. Calloni, “Neopopulism and Corruption. Toward a new Critique of the Élite”, in: Constellations, 1998, n. 1, pp. 96-109.