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Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

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Materiali


Le risposte di Mario Ricciardi

MARIO RICCIARDI

Risposte alle  tre domande

1. In questi ultimi due decenni formazioni e movimenti populisti hanno occupato la scena pubblica italiana e vi hanno impresso il loro segno. Berlusconismo e Lega hanno scandito l’agenda della vita politica, esercitando di fatto anche un’egemonia culturale che traspare dal linguaggio e dalle pratiche prevalenti nella vita pubblica.  La sinistra italiana ha evidenziato serie difficoltà, politiche e culturali, nel proporre e nel difendere un suo punto di vista. Da dove ha tratto origine questo profondo, radicale rimescolamento del clima politico e culturale? E per quale motivo le linee di resistenza hanno rivelato tale fragilità?

La democrazia mi ha ridotto i nervi a pezzi, voglio andare in Egitto!». A esprimere il desiderio di rifugiarsi in Egitto per sottrarsi allo stress provocatole dalla democrazia è Madeleine Lee, l’eroina di Democracy. An American Novel, un romanzo pubblicato anonimo nel 1880. L’autore è Henry Brooks Adams, storico e giornalista, che aveva l’indiscutibile peculiarità di poter vantare tra i propri antenati ben due presidenti degli Stati Uniti, il nonno John Quincy Adams e il bisnonno John Adams, oltre a diversi personaggi di spicco nella vita politica del paese. Forse è proprio per questo che Henry Adams scelse di non rivelarsi come autore di un romanzo che metteva alla berlina gli aspetti più deteriori delle istituzioni che i suoi maggiori avevano contribuito in modo determinante a plasmare. La signora Lee è una donna poco più che trentenne, che in pochi anni ha perso sia il marito sia il figlio, rimanendo priva di legami e libera di usare la propria fortuna per soddisfare le sue curiosità. Intelligente, articolata e di temperamento indipendente come certi caratteri femminili di Henry James, Madeleine Lee decide di trasferirsi a Washington per scoprire «la gemma misteriosa che deve giacere nascosta da qualche parte nella politica». Ciò che scopre, invece, è il catalogo delle miserie della democrazia: corruzione, avidità, ricerca affannosa del consenso come scorciatoia per il potere e la ricchezza. Vizi che indignavano i non pochi critici della democrazia tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo. Persone come il grande giurista vittoriano Henry Sumner Maine, che nel suo Popular Government (1885) denunciava la democrazia come una forma di governo necessariamente instabile perché schiava di una pubblica opinione che è lasciata in balìa dei propri istinti peggiori e quindi cade facilmente preda dei demagoghi.

Henry Adams era un conservatore come Maine. Tuttavia, la sua critica della democrazia è influenzata dal liberalismo di John Stuart Mill, e dalla sua idea che il governo rappresentativo ha bisogno, per essere stabile, di un’élite illuminata, che faccia da baluardo contro il pericolo sempre presente di una “tirannia della maggioranza”. Come Tocqueville prima di lui, Mill era affascinato dall’espansione della democrazia rappresentativa, e allo stesso tempo preoccupato per il pericolo che essa, priva di adeguati contrappesi istituzionali, poteva costituire per la libertà individuale. Leggere il romanzo di Henry Adams è per certi versi come scoprire un seguito letterario del grande affresco di Tocqueville sulla democrazia in America. A distanza di qualche decennio, e dopo una sanguinosa guerra civile, ritroviamo la stessa società descritta dall’aristocratico francese, ma rappresentata con maggior pessimismo. Se in Toqueville c’è ancora fede nella promessa che la democrazia americana rappresenta per il mondo, nel romanzo di Adams si ha spesso la sensazione che l’impegno è stato tradito, e che ciò che rimane non lascia sperare niente di buono.

Ritornando su questi autori in un momento in cui da più parti si denuncia il pessimo stato della democrazia – anche in quella parte del mondo ove essa è rinata nella modernità, e ha prosperato per tre secoli, sopravvivendo a minacce che potevano cancellarla dalla faccia della terra – viene da chiedersi se l’esasperazione di Madeleine Lee sia un sentimento che tutti, prima o poi, siamo destinati a provare. Se la rozzezza della materia della politica sia tale che è impossibile tirarne fuori qualcosa anche lontanamente all’altezza dell’ideale. Se i “piazzisti della libertà” sono il destino della partecipazione politica o solo la trovata di un pubblicitario. Dovremmo interrogarci su ciò che la democrazia dei moderni è diventata. Cercar di capire – come in questi anni hanno fatto studiosi come Giovanni Sartori, John Dunn o John Keene – se oltre a un passato essa ha un presente, e quale potrebbe essere il suo futuro. Anche a costo di rinunciare alle tranquillizzanti banalità di cui ci siamo nutriti tutti negli ultimi decenni, quando si diceva che la democrazia fosse la forma politica dominante, quella che inevitabilmente avrebbe trionfato ovunque sul pianeta.

Prendiamo ad esempio l’ultimo libro di Keene, il monumentale The Life and Death of Democracy (Simon & Shuster, London 2009), che mi pare offra spunti interessanti dal nostro punto di vista. Rispetto a John Dunn, che appare molto più pessimista sulle sorti del “mito degli eguali” che ispira la democrazia dei moderni, Keene vede anche diversi fattori positivi. Certo, egli sostiene che la democrazia rappresentativa dei moderni appare per molti versi inadeguata rispetto alle aspirazioni ideali che essa ha alimentato, ma ciò non vuol dire che le democrazie storiche non siano in grado di generare risposte a questo tipo di problemi. In particolare, una trasformazione che a suo giudizio potrebbe avere un valore positivo, fino a produrre una nuova fase nell’evoluzione delle democrazie, è quella verso l’espansione e la diversificazione delle forme di controllo sull’esercizio del potere, che sempre più trovano espressione anche al di fuori, o oltre, il meccanismo tradizionale della rappresentanza. Le autorità indipendenti, le organizzazioni dei consumatori, le istituzioni transnazionali, tutte queste realtà rendono continuamente difficile la vita a chi ha la tentazione di abusare del potere. Facendo intravedere in forma aurorale una sorta di “democrazia dei controlli diffusi” (monitory democracy). L’ipotesi è suggestiva, ma Keene non nasconde affatto le difficoltà cui essa può andare incontro, e le distorsioni cui la democrazia rimane vulnerabile.

Da dove ci troviamo ora è anche possibile l’evoluzione verso quella che egli chiama “überdemocracy”. Una sorta di degenerazione populista e autoritaria della democrazia di cui – secondo lo studioso Australiano, che insegna nel Regno Unito – si vedrebbero i segni premonitori proprio nell’Italia di Berlusconi. Siamo davvero sul crinale di una deriva che ci condurrà oltre la democrazia? Stiamo assistendo in questo paese a un fenomeno nuovo e inquietante?

Credo che per rispondere a queste domande si debba uscire dalla prospettiva di breve periodo per fare una riflessione più ampia su alcune trasformazioni che sono avvenute nella società italiana, e che da qualche tempo fanno avvertire i propri effetti anche nel dominio della politica. Sul piano sociale ciò che accade nelle regioni del Nord non è privo di precedenti, né di analogie con fenomeni che hanno avuto luogo in altri paesi occidentali, ad esempio nel Regno Unito. Un ceto di produttori emergenti si consolida come realtà economica. Acquisisce progressivamente consapevolezza della propria forza, e rivendica in conseguenza un riconoscimento esplicito, rifiutando la tutela da parte di interlocutori politici con cui non riesce più a identificarsi. Per passare dall’astratto al concreto, basta pensare a come funzionava nel passato la mediazione politica nelle regioni del Nord – al ruolo della Chiesa, delle imprese e delle banche da essa ispirate, e a quello del partito cui si rivolgevano nelle istituzioni – e al modo in cui essa sta cambiando. La nuova mappa del potere bancario – la rete di rapporti che Tremonti tesse da tempo, di cui si parla spesso – indica che questi mutamenti sono probabilmente destinati a consolidarsi e a durare.

Ciò che contraddistingue l’Italia è forse solo il ritardo con cui l’emersione di questa nuova realtà sociale ha avuto luogo ed è stata percepita – in questo Dario Di Vico ha ragione – dai politici e dalle “chattering classes”. Da qui nasce la diversa lettura che di questo fenomeno danno gli osservatori. Per alcuni il successo della Lega è il premio che i “piccoli” hanno dato a chi ha promesso di difenderne gli interessi. Per altri le cose stanno in modo diverso. Stiamo assistendo a qualcosa di più profondo e duraturo di un semplice “bargain” tra due attori sociali che tentano di massimizzare la propria utilità nel breve periodo. Cambia la realtà sociale, e devono cambiare anche le descrizioni che ne diamo. Un intero lessico deve essere riesaminato. Se si rivelasse inadeguato, dovremmo rigettarlo senza esitazione.

La cosa ovviamente non riguarda soltanto la stampa che – come è normale – compete per avere l’attenzione del pubblico. Anche il Partito Democratico, o quel che ne rimane, segue con attenzione ciò che accade nelle regioni settentrionali, e dovrebbe preoccuparsi di trovarne un’adeguata spiegazione. Da questo punto di vista, le reazioni di questi ultimi anni non lasciano ben sperare. Si oscilla tra l’idea che “bisogna fare come la Lega” e quella che la crescita di quel movimento è l’ulteriore conferma dell’espansione della “società incivile” che erode quella “civile”. La prima ipotesi non mi pare abbia serie probabilità di prender piede. Rimane la seconda. Pochi lo ricordano, ma la torsione che il senso dell’espressione “società civile” ha subito nel nostro lessico politico è legata a circostanze peculiari, quelle della crisi del blocco sovietico. In quel contesto, si comincia a contrapporre la “società civile” allo Stato a partito unico, che esercita la sua “dittatura sui bisogni” – per riprendere una frase allora in voga. Nel contesto di quella polemica antitotalitaria la “società civile” diviene, a partire dagli anni ottanta del secolo scorso, un luogo di virtù da contrapporre al male politico. Nel nostro paese questo modo di esprimersi viene ripreso negli anni di tangentopoli, adattato a una situazione che con il totalitarismo non aveva nulla a che fare, e finisce per cristallizzarsi nella nuova “ideologia” su cui alcuni campano oggi.

C’è affettivamente qualcosa di assurdo, e di politicamente inconcludente, nel tono nostalgico con cui certi esponenti dell’opposizione evocano la “società civile”. Sembra quasi di ascoltare l’elegia della “forma di vita” borghese che si trova nel libro postumo di Joachim Fest, Bürgerlichkeit als Lebensform (di cui è uscita da poco una traduzione italiana per Garzanti). La “società civile” come “condizione di libertà ordinata” ospitale alla cultura e a quanto di meglio ha prodotto l’occidente nel campo delle arti e della letteratura. Eppure la “società civile” non è questo, almeno non è solo questo. Basti pensare alla ricostruzione più articolata, e per molti versi più profonda, che si trova nelle pagine di Hegel, un autore che un tempo la sinistra ben conosceva. La “società civile” come luogo della soggettività e del particolare, che continuamente corre il rischio di distruggere se stessa nei “suoi godimenti”. L’acuto realismo di Hegel ci trasmette un’immagine che per molti versi si adatta bene ai “piccoli” di cui tanto si discute in questi mesi. La via d’uscita che egli indica non è quella del moralismo schizzinoso e della sterile – e infondata – contrapposizione tra ceti virtuosi e non. Vogliamo parlarne? O continuiamo a raccontarci frottole?

Proviamo a rivolgere lo sguardo all’indietro, verso gli anni in cui gli intellettuali europei prendono conferma della straordinaria trasformazione cui alludeva Hegel nelle sue riflessioni sulla società civile. «Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria». All’inizio del 1848, quando a Londra viene pubblicato il Manifesto del partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engels, l’intero continente sta precipitando in una delle crisi più drammatiche della sua storia. Altre, più sanguinose, tragedie la seguiranno, in una lunga sequenza che si interrompe soltanto alla fine della seconda guerra mondiale, quasi un secolo dopo. Ma il “quarantotto” rimane un anno speciale (come ha spiegato lo storico Mike Rapport nel suo bel libro, 1848. Year of Revolution, Abacus, London 2008), al punto che quella data rimane a lungo “la cifra” di eventi destabilizzanti: “è successo un quarantotto” era un modo di dire diffuso ancora di recente.

Nel pubblicare quell’agile libretto, i due attivisti politici tedeschi si candidano – dalla capitale dell’Impero Britannico, la punta avanzata dell’economia mondiale – a diventare il punto di riferimento del movimento operaio internazionale. La parola d’ordine dei due scrittori è la stessa di tutti i radicali e i cospiratori di quel turbolento periodo: “rivoluzione”. Tuttavia, nel redigere il loro atto di accusa nei confronti del capitalismo essi non hanno in mente semplicemente le rivendicazioni politiche che nel giro di poche settimane faranno traballare più di un trono europeo, provocando sconcerto e smarrimento nelle corti che speravano di essersi lasciate definitivamente alle spalle il fantasma del luglio del 1789 con tutte le sue conseguenze. Marx e Engels sono convinti che c’è un fiume che scorre sotto la superficie delle istituzioni – parlamenti, governi, associazioni – e ne erode progressivamente le fondamenta. Da tempo le pareti vibrano, e i due sono convinti di aver individuato la spiegazione dell’instabilità in ciò che c’è sotto l’edificio della società europea.

Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria, tutto ciò che è sacro viene profanato, e l’uomo è infine costretto ad affrontare con lucidità le reali condizioni della sua vita e le sue relazioni con i suoi simili». Per il sociologo Marshall Bermann in questa frase c’è una delle più acute caratterizzazioni della modernità. La straordinaria forza corrosiva del capitalismo erode le strutture tradizionali della società europea fino a dissolverle: All That is Solid Melts into Air (Simon & Schuster, London 1981) è il titolo di un fortunato libro del sociologo statunitense che propone una suggestiva ricostruzione del modernismo culturale che prende come proprio punto di partenza proprio la diagnosi di Marx e Engels. Rispetto ai due firmatari del Manifesto (anche se il secondo, con caratteristica generosità, diceva che il primo ne era il vero autore) noi abbiamo meno certezze. La previsione di un imminente collasso del capitalismo ci appare infondata, come tutte le ipotesi troppo vaghe, la cui falsificazione è impossibile.

Eppure, leggendo le notizie di questi mesi, è difficile fare a meno di pensare che c’è qualcosa di vero e di importante nella descrizione degli effetti “morali” del capitalismo di Marx e Engels, anche se non sono affatto sicuro che i due avrebbero trovato la qualificazione accettabile. Quella in cui siamo entrati da qualche mese non è la crisi finale del capitalismo, il “crollo” di cui i marxisti hanno per decenni affermato l’inevitabilità, fino a perdere credibilità presso l’opinione pubblica internazionale. Probabilmente ciò che accade va interpretato in maniera diversa. Non del collasso finale si tratta, ma di uno dei più gravi tra gli smottamenti che la costante erosione provocata dalla trasformazione di tutto in merce è destinata a provocare.

Nell’ottocento le crepe si vedono a occhio nudo. Marx è un avido lettore di scrittori contemporanei che raccontano le conseguenze della modernità nella vita delle persone. Le opere di Dickens e Thackeray sono tra quelle che l’inviato del Chicago Tribune vede nella libreria del profeta del comunismo quando si reca a intervistarlo nel 1878. Negli anni quaranta, Engels lavora al “Cotton Exchange” (la Borsa del cotone) di Manchester. Le condizioni degli operai di quella città, il cuore pulsante del mercato internazionale del cotone, sono quotidianamente davanti ai suoi occhi. Per noi le cose sono molto diverse. Quando Lehman Brothers si è dissolta “into thin air” un mattino di settembre del 2008, pochi sapevano che l’edificio fosse pericolante. Le crisi provocate dalle turbolenze del capitalismo finanziario non hanno ancora il loro Dickens. Se l’irrazionalità dei mercati ha trovato in Maynard Keynes il suo Adam Smith, come ormai sostengono in molti, non mi pare che ci sia in circolazione un Marx per il capitalismo dei derivati. Abituati a dare un prezzo a qualsiasi cosa, i ragazzi usciti dalle business schools che manovrano quei prodotti finanziari non sembrano più in grado di riconoscere il valore di niente. Chiamati a rispondere delle proprie azioni davanti al Congresso degli Stati Uniti, sembrano incapaci di vedere il problema.

Le certezze non vacillano solo guardando ai settori più innovativi dell’economia, come quello dei derivati. Anche più vicino a terra, tra le macchine e gli ingranaggi, le sicurezze di questi anni entrano in crisi. Sono certo che tra i miei lettori c’è ancora qualcuno che ricorda ciò che Marx scrive a proposito del tempo, ovvero che è lo spazio dello sviluppo umano. Un’osservazione di cui si dovrebbe tener conto nelle circostanze attuali, dato che di tempi del lavoro, tra l’altro, si è parlato molto in questi mesi a proposito di Marchionne, della Fiat e dei sindacati. Sono rimasto piuttosto perplesso nell’assistere alla spettacolo di tanti riformisti e democratici che si sono precipitati nelle scorse settimane a salutare nell’amministratore delegato di Fiat l’uomo che porterebbe avanti una rivoluzione nelle relazioni industriali da condividere e appoggiare politicamente. Nella tranquillità del mio studio mi chiedo se il vecchio barbuto di Treviri approverebbe questo giudizio, o lo troverebbe sbrigativo, un modo per fare i riformisti con i tempi e le possibilità di sviluppo altrui. Per scacciare il pensiero mi alzo, e osservo con attenzione la mia immagine riflessa nello specchio: i segni dell’età ormai sono visibili, ma non sono cambiato tanto. Nonostante il cardigan di cachemire non ho l’aspetto di un comunista.

Se non sono affetto da comunismo presenile, come mai tiro in ballo Marx e le sue osservazioni sul tempo e lo sviluppo umano a proposito della Fiat? Banalmente perché mi sembrano condivisibili, forse persino vere. Se pensiamo alla vita come qualcosa che si sviluppa e che, nelle circostanze favorevoli, migliora – almeno fino a un certo punto – prima di declinare definitivamente, non possiamo avere un atteggiamento superficiale nei confronti del tempo. Nemmeno, mi pare, dovremmo essere sbrigativi con le preoccupazioni di chi teme di essere costretto a cedere una parte del proprio tempo per soddisfare le richieste di un datore di lavoro. Non so come la pensano i paladini di Marchionne, ma io prima di vendere anche solo una manciata di minuti del mio tempo vorrei sapere se è indispensabile che lo faccia e se ne vale la pena. Altrimenti, preferirei tenermeli, e con essi difendere lo spazio che ho a disposizione per sviluppare la mia vita.

Chi prende sul serio l’idea che ciascuno è proprietario del proprio tempo – come sia Marx sia diversi liberali fanno – dovrebbe prestare attenzione alle opzioni che abbiamo a disposizione quando ci viene chiesto di venderne una parte per lavorare. Dal punto di vista di un liberale non dovrebbe essere difficile simpatizzare con una persona che resiste alla prospettiva di cedere una parte del proprio tempo perché ritiene che ciò che le viene offerto in cambio non sarebbe sufficiente in condizioni ideali per compensare la perdita. Che i termini dello scambio non sono affatto equi. Ancor di più se la persona in questione afferma di essere convinta che nella situazione in cui si trova accetterebbe uno scambio come quello che le viene proposto soltanto perché non ha un’alternativa preferibile. In casi come quello degli operai della Fiat si può ragionevolmente dubitare che la scelta sia pienamente libera.

La questione non ha a che fare con la violazione dei diritti legali dei lavoratori. Da quel che capisco, l’offerta che hanno ricevuto gli operai degli stabilimenti Fiat è legittima sul piano del diritto vigente, ma è di quelle che non si possono rifiutare: una sorta di “offerta-minaccia”. Chi accetta, perde una parte del proprio tempo, ma riceve in cambio l’opportunità di guadagnare di più nel medio periodo. Se la maggioranza non accetta, niente investimenti e possibile trasferimento della produzione, con conseguente perdita del posto di lavoro e di tutto ciò che da esso dipende (reddito, sicurezza,…). Anche se fosse vero, e temo che lo sia, che quella prospettata da Marchionne era l’unica strada aperta per recuperare competitività e rilanciare la produzione, ciò mostra solo che accettare le nuove condizioni di lavoro era razionale per gli operai nella situazione in cui si trovavano quando hanno ricevuto l’offerta. Rifiutarle, infatti, avrebbe avuto un esito peggiore rispetto all’opzione che hanno oggi, ovvero rinunciare a una parte del proprio tempo scommettendo sul buon risultato futuro dell’azienda per cui lavorano. Tuttavia, un’azione razionale in questo senso non è necessariamente giusta o equa, e nemmeno tale da rendere felice chi la compie.

Qui veniamo al punto politico della faccenda Marchionne e alla sua rilevanza per noi. Dato per scontato che nessuno pretende di dare consigli agli operai (o a chiunque altro) su ciò che per costoro sarebbe razionale o moralmente doveroso fare nelle diverse circostanze della vita, la questione diventa capire se, e in che misura, ciò che sta accadendo alla Fiat può diventare l’esempio a partire dal quale costruire un modello normativo per una riforma delle relazioni industriali, e più in generale, dei rapporti di lavoro che soddisfi ragionevoli principi di giustizia.

Sul punto vale la pena di ricordare quanto ha scritto Pietro Ichino, uno studioso che si è espresso favorevolmente su alcuni aspetti della proposta fatta da Marchionne agli operai della Fiat: «la garanzia migliore di benessere per chi risulta perdente alla lotteria naturale e sociale non è costituita dall’imposizione dall’alto di un alto contenuto assicurativo nel rapporto di lavoro regolare, sia essa disposta per legge o mediante contratto collettivo. Essa può essere data invece da una rete universale di sicurezza costituita da un sistema di servizi scolastici, di formazione mirata agli sbocchi occupazionali effettivamente possibili, di informazione e orientamento professionale, di assistenza alla mobilità geografica, di ricerca intensiva e personalizzata della nuova occupazione, oltre che di sostegno del reddito per la durata del periodo di disoccupazione. Misure e servizi tanto più intensi e attivi quanto più debole è la posizione della persona interessata: cioè mobilitati efficacemente per neutralizzare il suo deficit naturale di competitività, anche a costo di un ingente prelievo dal prodotto nazionale lordo, necessario per il finanziamento di tali servizi».

Uno scettico direbbe “vaste programme”. Però credo sarebbe il caso di parlare anche di questo quando si discute di riforma del mercato del lavoro. O c’è qualcuno che davvero crede che ciò che è bene per la Fiat (e per Marchionne) è anche buono, equo e fonte di felicità per tutti, inclusi gli operai?

Le verità che sono più a portata di mano sono spesso le più difficili da cogliere. L’abitudine conferisce ai gesti più semplici una naturalezza che finisce per occultarne la complessità, impedendoci di vedere che anche le attività più comuni sono rese possibili da un insieme di condizioni sociali e istituzionali che – pur essendo apparentemente stabili – non sono affatto immuni al cambiamento. Prendiamo, tanto per fare un esempio, le nostre scelte quotidiane come consumatori. Decenni di crescita e di espansione del benessere ci hanno abituato a pensare al nostro ambiente sociale come a un mondo pieno di opportunità, in cui si possono soddisfare le nude necessità della vita  senza eccessive difficoltà, e ciò lascia ciascuno libero di perseguire i propri obiettivi ulteriori in modo relativamente agevole. Beni e servizi che un tempo sarebbero stati considerati inaccessibili per la maggioranza appaiono oggi alla portata di tutti, o quasi. La qualificazione è d’obbligo perché non ci vuole molto a rendersi conto che l’ampliamento delle disponibilità e quindi del benessere, non ha avuto l’effetto di eliminare le disuguaglianze. Le straordinarie ricchezze che abbiamo oggi a disposizione non sono affatto distribuite in modo eguale. Tuttavia, la fetta nella disponibilità di ciascuno è diventata più ampia grazie alla crescita economica. Questa, per alcuni, è una ragione per essere soddisfatti di come vanno le cose.

L’opinione diffusa secondo la quale il nostro è – se non il migliore dei mondi possibili – almeno quello che sarebbe razionale scegliere tra quelli che siamo in condizione di realizzare date certe condizioni di sfondo si basa essenzialmente sulla tesi che il modo in cui la ricchezza è distribuita influenza la quantità di beni disponibili. Chi la sostiene ritiene, non del tutto a torto, di avere la storia dalla propria parte. Infatti, i tentativi di modificare in maniera radicale gli schemi di distribuzione generati dal libero mercato, che sono all’origine della crescita economica cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, non hanno dato i risultati sperati. L’aumento della ricchezza dipende in modo cruciale dagli incentivi che spingono chi è in condizione di farlo a aumentare la produzione. Se questa remunerazione dello sforzo è inadeguata a motivare i produttori essi si accontentano di meno, e questo ha inevitabilmente un effetto negativo sulla quantità di beni disponibili per tutti. Inoltre, come hanno affermato diversi liberali, da F.A. Hayek a Robert Nozick, la redistribuzione dei beni comporterebbe necessariamente la violazione dei diritti di proprietà delle persone. Per attuare le schema di distribuzione desiderato, quando esso sia diverso da quello che sarebbe generato dalla libera interazione tra chi acquista e chi vende sul mercato, bisogna intervenire con metodi che sono sempre, in qualche misura coercitivi. Tassare il reddito di una persona per redistribuirne una parte, come ha scritto Nozick, equivale a imporle un lavoro forzato. Una società libera, quindi, non ammette schemi di distribuzione che non siano il risultato atti capitalisti tra adulti consenzienti. Leggere i lavori di Hayek e di Nozick è di straordinario interesse perché ci mette a disposizione la più coerente e articolata giustificazione per le politiche che hanno guidato le scelte dei governi di buona parte dei paesi occidentali negli ultimi anni. Anche quando la situazione diventa difficile perché l’economia non cresce come ci aspetteremmo, non c’è davvero alternativa al mercato. Tutti i tentativi di soppiantarlo per mitigare le diseguaglianze che esso genera si sono infatti rivelati meno efficienti e hanno interferito con la libertà di scelta delle persone. Se le cose stanno in questo modo, i liberali non avrebbero nulla da dire sulla crisi attuale. L’unica cosa che si può fare è stringere la cinghia per recuperare competitività nella speranza che le cose vadano meglio e la quantità di beni a disposizione aumenti di nuovo, riportandoci ai livelli cui eravamo abituati. Se questo comporta svantaggi per qualcuno, si tratta di un costo inevitabile. Come una catastrofe naturale, l’aumento della disoccupazione sarebbe qualcosa di cui non possiamo dare la colpa a nessuno.

C’è poco da stupirsi se, poste queste premesse, qualcuno comincia nuovamente a parlare di “lotta di classe”. La distanza tra l’ideale di società libera descritto da pensatori liberali come Hayek e Nozick e la realtà del nostro mondo, in cui la competizione globale per il lavoro sta tornando a essere spietata come lo era su scala nazionale prima che l’espansione del benessere rendesse possibili maggiori garanzie per i lavoratori, non può essere ignorata. La questione dei termini equi di cooperazione tra le persone, e di un’equa distribuzione dei benefici che da essa dipendono, torna a essere in cima all’agenda per chi ha a cuore la giustizia sociale.

2. Cultura e politica: una relazione oggi lacerata. Per quanto sta avvenendo nel sistema politico (populismi, crisi dei partiti, personalizzazione della politica ) ma anche per i processi culturali in corso (mediatizzazione, spettacolarizzazione ecc). E’ possibile oggi ripensare e ricostruire una relazione fra elaborazione culturale e teorica e vita politica? Come, dove e attraverso quali strumenti?

C’è un futuro per gli italiani? Credo di non essere il solo che se lo chiede. Da tempo si avvertono segni del progressivo allentarsi dei legami morali che ci hanno tenuto – bene o male – insieme per centocinquanta anni. Prima di Tangentopoli, e della crisi che ha portato alla fine dell’equilibrio politico su cui si era retta sin dalla nascita la Repubblica, i fattori che hanno incrinato le fondamenta su cui poggiava il compromesso costituzionale raggiunto nel dopoguerra erano già all’opera. Per quel che riguarda i rapporti tra Nord e Sud, squilibri di crescita, disarmonie culturali, modi inconciliabili di concepire la rappresentanza e il rapporto dei cittadini con le principali istituzioni politiche e sociali che appartengono alla struttura di base della società hanno sottoposto le premesse da cui dipende la lealtà civile a una pressione che si è rivelata insostenibile. Ciascuna con spiegazioni e dinamiche proprie, operando congiuntamente, queste tensioni hanno acuito fratture le cui origini appartengono al passato remoto. Ma che nessuno dei regimi post-unitari è riuscito a sanare del tutto.

L’accidentale incrocio tra la spregiudicatezza di Silvio Berlusconi e le inchieste giudiziarie dei primi anni novanta ha dato a questo disfacimento morale un contributo decisivo. Proprio quando forse stavano maturando le condizioni per accelerare la ricerca di un nuovo equilibrio politico, che verosimilmente sarebbe passata attraverso un rinnovamento culturale dei partiti più importanti, c’è stata una svolta inattesa, che ha poco a poco trasformato la vita pubblica di questo paese. Rimuovendone, a dispetto della ragionevolezza, l’orientamento verso il futuro. Nelle convulse giornate che segnano la fine della Prima Repubblica vengono gettati i semi di una pericolosa illusione. Si afferma l’idea che si possa fare a meno della politica, sostituendola con “l’amministrazione delle cose”.

Per quasi venti anni siamo vissuti come farebbero persone convinte che il futuro non sia altro che un presente eterno. Una visione rassicurante, alimentata da una crescita economica – moderata – ottenuta senza pagare un prezzo troppo oneroso, priva di rischi eccessivi o responsabilità.

L’ascendente  che Berlusconi ha esercitato sugli italiani in questi anni dipende in larga misura dall’essere riuscito a trarre vantaggio da questa visione declinandola nel modo che gli era più congeniale. Alla luce di questo fenomeno si comprende anche la fase più recente della sua parabola politica e umana. L’essersi circondato di adulatori e mercenari. Lo sforzo di nascondere alle telecamere – perché a chiunque lo veda a occhio nudo non sfuggirebbero – le tracce del tempo che passa, per accreditare l’immagine di un presente eterno. La triste parodia di vitalità che si intravede ogni volta che si socchiudono le porte delle sue dimore. Nei giorni scorsi un amico mi ha detto dell’imbarazzo che prova nel rendersi conto dei turbamenti che giornali e telegiornali inducono nel figlio non ancora adolescente. Purtroppo non sarà solo l’educazione sentimentale dei nostri giovani a risentire di ciò che accade in questi giorni. Se il berlusconismo non è stato un regime nel senso proprio, nondimeno credo che una sua fine repentina potrebbe innescare reazioni come quelle che accompagnano il crollo di un’autocrazia. Un’eventualità da cui non possiamo aspettarci nulla di buono.

Mentre si assiste alle convulsioni senili del berlusconismo, sarebbe politicamente sterile ripercorrere le vicende del passato recente per tenere la contabilità degli errori e dei torti. Se la fine del berlusconismo non fosse rapida e drammatica, e l’agonia di cui siamo testimoni durasse ancora a lungo, credo che essa ridurrebbe in macerie quel poco che rimane in piedi dell’architettura istituzionale disegnata dai costituenti. Precipitando in tal modo l’ulteriore dissoluzione delle convezioni costituzionali e delle pratiche sociali che hanno garantito la stabilità del nostro paese anche in fasi drammatiche della sua storia recente. In ogni caso, mi sembra che ciò cui andremmo incontro non ha precedenti perché mai – nemmeno dopo il 25 luglio del 1943 – abbiamo affrontato una crisi politica profonda così privi di direzione. Al punto in cui siamo, sarebbe una manifestazione di saggezza lasciare agli storici il compito di tirare le somme finali e consegnarci il saldo netto di una stagione che ha visto scomparire, o ridursi all’irrilevanza, buona parte delle forze politiche e sociali che hanno accompagnato – e contribuito a plasmare – la storia unitaria d’Italia. Consegnando con esse all’oblio la capacità e la voglia di pensare politicamente il futuro. Sarei curioso di sapere se c’è qualcuno che possa onestamente sostenere che stiamo meglio oggi.

Per rendersene conto basta pensare alle riforme istituzionali di cui si parla continuamente. Proviamo a farlo impiegando come schema interpretativo un piccolo esperimento mentale. Immaginiamo un gruppo di persone che sanno di dover cooperare per la realizzazione di uno scopo che è nell’interesse di ciascuno. Per svolgere tale attività, è tuttavia necessario mettersi d’accordo per stabilire come distribuire sia i benefici che deriveranno dalla realizzazione dello scopo, sia gli oneri che è necessario assumere per realizzarlo. Bisogna, in altre parole, darsi delle regole. A questo punto normalmente cominciano i problemi. Infatti, le parti dell’accordo avranno spesso situazioni personali molto diverse. Ci saranno differenze di età, di capacità personali, di risorse economiche che sono destinate inevitabilmente a esercitare un’influenza sui termini che ciascuno dei partecipanti all’accordo è disposto ad accettare. Chi si trova in una pozione di forza sarà meno incline ad assumersi oneri degli altri. Chi, invece, è più vulnerabile, sarà probabilmente più propenso a assumere maggiori oneri pur di poter partecipare alla distribuzione dei benefici.

Ciò che abbiamo illustrato – ovviamente semplificandolo al massimo – è un problema di scelta collettiva. Analogo a quello immaginato dai filosofi che hanno proposto una spiegazione dell’obbligazione politica che ricorre al contratto sociale. Solo che, a differenza dei classici del contrattualismo, abbiamo presentato il problema di scelta assumendo che le persone che partecipano al contratto non sono affatto eguali. Un’ipotesi che, come è evidente, è piuttosto realistica. Date forti disuguaglianze – ad esempio, di potere o di risorse a disposizione – i termini finali dall’accordo saranno probabilmente niente affatto equi.

Per questo John Rawls, il filosofo che più di ogni altro ha contribuito a plasmare la discussione sulla giustizia negli ultimi anni, ha elaborato una sorta di esperimento mentale il cui scopo è neutralizzare la parzialità delle persone che partecipano alla trattativa sulle regole, in modo da far emergere le caratteristiche che dovrebbe avere un accordo equo per svolgere un’attività comune nel mutuo vantaggio. L’espediente proposto da Rawls è di immaginare quali sarebbero i termini su cui si accorderebbero parti che scelgono “sotto velo d’ignoranza”, ovvero prive di qualsiasi informazione relativa alla situazione in cui si troveranno una volta che l’accordo è stato raggiunto. L’ignoranza – questa è l’intuizione di Rawls – favorisce l’imparzialità nel ragionamento. Come è ovvio, il filosofo statunitense non pensa che un accordo del genere sia una possibilità reale. L’ipotesi di una scelta in condizioni di ignoranza serve solo per aiutarci a rappresentare quali caratteristiche dovrebbe avere una distribuzione equa di oneri e benefici tra persone che svolgono un’attività in comune nel mutuo vantaggio. Negli ultimi anni, diversi costituzionalisti statunitensi hanno ripreso l’idea di Rawls applicandola al diritto costituzionale, e in particolare agli argomenti che riguardano le ipotesi di riforma delle procedure che presiedono al processo politico in una democrazia. L’equità (fairness) delle procedure di tale processo è infatti uno dei requisiti di una forma di governo democratica.

La discussione statunitense sul “veil of ignorance” e sulle “veil of ignorance rules” – cioè, sulle regole che tentano di riprodurre artificialmente, nei limiti del possibile, una situazione di scelta imparziale – è di grande interesse per il dibattito che da decenni ormai si sta svolgendo nel nostro paese sulle ipotesi di riforma costituzionale. Nel momento attuale, infatti, siamo ben lontani da una situazione come quella che, per Rawls, potrebbe favorire una scelta equa. Da noi chi partecipa alla trattativa si trova in una situazione di profonda disparità. Questa circostanza rende un accordo equo piuttosto improbabile. Per averne una conferma, basta rileggere le dichiarazioni del Presidente del Consiglio e dei suoi sostenitori sul modo in cui il nostro sistema politico andrebbe modificato. Le ipotesi di cui si discute ruotano tutte intorno a una questione di fondo: la posizione personale di egemonia di Silvio Berlusconi e il modo migliore per perpetuarla anche quando, come prima o poi inevitabilmente accadrà, le sue energie non saranno più quelle di oggi. Date queste premesse, una robusta dose di pessimismo sull’esito della trattativa mi sembra inevitabile.

Un altro esempio attuale potrebbe essere quello del federalismo fiscale. James M. Buchanan ha suggerito che le istituzioni fiscali possono essere valutate assumendo la prospettiva di ciò che egli chiama una “scelta costituzionale”. Per lo studioso statunitense, che ha ricevuto il premio Nobel per l’economia nel 1986, il carattere distintivo di tali scelte risiede «nella riconosciuta natura permanente, o quasi-permanente, delle alternative che sono prese in esame. Gli individui che partecipano a queste scelte non conoscono, per lo meno non completamente, i loro ruoli nei periodi in cui l’alternativa prescelta rimarrà operativa e, nella misura in cui vi è questa incertezza, gli individui sono indotti a scegliere fra le varie alternative in base a criteri di “equità” e di “efficienza” applicabili generalmente piuttosto che in base a interessi personali completamente identificabili». Non è difficile comprendere a quale precedente storico si ispiri la distinzione di Buchanan tra scelte costituzionali e post-costituzionali. Alle origini della Costituzione degli Stati Uniti d’America c’è proprio una scelta come quella descritta nel brano che ho riportato.

Le regole e i principi della Costituzione federale degli Stati Uniti d’America hanno le caratteristiche che Buchanan attribuisce a una scelta costituzionale perché sono appunto il risultato della deliberazione di un gruppo di persone che avevano lo scopo di regolare per un periodo di tempo indeterminato la vita della società politica che avevano deciso di costituire, trovandosi in circostanze che rendevano molto difficile per ciascuno fare previsioni affidabili sulla posizione in cui si sarebbe trovato nella società in questione, e sui risultati che avrebbe di volta in volta ottenuto una volta che le regole e i principi prescelti fossero stati adottati. Un altro esempio di una situazione storica simile è quello dell’assemblea Costituente che ha redatto la nostra Costituzione. Anche in quel caso i delegati sceglievano per un futuro indeterminato, in una situazione di incertezza relativa alle proprie prospettive personali e a quelle della parte politica cui appartenenvano. In entrambe le situazioni questo relativo “velo d’ignoranza” li ha aiutati ad assumere una prospettiva meno parziale nella selezione di regole e principi da adottare per la società in cui si apprestavano a vivere.

Si tratta di un velo d’ignoranza relativo e non assoluto perché in ciascun caso i costituenti erano in condizione di fare ipotesi su come promuovere i propri interessi personali (o quelli della propria parte politica o del proprio gruppo sociale di riferimento). Tuttavia, essi avevano anche ottime ragioni per non fidarsi troppo della propria capacità di prevedere il futuro e per assumere quindi un atteggiamento prudente nella proposta di principi e regole. Ciò spiega perché le considerazioni di equità acquistarono un peso particolare: se non sono sicuro di come mi andranno le cose nel gioco che mi appresto a giocare è razionale che scelga regole che non penalizzino troppo chi perde o è sfortunato. Per quel che riguarda il fisco, assumere tale punto di vista tende a favorire un accordo che incorpori garanzie contro la povertà che in una prospettiva di breve termine sarebbero verosimilmente considerate solo trasferimenti tra persone o gruppi, e che invece in quella costituzionale diventano una sorta di assicurazione contro il fallimento e la sfortuna.

Riflettere su queste considerazioni di Buchanan è opportuno quando si discute di federalismo fiscale. La situazione in cui le nuove regole verranno adottate è ben diversa da una scelta costituzionale nel senso che abbiamo indicato. In primo luogo perché l’attuazione del federalismo è diventata oggetto di una complessa trattativa che ha come posta per il presidente del Consiglio la propria permanenza in carica, la sopravvivenza della maggioranza, e quindi la possibilità di affrontare i suoi numerosi problemi personali – di alcuni dei quali può solo biasimare sé stesso – da una posizione di forza. In secondo luogo perché l’ottica nella quale queste regole sono state concepite è piuttosto quella di arginare un trasferimento di risorse tra zone più ricche e zone meno ricche del paese che una parte dei cittadini delle prime ritengono non più giustificabile e comunque economicamente intollerabile.

Si dice che l’idea che ispira la riforma è rendere tutti gli amministratori locali più responsabili nelle proprie politiche di bilancio, ma in realtà si intende costringere certe regioni del meridione a cambiare il proprio atteggiamento nei confronti della spesa. Obiettivo condivisibile, ma che corre il rischio di essere perseguito con metodi iniqui nei confronti dei cittadini delle regioni che si troverebbero di fatto in una situazione di svantaggio. C’è da chiedersi se le conseguenze politiche di medio e lungo periodo di una drastica e rapida riduzione nel livello dei servizi erogati in certe regioni del meridione siano state prese in considerazione e valutate con l’attenzione che meritano nel dibattito pubblico, e se i cittadini di tutte le regioni italiane hanno compreso fino in fondo la portata drammatica dei cambiamenti che le nuove disposizioni potrebbero innescare una volta entrate in vigore.

Bisogna ricominciare a pensare politicamente il futuro. Per quel che riguarda la sinistra, direi che di errori e torti ce ne sono stati diversi, di cui molto si è dibattuto e – temo – si discuterà ancora a lungo. La sofferta metamorfosi del PCI e la riduzione a un ruolo di testimonianza del PSI hanno lasciato un buco nella politica italiana che il Partito Democratico fa fatica a colmare. Una voragine di cui si vedono nitidamente i contorni in questi giorni. Indietro non si torna, su questo non c’è dubbio. Nemmeno credo si possano inseguire soluzioni che non hanno radici profonde nella nostra tradizione politica e che, anche nei paesi dove sono nate, vengono oggi messe in discussione. Fare “come questo” o “come quello” è un sintomo di confusione mentale. Proviamo fare come dobbiamo, per quanto ne siamo capaci. Cominciando da alcune proposte concrete di riforma che siano riconoscibilmente orientate verso una società più giusta. Per esempio, riprendendo uno spunto di Giuliano Amato, un prelievo fiscale sui patrimoni privati per abbattere il debito pubblico e per avvicinarci a termini equi di cooperazione per un nuovo contratto sociale.

La provocazione lanciata da Amato un effetto l’ha raggiunto. Da qualche tempo non si parla solo di giarrettiere ma anche dei rentiers. Un passo avanti rispetto al tono medio del dibattito pubblico di questo paese. Certo non tutti gli interventi che abbiamo letto in queste ultime settimane sono animati dal medesimo spirito costruttivo. Così, ad esempio, c’è l’economista di grido che se la prende con chi avrebbe un pregiudizio ideologico contro la ricchezza. Atteggiamento che spingerebbe alcuni a pensare addirittura che i ricchi sono cattivi. Quando si dice i pensieri maligni. Non si capisce nemmeno come possano venire in mente certe cose.

Dal tono di questa e di altre invettive si direbbe che per questi paladini del plutocrate indifeso Amato, Capaldo e gli altri che hanno provato a ragionare su come abbattere il debito pubblico dovrebbero vergognarsi e fare ammenda per la loro malvagità. Più serie mi sembrano invece le obiezioni venute, sia da destra sia da sinistra, da parte di coloro che hanno osservato che l’idea di un prelievo sul patrimonio va incontro a problemi pratici che potrebbero rendere quelle proposte, o altre che si muovono nella stessa direzione, di difficile attuazione e persino inique in concreto. Punto di vista formulato con la consueta efficacia da Michele Salvati quando ha scritto che il censimento della ricchezza è ancora più inaffidabile di quello del reddito e che «in un contesto di forte evasione fiscale e di deboli capacità di accertamento da parte dell’amministrazione, le ingiustizie di qualsiasi riparto sarebbero clamorose. E politicamente non sostenibili». Insomma, come hanno osservato diversi commentatori, c’è il rischio concreto che l’imposta sul patrimonio di cui si è parlato colpirebbe soprattutto coloro che sono a portata di mano del gabelliere. Non i ricchi veri, che presumibilmente hanno messo i propri averi al riparo, sfruttando le scappatoie offerte a chi abbia un consulente sveglio da tutti i sistemi fiscali. Come ho detto l’obiezione è seria. Tuttavia, le difficoltà cui alludono Salvati e gli altri che l’hanno avanzata sono essenzialmente di natura amministrativa, tecnica o politica. Non mi pare di aver letto argomenti contro il principio invocato da chi propone di imporre un prelievo sul patrimonio della parte più ricca degli italiani per raccogliere le risorse necessarie per abbattere il debito. Anzi – come osserva sempre Salvati – un’imposta del genere potrebbe essere equa in astratto. Non è difficile rendersi conto del perché le cose stanno in questo modo. In termini generali la preferenza per imposte che colpiscono il reddito piuttosto che il patrimonio è motivata proprio da considerazioni pratiche del tipo che abbiamo appena richiamato. Mettere le mani sul reddito è, nelle economie moderne, più facile che metterle sulla ricchezza, o almeno su alcuni tipi di ricchezza. Questa sarebbe una ragione sufficiente per orientare altrove l’attenzione del fisco.

Ciò detto, sul piano dei principi l’idea che la ricchezza sia sacra e intangibile da parte del legislatore non riposa su fondamenta particolarmente solide. Certamente non ha le impeccabili credenziali liberali che certi filosofi politici della domenica pretenderebbero di attribuirle. Basterebbe ricordare le misure, anche di natura fiscale, che John Rawls raccomanda per correggere continuamente la distribuzione della ricchezza e prevenire le concentrazioni di potere che arrecano danno all’equo valore della libertà politica e all’equa eguaglianza di opportunità. Oppure la proposta di Ronald Dworkin, che assume che la ricchezza sia distribuita in modo eguale tra le parti nel proporre il suo esperimento mentale di come si potrebbe procedere per individuare un livello di tassazione equo. L’idea di Dworkin è che l’eguaglianza della ricchezza è necessaria per dare un senso all’analogia tra tassazione redistributiva e assicurazione su cui si basa il suo argomento. Vale la pena di notare che proprio questa analogia è stata richiamata da Pietro Ichino in un intervento (pubblicato su Il Riformista) in difesa dell’articolata proposta di intervento per abbattere il debito pubblico (che non può essere liquidata semplicemente come una “patrimoniale”) avanzata da Walter Veltroni e difesa da Enrico Morando. Considerando alcuni scenari possibili, e niente affatto improbabili, un prelievo sul patrimonio converrebbe anche alle persone che lo subiscono perché potrebbe funzionare come un’assicurazione contro i rischi derivanti da una crisi di fiducia nell’affidabilità del nostro debito pubblico. Magari i ricchi sono tutti buoni, ma non è detto che siano anche stupidi. L’argomento di Ichino mostra una strada che si potrebbe seguire per continuare a ragionare su questo tema. Rispondendo anche ad alcune delle obiezioni pratiche che sono state sollevate. Perché, se è vero che in questo momento è verosimile che una proposta di prelievo argomentata soltanto sulla base di considerazioni contabili (ci servono i soldi e non sappiamo dove trovarli) sarebbe probabilmente respinta dalla maggior parte degli elettori, non è detto che la stesso accadrebbe anche a un disegno più complessivo di intervento per abbattere il debito e modificare i meccanismi istituzionali che ne consentono l’espansione. Certo, ci vorrebbe un governo, e un leader, credibili e dotati dei voti per attuarlo.

3. Il tessuto tradizionale di mediazione tra cultura e politica (quotidiani, riviste, case editrici, centri di ricerca ecc) si è trasformato profondamente. Sono declinate le strutture legate direttamente ai partiti cui sono subentrate nuove realtà come le Fondazioni vicine a singole personalità politiche. La Casa della Cultura ha scelto in questi anni di andare controcorrente: restare un centro aperto a tutte le anime della sinistra e alimentare una riflessione sul medio e lungo periodo. Il tutto in evidente  continuità con la propria storia. Siamo riusciti a rendere efficace questo percorso? Si può continuare su questa strada? Urgono correzioni? Nuove idee? Nuovi progetti?

Ovunque gli esseri umani oggi sono consapevoli che in qualche modo devono avere a che fare con questioni più intricate di quelle che qualsiasi chiesa o scuola li abbia preparati a comprendere. Sempre più, essi sanno che non possono capirle, se i fatti non sono velocemente e agevolmente a disposizione. Sempre più, essi sono sconcertati perché i fatti non sono disponibili; e si chiedono se il governo attraverso il consenso può sopravvivere in un’epoca in cui la fabbrica del consenso è un’impresa privata priva di controlli. In effetti, la presente crisi della democrazia occidentale è in senso stretto una crisi del giornalismo». Chi scrive è Walter Lippmann, forse il più autorevole “columnist” statunitense della prima metà del ventesimo secolo. Siamo nel 1920, all’indomani della prima guerra mondiale, che ha visto Lippmann impegnato nell’intelligence. Come molti intellettuali liberal, egli ha accolto la tesi del Presidente Wilson, che giustificava la partecipazione degli Stati Uniti a un conflitto che molti cittadini americani consideravano una bega degli europei – dalla quale sarebbe stato bene tenersi lontani – sostenendo che combattere a fianco di Francia e Regno Unito era necessario per “rendere il mondo un posto sicuro per la democrazia”.

Alla fine della guerra, le cose vanno in modo molto diverso da come Lippmann e tanti altri progressisti, su entrambe le sponde dell’oceano, avrebbero desiderato. La pace imposta ai perdenti è tutt’altro che equa, e la rivoluzione Russa peggiora la situazione innescando una reazione di panico nei paesi occidentali. Si comincia a parlare di un “pericolo rosso” che minaccia la prosperità e la sicurezza delle classi medie. La nuova battaglia non si combatte però nelle trincee, ma nelle redazioni dei giornali che appartengono a grandi gruppi che stanno acquistando un peso crescente nell’influenzare la pubblica opinione. Tornato al suo tavolo di lavoro nella redazione di The New Republic, il giornale che ha contribuito a fondare nel 1914, Lippmann si rende conto che l’atmosfera è cambiata. Ora il pubblico statunitense si trova avvolto in uno «pseudo-ambiente di resoconti, dicerie e ipotesi» che impedisce di accedere alla verità. Novanta anni dopo, Liberty and the News (di cui nel 2008 è uscita una nuova edizione per Princeton University Press) rimane un libro di straordinario interesse. Una delle più convincenti ricostruzioni del ruolo della stampa in una democrazia liberale, e delle più lucide diagnosi delle distorsioni cui è vulnerabile il giornalismo.

Le difficoltà che la democrazia – intesa come “government by consent” – incontra in una società in cui si sono perfezionate le tecniche di produzione del consenso – “the manifacture of consent” – sono tali da mettere in discussione una delle assunzioni fondamentali della sovranità popolare, quella che i cittadini sono in grado di valutare in modo autonomo le politiche proposte dai governi, e di giudicarle, facendo sentire la forza della propria approvazione o della propria disapprovazione attraverso il voto. Lippmann sostiene che questa premessa della teoria democratica è messa in pericolo dal modo in cui si è trasformato il giornalismo. Nella nascente società della comunicazione di cui egli è testimone le scelte politiche dipendono esclusivamente dal rapporto diretto tra esecutivo e opinione pubblica. Le mediazioni del parlamentarismo ottocentesco sono completamente saltate. Per questo sarebbe cruciale avere un modo di fare informazione che privilegi l’accuratezza nel riportare i fatti rispetto al compiacimento dei pregiudizi o delle paure diffuse. Tuttavia, questa è la conclusione del suo ragionamento, il business dell’informazione non ha alcun interesse se non quello di fare profitto. Ciò ha prodotto l’emersione di un nuovo sistema di governo, che Lippmann chiama “autocrazia del plebiscito”. Nata come “government by consent” la democrazia si è trasformata in “government by newspapers”.

La via d’uscita da questa situazione proposta da Lippmann è la promozione di un costume di imparzialità e di distanza rispetto al potere da parte dei giornalisti, e la creazione di agenzie che garantiscano la disponibilità di informazioni affidabili su tutti i settori cruciali delle vita pubblica. Negli Stati Uniti la polemica di Liberty and the News ha avuto un effetto duraturo, ed è stata all’origine della cosiddetta “fairness doctrine” che per molti anni ha retto la prassi dei grandi network di informazione. Negli anni ottanta, però, è iniziata un’inversione di tendenza, che ha progressivamente corroso l’autorevolezza della stampa, che oggi non è più considerata dal grande pubblico imparziale e affidabile. La nuova edizione del libro di Lippmann contiene una bella post-fazione di Sidney Blumenthal che ricostruisce i diversi tentativi, in particolare a partire dall’undici settembre, di intervenire nelle decisioni degli organi di informazione da parte di esponenti del governo statunitense, che hanno cercato di impedire la diffusione di notizie scomode. Pressioni cui non sempre i responsabili delle testate hanno avuto la forza di resistere. Spostandoci nel nostro paese, la situazione non appare affatto più rosea rispetto a quella degli Stati Uniti.

La libertà di stampa è in pericolo? C’è chi lo sostiene da anni e chi l’ha scoperto solo dopo la campagna contro Dino Boffo. Non c’è dubbio che l’allarme abbia un fondamento. Ai problemi strutturali che viviamo da tempo, per via della dipendenza – che talvolta diventa subordinazione – della RAI dalle forze politiche presenti in parlamento, e del conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi, si sono aggiunti nelle ultime tempi i guasti provocati da pettegolezzi, allusioni, frammenti di dossier il cui scopo è screditare l’avversario politico. Alle foto più o meno compromettenti e ai nastri con le registrazioni degli intervalli di incontri carnali tra adulti attempati e consenzienti si replica con “informative” la cui origine è oscura, ma che per lessico e sintassi sembrano tratte da Vogliamo i colonnelli, il film in cui Mario Monicelli metteva alla berlina un’Italia degli anni settanta in cui farsa e tragedia si mescolano. Come non pensare, infatti, nel leggere l’anonima informativa sulla presunta omosessualità del povero Boffo, opportunamente “attenzionato” da ignoti gendarmi per questa sua “deviazione”, al grottesco golpista meridionale che nel film di Monicelli compilava liste di “cummunisti, giurnalisti e ricchiune” da spedire al confino?

Proprio l’atmosfera evocata magistralmente da Monicelli in quel film – più efficace di tanti libri nel delineare il profilo morale del paese – potrebbe far pensare che ciò che accade in questi giorni non è una novità. Tutta la storia della Repubblica è attraversata da scandali e vicende mai chiarite in cui la stampa gioca spesso un ruolo ambiguo. Critica del potere e autrice di inchieste scomode, ma allo stesso tempo veicolo – non sempre inconsapevole – di iniziative volte a screditare un avversario politico accusandolo di nefandezze di cui non c’è alcuna prova. Tuttavia, rispetto al passato, la situazione è mutata in modo significativo. Oggi la stampa, e più in generale i mezzi di informazione, soffrono di un livello di polarizzazione senza precedenti, rafforzato in parte dagli assetti proprietari dei principali gruppi editoriali, uno pubblico e due privati, che rende precaria la posizione di chi non si schiera da una parte o dall’altra. A farne le spese è stato da ultimo Dino Boffo, di cui non si può certo dire che fosse un critico spietato di Silvio Berlusconi prima di pubblicare alcuni commenti – per la verità piuttosto moderati – sullo stile di vita del presidente del consiglio. Colpevole di aver detto l’ovvio, e cioè che certe abitudini e frequentazioni poco si addicono a chi ricopre un incarico di così alta responsabilità. Domani potrebbe toccare a un altro giornalista, come ha scritto Giampaolo Pansa, in uno scontro senza quartiere da cui usciremo tutti male, aggressori, aggrediti e pubblico.

Se ai tempi di Vogliamo i colonelli il pericolo per la libertà di stampa veniva dalle pulsioni autoritarie di un paese le cui classi dirigenti avevano dimenticato cosa fosse una democrazia liberale, e faticavano ancora a digerire sia il fascismo sia la guerra, oggi esso è di tutt’altra natura. In primo luogo, come ha scritto Antonio Polito, è la debolezza della politica ad aver lasciato ai mezzi di informazione un ruolo eccessivo nella definizione degli orientamenti di fondo dell’opinione pubblica, al punto che ormai un direttore di giornale detta al principale partito di opposizione i cardini dell’agenda elettorale su cui dovrebbe raccogliere il consenso. Una subalternità che finisce per legittimare l’uso partigiano che sul fronte opposto viene fatto dei giornali e delle televisioni che rientrano nella sfera di influenza – diretta o indiretta – di Silvio Berlusconi. Poi c’è un secondo pericolo, forse meno evidente, ma molto più subdolo per la libertà di stampa. Nel sentire comune sta passando l’idea che tutta la stampa e i mezzi di informazione sono per definizione partigiani. Che non c’è verità nella sfera pubblica, solo opinioni. Che il giudizio non è altro che espressione delle preferenze personali e dei pregiudizi di persone che lavorano al soldo di un padrone.

Si tratta di una tendenza pericolosa che può fare danni altrettanto gravi delle trame golpiste che ispiravano il film di Monicelli. Oltretutto, in questo caso, il nemico è molto più subdolo perché non è un gruppo di potere o una centrale eversiva occulta ma uno stato d’animo, una sensibilità, che una volta diffusa potrebbe diventare impossibile da mutare nel breve periodo. Un vecchio adagio realista dice che la stampa libera non esiste perché giornali e mezzi di informazione hanno sempre un padrone. Questo è vero, e l’esperienza di tutte le democrazie lo conferma. Ciò nonostante, si può essere padroni in vari modi, e ce ne sono stati e ce ne sono che manifestano rispetto per l’autonomia di giudizio dei propri dipendenti. La guerra dell’informazione che è in corso nel nostro paese corre il rischio di cancellare le condizioni che rendono possibile l’esercizio di questa autonomia, spingendo anche chi non ne avrebbe l’inclinazione ad aderire a una delle due fazioni in lotta. Se questo avvenisse, davvero non avremmo più libertà di stampa perché sarebbero venute a mancare le condizioni ambientali che sostengono la sopravvivenza di una “sfera pubblica”.

Che dire invece delle istituzioni culturali indipendenti come la Casa della Cultura di Milano? Nel suo bel libro di memorie, Rossana Rossanda rievoca il tempo in cui, pochi anni dopo la fine della guerra, prese le redini di questa istituzione, fondata nel 1946 da Antonio Banfi e da un gruppo di intellettuali progressisti che raccoglieva alcune tra le intelligenze più acute presenti in quegli anni nel capoluogo Lombardo. La Rossanda scrive che dalla crisi del 1948, che aveva portato alla rottura tra le forze della sinistra, i dirigenti del PCI avevano tratto alcune conclusioni: «gli accordi tra le diverse anime politiche dovevano essere autentici, non ci si sognasse di utilizzare impunemente il prossimo, specie i socialisti, si doveva fare a meno dei soldi del partito perché chi dà i soldi è sempre un padrone […]. La federazione ci dette carta bianca, sollevata che non si chiedessero quattrini, e alcuni compagni e amici di buona volontà formarono una società per quote, potendo rivendere la propria parte, per acquistare e rendere frequentabile un sotterraneo attorno a Piazza San Babila. Era proprio una cantina, della quale si dovettero ingegnosamente occultare le tubature e sfidare gli enormi topi. Alle spese di funzionamento dovevano provvedere le quote di iscrizione dei soci frequentatori – essere un club privato permetteva un poco più di libertà – e ne avemmo sempre circa tremila». In questi giorni quel club festeggia i propri sessantacinque anni, tempo di bilanci e proponimenti per un’istituzione che ha accompagnato, spesso anticipandole, buona parte delle evoluzioni della sinistra italiana. Dagli anni del dopoguerra, attraverso il primo centrosinistra, fino all’approdo travagliato – e per certi versi mai del tutto portato a termine – al riformismo.

Oggi ci si domanda quale futuro abbiano istituzioni come la Casa della Cultura, che trovano la propria ragion d’essere nella promozione della riflessione politica, intesa nel senso più ampio. Si tratta di una questione che non riguarda solo la Casa della Cultura, ma si potrebbe allargare a tutte le istituzioni che si occupano di politica e cultura. Non c’è dubbio che la scomparsa, o il notevole ridimensionamento, dei partiti storici della sinistra abbia fatto sentire il proprio effetto anche sull’attività di fondazioni o centri di ricerca che a essi erano collegati, ricevendone in alcuni casi appoggio e sostegno, anche economico. Oggi enti come la Fondazione Istituto Gramsci o la Fondazione Socialismo si occupano di iniziative di notevole pregio, soprattutto dal punto di vista storico, ma di scarso impatto politico. Nella maggior parte dei casi si ha la sensazione che si tratti soprattutto di luoghi preposti alla conservazione della memoria piuttosto che all’elaborazione di idee per il futuro.

C’è da dire che la responsabilità di questo cambiamento non è da attribuire alle persone che le dirigono, che anzi fanno nella maggior parte dei casi un lavoro straordinario. Sono le condizioni che sono cambiate. Nella “prima repubblica” le più importanti istituzioni di ricerca e riflessione sapevano di poter contare su tempi piuttosto lunghi nella preparazione di un’iniziativa o di una pubblicazione. C’era modo di fare ricerca, studiare i dati, discuterne. La scrittura di un documento aveva tempi normalmente distesi, che lasciavano l’agio di rivedere e limare il testo. Basta dare uno sguardo agli atti di convegni di quaranta o cinquanta anni fa. Non si può negare che dietro c’è un lavoro serio, anche quando le conclusioni non convincono.

Pure il pubblico è notevolmente cambiato. Ancora quando ero studente universitario, negli anni ottanta, ricordo che la pubblicazione di un documento del CRS, o degli atti di un convegno del Gramsci, era oggetto di interesse anche da parte dei non specialisti. Se ne parlava sui giornali, e non era difficile trovarne una copia in libreria, anche in città di provincia. Non ho dati, e ignoro se qualcuno abbia mai fatto una ricerca su questo tipo di pubblico a quel tempo, ma ipotizzerei che non si trattava esclusivamente di “adetti ai lavori”. A occhio e croce direi che i lettori di questo tipo di pubblicistica erano anche studenti, docenti, professionisti, impiegati. In generale persone che coltivavano con passione la propria formazione per partecipare attivamente alla vita pubblica, sia pure solo da elettori e spettatori impegnati.

Non c’è bisogno di essere un sociologo per rendersi conto che oggi questo pubblico attento e consapevole non c’è. Chi sarebbe disposto, se non deve farlo per lavoro, a leggere l’ultimo paper dell’Istituto Bruno Leoni? Oppure gli atti di un convegno della Fondazione Einaudi? Alla proliferazione di fondazioni e enti culturali di vario tipo che, in un modo o nell’altro, si occupano di politica non ha fatto riscontro un ampliamento del pubblico che si interessa a queste cose.

Qui veniamo alla questione, sollevata nel quesito, delle fondazioni “personali” di politici (o imprenditori). Si tratta di un fenomeno singolare, la versione italiana di un tipo di struttura che ha avuto origine agli inizi del novecento con la Fabian Society di Sidney e Beatrice Webb. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti queste istituzioni non sono normalmente legate a una persona e hanno svolto un ruolo essenziale, specie nella cosiddetta “rivoluzione conservatrice” degli anni settanta. Organismi come il “Bow Group” o la “Heritage Foundation” e gli altri che sono venuti dopo, con un’organizzazione sempre più complessa e una crescente disponibilità di mezzi provenienti da finanziamenti privati, potevano – come ha detto uno studioso che se ne è occupato – “pensare l’impensabile” (thinking the unthinkable). Ovvero saggiare idee e progetti di policy con la massima libertà intellettuale, per portarli eventualmente  all’attenzione di politici sempre più disattenti. In molti casi il lavoro svolto all’interno di questi “Think Tank” ha avuto un’influenza decisiva sugli orientamenti del legislatore, stabilendone l’agenda.

Un caso un po’ diverso, una via di mezzo tra queste realtà e il caso italiano, è Faes, la fondazione creata da José Maria Aznar quando ha lasciato la politica. Pur essendo legata alla figura di un “patrono” individuale, Faes svolge un’attività di ampio respiro e di buona qualità perché non è condizionata direttamente dalle prospettive immediate del suo fondatore e nume tutelare.

Anche se svolge un’attività più diversificata, e meno orientata agli obiettivi di policy, la Casa della Cultura è più simile alle fondazioni britanniche e statunitensi che alle nuove entità personali nate negli ultimi anni. Come ha ricordato Rossana Rossanda, qui «i politici salivano da Roma per dirsi quel che in Parlamento non dicevano». In un certo senso, era un posto dove si poteva pensare l’impensabile. Dove gli esponenti del PCI o del PSI potevano interagire liberamente con scrittori, registi, artisti, filosofi, economisti e sociologi. Confrontarsi con persone dalla sensibilità diversa, dai cattolici ai liberali, nel rispetto reciproco e con franchezza. Un modello che non mi pare abbia perso la sua ragion d’essere nell’Italia di oggi.