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Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

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Home > 65° Casa della Cultura > Le risposte di Mario Vegetti

Materiali


Le risposte di Mario Vegetti

Risposte alle tre domande

Mario Vegetti

Populismo

1. In questi ultimi due decenni formazioni e movimenti populisti hanno occupato la scena pubblica italiana e vi hanno impresso il loro segno. Berlusconismo e Lega hanno scandito l’agenda della vita politica, esercitando di fatto anche un’egemonia culturale che traspare dal linguaggio e dalle pratiche prevalenti nella vita pubblica. La sinistra italiana ha evidenziato serie difficoltà, politiche e culturali, nel proporre e nel difendere un suo punto di vista. Da dove ha tratto origine questo profondo, radicale rimescolamento del clima politico e culturale? E per quale motivo le linee di resistenza hanno rivelato tale fragilità?

La deriva populista è radicata nella crisi delle grandi formazioni sociali (partiti, sindacati, associazioni) che hanno tradizionalmente agito come portatrici di visioni del mondo e di progetti di futuro. Queste formazioni trasformavano una popolazione in un “popolo”; la loro crisi lascia, sulle macerie del popolo, la “gente”, o si potrebbe anche dire una plebe.
Sono ben note le ragioni che hanno condotto a questa crisi. A rischio dell’ovvietà, se ne possono ricordare sommariamente alcune: il logoramento della forma-fabbrica, la delocalizzazione, la precarizzazione del lavoro, che hanno determinato una sconfitta sociale di lunga portata per la classe operaia organizzata; l’aumento percentuale dei pensionati e dei sottooccupati rispetto ai lavoratori attivi rende più difficile qualsiasi risposta a questa sconfitta. La frantumazione sociale è accentuata dal prevalere del capitale finanziario e in particolare dall’incentivazione dell’indebitamento creditizio (questo fenomeno è rilevante anche in Italia per settore dei mutui-casa): la trasformazione del lavoratore in debitore accentua il processo di plebeizzazione.
Per quanto riguarda in particolare la sinistra, è chiaro che la sconfitta storica e il crollo del sistema socialista l’ha privata del fondamento della sua visione del mondo e del suo progetto di futuro, o almeno ha eroso la fiducia nell’una e nell’altro.
Un’aggregazione di individui de-socializzati, privati di comunicazioni “orizzontali” fra loro (solo i giovani fruiscono di quelle più o meno illusorie permesse dalla “rete”), diviene immediatamente disponibile alla forma di comunicazione verticale in cui si realizza la manipolazione mediatica. 
Essa configura il materiale umano proprio del populismo, inducendo effetti così profondi da rasentare la mutazione antropologica. Per quanto ci interessa, la comunicazione politica è ridotta alle forme dello show televisivo; i tempi diventano quelli rapidi dello spot; l’iterazione di slogan sostituisce lo sviluppo degli argomenti. Anche la sinistra, se vuole fare passare un qualche messaggio, è obbligata a rinunciare ai tempi lunghi e alle forme complesse dell’argomentazione: il caso Vendola è esemplare di un populismo di sinistra, apprezzabile quanto si vuole ma pur sempre omologato al tipo di comunicazione dell’avversario, concepita come “epocale” e quindi inevitabile.
Una controprova interessante. I luoghi sociali in cui perdurano sacche di resistenza della sinistra sono quelli di forte qualificazione culturale, come la scuola (docenti e studenti), o di superstite aggregazione sociale, come la fabbrica dei metalmeccanici.

2. Cultura e politica: una relazione oggi lacerata. Per quanto sta avvenendo nel sistema politico (populismi, crisi dei partiti, personalizzazione della politica) ma anche per i processi culturali in corso (mediatizzazione, spettacolarizzazione, ecc). E’ possibile oggi ripensare e ricostruire una relazione fra elaborazione culturale e teorica e vita politica? Come, dove e attraverso quali strumenti?

Alla domanda sul nesso possibile fra politica e cultura, per chi come me appartiene al Novecento è difficile resistere alla tentazione di rispondere evocando il partito gramsciano come “intellettuale collettivo”: un tramite “solido”, verticalizzato, dotato di una forte intenzionalità. Ma, com’è ovvio, si tratta di una soluzione oggi impraticabile. Per ragioni opposte, mi sembra anche impraticabile, benché suggestiva, l’evocazione della rete, dei “social networks”, questi troppo “liquidi”, orizzontali, fluttuanti nell’indeterminazione delle intenzionalità. 
Il problema è che oggi non si tratta di ricostruire solo una relazione, ma entrambe le polarità – politica e cultura – tra le quali la relazione si dovrebbe instaurare. La crisi della forma partito ha lasciato dopo di sé appunto il populismo, oppure un movimentismo potenzialmente fecondo ma che come sappiamo stenta, per la sua stessa natura, a sedimentare visioni di mondo e progetti di futuro. D’altra parte, l’elaborazione culturale e teorica, spesso importante, non riesce a trasformarsi in conoscenza sociale di fronte alla pressione dei tempi istantanei e dei modi primitivi della comunicazione mediatica. La stessa Università è avvilita dall’alternativa fra una grigia amministrazione della didattica disciplinare e il cedimento alla spettacolarizzazione del sapere.
Questa situazione sembra lasciare aperta solo la via di un lavoro lento e senza scorciatoie. Un lavoro che punti sul tessuto culturale diffuso che ancora resiste nelle scuole, nelle isole territoriali “benedettine” (come le chiamava McIntyre), nelle organizzazioni politico-culturali autonome o marginali rispetto ai partiti. Su questo terreno si può ricostruire “società”, come comune sentire morale e comune sapere intellettuale, e dunque anche ripristinare il tramite fra una cultura e una politica entrambe lentamente rigenerate. Tutto questo è piuttosto vago e soprattutto richiede tempi lunghi, senza garanzia di successo. Certo, se domani ricomparisse il partito gramsciano tutto sarebbe più facile. Ma di questa palingenesi non vedo avvisaglie.

3. Il tessuto tradizionale di mediazione tra cultura e politica (quotidiani, riviste, case editrici, centri di ricerca, ecc.) si è trasformato profondamente. Sono declinate le strutture legate direttamente ai partiti cui sono subentrate nuove realtà come le Fondazioni vicine a singole personalità politiche. La Casa della Cultura ha scelto in questi anni di andare controcorrente: restare un centro aperto a tutte le anime della sinistra e alimentare una riflessione sul medio e lungo periodo. Il tutto in evidente continuità con la propria storia. Siamo riusciti a rendere efficace questo percorso? Si può continuare su questa strada? Urgono correzioni? Nuove idee? Nuovi progetti?

La Casa della Cultura ha operato, credo, nel modo migliore possibile in questa situazione, e ha costituito una di quelle “isole benedettine” di resistenza alla barbarie di cui parlavo prima. Ha fornito un punto di raccordo a iniziative, ha promosso sforzi di analisi e di elaborazione, e anche costituito un punto di incontro per le scuole e altri nuclei culturali decentrati. Credo che sarebbe stato difficile fare di più, anche se naturalmente la vastità del compito può facilmente far sembrare inadeguati gli sforzi compiuti per assolverlo. Forse si può procedere più sistematicamente nel tentativo di costruire un vero arcipelago culturale, tentando di “fare sistema” con gli altri luoghi di resistenza (penso alle riviste, all’attività delle biblioteche e dei centri culturali periferici, alla rimotivazione degli insegnanti delle superiori, al ripristino di rapporti più organici con l’Università, da architettura a filosofia a medicina). Ma anche questo richiede tempo, pazienza ed energia.