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Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

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Home > 65° Casa della Cultura > Le risposte di Matteo Bolocan Goldstein e Gabriele Pasqui

Materiali


Le risposte di Matteo Bolocan Goldstein e Gabriele Pasqui

Risposte alle tre domande

Matteo Bolocan Goldstein e Gabriele Pasqui

Cultura e politica. Al tempo dei populismi
1. In questi ultimi due decenni formazioni e movimenti populisti hanno occupato la scena pubblica italiana e vi hanno impresso il loro segno. Berlusconismo e Lega hanno scandito l’agenda della vita politica, esercitando di fatto anche un’egemonia culturale che traspare dal linguaggio e dalle pratiche prevalenti nella vita pubblica. La sinistra italiana ha evidenziato serie difficoltà, politiche e culturali, nel proporre e nel difendere un suo punto di vista. Da dove ha tratto origine questo profondo, radicale rimescolamento del clima politico e culturale? E per quale motivo le linee di resistenza hanno rivelato tale fragilità?

Risposta necessariamente schematica. Pare indubbio che sul “profondo e radicale rimescolamento del clima politico e culturale” (indicato nella vostra domanda) abbiano pesato, e pesino ancora drammaticamente, la sconfitta storica della sinistra e – con essa – l’indebolimento strutturale delle ragioni e delle passioni che hanno alimentato in passato le culture di emancipazione. Sul piano della ricostruzione storico/politica tale sconfitta ha a che fare con i profondi processi di riconfigurazione sociale e culturale del capitalismo industriale avviati nella fase a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 del Novecento, e negli eventi sfociati nella caduta del muro di Berlino del 1989 e nell’eclissi dell’Unione Sovietica del 1991. Se appare evidente la portata generale di questi processi sulla storia del mondo, pensiamo vi sia un’indubbia specificità continentale europea da considerare e sulla quale tornare a riflettere e agire sistematicamente.
La “fragilità delle linee di resistenza della cultura di sinistra” (la seconda questione posta) appare, infatti, l’altra faccia del deficit di reazione allo spaesamento cognitivo (non solo strettamente politico) suscitato dalla fine del vecchio ordine. Per dirla in estrema sintesi: un ordine imperniato sul modello di regolazione ford-keynesiano, sul fronte dei rapporti sociali tra stato, mercato e comunità; e della divisione bipolare del mondo, sul fronte delle relazioni inter-nazionali e delle possibili vie domestiche allo sviluppo.
Il punto essenziale a noi pare proprio lo scarto tra la percezione iniziale, ed oggi la diffusa consapevolezza, della profonda metamorfosi del capitalismo industriale nella attuale fase di mondializzazione, e l’incapacità/impossibilità per le forze organizzate della sinistra di operare una re-immersione nella materialità dei processi che segnano le dinamiche sociali: condizione, questa, indispensabile per rinnovare la propria capacità autonoma di rappresentanza. Insomma, da un punto di vista del lavoro culturale, politicamente orientato, ci parrebbe opportuno indagare e scavare il nesso intimo (e altamente problematico) tra forme della rappresentazione dei fenomeni sociali e forme della rappresentanza; ma anche le molte cesure intervenute tra queste due dimensioni. E provare a farlo mettendosi alle spalle le antiche retoriche della “crisi/transizione” che hanno dominato il pensiero della sinistra nel lungo periodo: il mutamento è infatti un processo continuo e per nulla lineare e occorre guardarlo per quello che è, provando a starci dentro con rinnovate antenne e capacità di riflessione/azione.
In definitiva, forse non abbiamo le parole giuste nemmeno per nominare i problemi. Il Novecento è davvero finito, ma, come sempre accade, non sappiamo dire chiaramente cosa abbiamo messo alle spalle, e nemmeno quel che accade ora. Più nello specifico, sono il lessico e le categorie del politico novecentesco che sembrano davvero usurate, a fronte di una profonda e forse irreversibile “individualizzazione” (ma potrebbe invece trattarsi solo di un ciclo più lungo del pendolo hirschmanniano tra felicità pubblica e privata), che nell’Occidente sembra lasciare poco spazio all’idea stessa di un intreccio fecondo tra destini collettivi e senso individuale.

2. Cultura e politica: una relazione oggi lacerata. Per quanto sta avvenendo nel sistema politico (populismi, crisi dei partiti, personalizzazione della politica) ma anche per i processi culturali in corso (mediatizzazione, spettacolarizzazione, ecc). E’ possibile oggi ripensare e ricostruire una relazione fra elaborazione culturale e teorica e vita politica? Come, dove e attraverso quali strumenti?

Risposta che ipotizza una riconfigurazione del nesso saperi/poteri e un superamento della ‘questione degli intellettuali’. Il richiamo ora accennato alla materialità dei processi investe l’insieme dei rapporti sociali dentro e fuori la “fabbrica”, e pone al centro i nessi tra forme/luoghi delle produzioni neoindustriali (ad alto contenuto di conoscenze tacite e codificate) e i circuiti della produzione e della circolazione dei saperi. Questo impone, assai più che in passato, una capacità di interpretazione attiva dei fenomeni in grado di muoversi di continuo dalla dimensione socio-economica e dal suo farsi dinamico (le imprese nelle loro molteplici forme organizzative) a quella territoriale, sollecitata alle differenti scale (il fenomeno urbano allargato e investito dai processi di mondializzazione). Un movimento, questo descritto, che non deve affatto essere disciplinato deterministicamente in una sola direzione, ma che ammette – anzi necessita – di essere interpretato e valutato in ambo i sensi.
In questa chiave è importante tornare a riflettere sulle relazioni esistenti tra azione politica, cultura e orientamenti sociali. Troppo spesso nei luoghi del confronto politico ci accontentiamo di evocare il tema della “cultura” e del “progetto”, lamentando ora la forza dell’avversario e gli strumenti a sua disposizione, ora la debolezza della sinistra e la perdita di terreno proprio sul versante conoscitivo e culturale. Coerentemente con le categorie di lettura proprie della tradizione comunista (e italiana in particolare), sembra riapparire la “questione degli intellettuali” e la necessaria “organicità” tra ricerca culturale e progetto politico. La riproposizione di questo orizzonte può forse avere valore evocativo e simbolico per alcuni, ma non sembra in grado di misurarsi con le trasformazioni intervenute nel corso del processo di modernizzazione capitalistica proprio nell’articolazione del campo culturale e dei suoi soggetti, e nel concreto operare di molte istituzioni e luoghi che producono e socializzano saperi. Una differente definizione del campo culturale è proprio uno dei punti discriminanti sui quali sembra opportuno uno spostamento tematico dell’impegno della sinistra.
La “questione cultura” sembra ridefinirsi proprio nell’intreccio complesso tra saperi e poteri; un intreccio socialmente significativo in quanto evidenzia un campo di attività e relazioni tra soggetti impegnati nella produzione e riproduzione allargata di saperi e conoscenze diversamente finalizzate (dalle grandi istituzioni culturali ai dipartimenti universitari; dai numerosi centri studi di banche e assicurazioni ai laboratori di molte imprese e alle società di consulenza; dagli istituti di ricerca alle molte strutture legate alle autonomie funzionali e a grandi organizzazioni amministrative, politiche e sindacali; dall’informazione alle produzioni del design e della moda, solo per fare alcuni esempi). Se questa densa rete di soggetti e di luoghi descrive e ridefinisce il campo della cultura, si aprono allora spazi diversi per la politica; essa può assumere il terreno specifico dei rapporti culturali come una chiave interpretativa dei processi sociali e spaziali complessivi, facendo perdere a “la” cultura ogni carattere élitario (la cultura come terreno esclusivo degli intellettuali) e riduttivamente settoriale (le istituzioni culturali in senso stretto), e ponendosi l’obbiettivo democratico della redistribuzione delle informazioni e delle conoscenze sociali. Operare questo ribaltamento di prospettiva permette inoltre di superare una riflessione sulla cultura come ambito esclusivo di esercizio e definizione dei valori in contrapposizione alla sfera degli interessi, e rimette al centro la materialità del mondo culturale e delle sue specifiche forme di comportamento e produzione nello spazio (reale e virtuale).
Sullo sfondo di questa interpretazione del tema delle forme del sapere nella società contemporanea è al lavoro una istanza teorica che, un po’ scherzosamente, potremmo definire “neo-materialistica”. Dove per materialismo intendiamo innanzitutto la rivisitazione e l’aggiornamento di alcune categorie marxiane ancora oggi assai preziose (dalla critica dell’ideologia all’ancoraggio non moralistico agli interessi materiali nella lettura dei processi sociali), senza dimenticare come il materiale e il simbolico si intreccino in forme sempre più complesse. Una prospettiva neo-materialistica guarda dunque ai modi di produzione (e di consumo) del sapere (e dei saperi), in una chiave che non si accontenta della nostalgia del tempo perduto, ma che lavora a decostruire i saper dire, saper scrivere e saper fare di cui sono intessute le pratiche intellettuali.

3. Il tessuto tradizionale di mediazione tra cultura e politica (quotidiani, riviste, case editrici, centri di ricerca, ecc.) si è trasformato profondamente. Sono declinate le strutture legate direttamente ai partiti cui sono subentrate nuove realtà come le Fondazioni vicine a singole personalità politiche. La Casa della Cultura ha scelto in questi anni di andare controcorrente: restare un centro aperto a tutte le anime della sinistra e alimentare una riflessione sul medio e lungo periodo. Il tutto in evidente continuità con la propria storia. Siamo riusciti a rendere efficace questo percorso? Si può continuare su questa strada? Urgono correzioni? Nuove idee? Nuovi progetti?

Da Milano è necessario recuperare una lettura critica e “materialista” dei processi di produzione e riproduzione dei saperi. E’ proprio osservando il mutamento della città e le nuove condizioni dell’agire culturale che le letture tradizionali sembrano entrare in crisi, domandando un riorientamento profondo dello sguardo su questi temi da parte della sinistra politica. Lo stesso riferimento alla figura dell’intellettuale rischia di non mordere la sfera concreta delle professioni e delle professionalità, dei ceti, dei loro interessi e del loro sistema di valori e di rappresentanza sociale e politica. Per fare solo un esempio, il sistema dell’informazione e dei mezzi di comunicazione di massa, che appare oggi così strategico per il suo impatto sul sistema politico e per le sue relazioni con la costituzione dell’opinione pubblica, dovrebbe in prima istanza essere analizzato per quel che concretamente è, in termini di risorse, capitale umano, relazioni con altri settori della produzione materiale e immateriale. Le stesse trasformazioni delle imprese e dei processi produttivi, non sono comprensibili se non si considera l’effetto delle dinamiche di ristrutturazione e riorganizzazione che trasformano radicalmente il campo della riproduzione dei saperi, delle tecniche, delle informazioni. 
Il richiamo alla materialità dei processi ha una prima, importante conseguenza, per una sinistra che voglia porre il problema della cultura e dei saperi in modo non velleitario, e insieme radicale. Guardare agli interessi specifici non significa ovviamente sottovalutare il legame, in molti casi questo sì “organico”, tra questo mondo complesso e articolato e altri centri di potere, interni ed esterni alla sfera economica e a quella politica. D’altronde, il sapere non si presenta mai in forma neutrale, e perciò è necessario affinare l’analisi delle forme di ineguale distribuzione di potere che si generano all’interno del campo culturale, e che hanno la loro specificità e la loro efficacia sociale e simbolica.
In una realtà urbana come Milano, per esempio, le forme di organizzazione e strutturazione del campo politico locale sono in larga misura intrecciate a un intricato reticolo di poteri, certamente non riconducibile a un unico soggetto (sia esso il potere dell’impresa o dello stato), e rispetto al quale la sfera della riproduzione sociale dei saperi ha un peso determinante. La complessità e pluralità degli attori impegnati nel contesto milanese definisce un campo largamente autonomo, e a sua volta produttivo di relazioni di potere, di forme di esclusione, differenze e squilibri anche sociali, che non possono essere liquidati con il richiamo al legame “organico” tra i valori dei ceti intellettuali e la cultura capitalistica d’impresa. Non è attraverso un richiamo a “serrare le fila” nei confronti del vento ideologico che spira da destra, che sarà possibile incarnare concretamente una proposta politica aperta, che sappia entrare nel merito delle forme di conflitto che attraversano anche il campo della produzione culturale e dei saperi, spostando rapporti di forza al suo interno. Se l’interlocuzione tra la sinistra e questo complesso reticolo di soggetti, luoghi e prodotti non si radica nei conflitti reali, e non entra nel merito degli interessi concreti, allora è molto forte il rischio di una riproposizione stanca della logica del rapporto con ceti molto ristretti (gli intellettuali d’area, gli accademici più o meno vicini e amici del presunto principe) e in fondo anche marginali rispetto ad alcuni processi decisivi di trasformazione strutturale e di ampliamento quantitativo, oltre che qualitativo, del settore della produzione culturale.
La ricostruzione di un dialogo fertile tra “cultura e politica” non può che avvenire riconoscendo e sviluppando l’autonomia dei programmi e delle strategie culturali, ma anche rafforzando e qualificando la politica. Riteniamo infatti definitivamente esaurito il modello “pedagogico” che ha caratterizzato l’esperienza politica del ’900, e con esso ogni divisione funzionale dei compiti tra l’agire intellettuale e quello politico; e questo aspetto ci rende consapevoli dello spessore e della complessità dei problemi attuali. Non si tratta certo di buttare a mare una tradizione di pensiero e di pratiche politiche, ma di ridefinirne i limiti, e di verificarne la valenza per una rinnovata analisi dei processi concreti; e – in questo senso – un nodo attivo e intelligente come la Casa della cultura può rappresentare una risorsa indispensabile per il lavoro a venire.