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Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

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Materiali


Le risposte di Roberto Escobar

Risposte alle tre domande

Roberto Escobar

1. In questi ultimi due decenni formazioni e movimenti populisti hanno occupato la scena pubblica italiana e vi hanno impresso il loro segno. Berlusconismo e Lega hanno scandito l’agenda della vita politica, esercitando di fatto anche un’egemonia culturale che traspare dal linguaggio e dalle pratiche prevalenti nella vita pubblica. La sinistra italiana ha evidenziato serie difficoltà, politiche e culturali, nel proporre e nel difendere un suo punto di vista. Da dove ha tratto origine questo profondo, radicale rimescolamento del clima politico e culturale? E per quale motivo le linee di resistenza hanno rivelato tale fragilità?

Alla sinistra italiana, o meglio alle intelligenze degli uomini e delle donne di sinistra non mancano punti di vista, al plurale. E non mancano nemmeno il coraggio e l’impegno civile per farli valere. Quel che manca è la capacità di farlo insieme. E insieme qui non vuol dire dentro strutture organizzate (auspicabili) o addirittura organiche (deprecabili). Insieme vuol dire nella convinzione e con l’orgoglio di partecipare alla costruzione di un discorso e ancor prima di un linguaggio condivisi.
Nei venti e più anni che ci stanno alle spalle, l’uno e l’altro, il loro (nostro) discorso e il loro (nostro) linguaggio sono stati sistematicamente demoliti, sia dall’interno che dall’esterno. Dall’interno significa: dalla crisi della tradizione della sinistra (non solo dalla crisi “criminale” e insieme leaderistico-satrapica che ha investito i socialisti, la loro coscienza e la loro cultura politica, ma anche dalla crisi ideale che ha investito i comunisti, con il loro colpevole, e consapevole, attardarsi in slogan e modelli del tutto ideologici e antistorici, cui è seguita una altrettanto ideologica e qua e là opportunistica corsa verso destra). Dall’esterno significa: dall’emergere di movimenti che hanno avuto il consenso di quella che era stata la parte maggioritaria del voto democristiano, ma con parole d’ordine diverse, e peggiori.
Il primo di questi movimenti è stato la lega Lombarda, poi Lega Nord, imprenditrice politica dell’odio e della paura, e sostenitrice degli interessi e dei sentimenti viscerali e reazionari della parte meno “liberale” del Paese. Al suo etnismo (alias razzismo) incivile ed estremistico s’è poi associato il berlusconismo, che si professava e si professa liberale, e che invece è portatore di “valori” del tutto antiliberali, sia in tema di diritti civili che in tema di prospettive politiche e di regolamentazione della vita economica.
Dalla somma della nostra crisi e del consenso della destra – di questa destra, chiusa e populistica – è venuta un’egemonia sempre più marcata di parole appunto di destra, che sono diventate le sole “legittime”. Noi, cioè gli slogan dei nostri partiti e le scelte dei loro dirigenti nazionali e locali, e anche i titoli e gli articoli dei nostri giornali, le abbiamo fatte anche nostre, partecipando appunto per venti e più anni al loro discorso e con il loro linguaggio. Insomma, ci siamo condannati a tirar la volata alla ditta Berlusconi & Bossi & Fini (quest’ultimo da poco sul mercato con un marchio proprio, e subito da alcuni di noi santificato).

2. Cultura e politica: una relazione oggi lacerata. Per quanto sta avvenendo nel sistema politico (populismi, crisi dei partiti, personalizzazione della politica) ma anche per i processi culturali in corso (mediatizzazione, spettacolarizzazione, ecc). E’ possibile oggi ripensare e ricostruire una relazione fra elaborazione culturale e teorica e vita politica? Come, dove e attraverso quali strumenti?

Da mesi si parla, a ragione, di una crisi antropologica degli italiani e delle italiane. Ci siamo arrivati, a questo disastro, dopo un quarto di secolo segnato da un altro disastro, quello mediatico e televisivo. Per quanto autorevoli e intelligentissimi dirigenti politici (ma non solo) del centrosinistra si siano sempre prodigati a negare che le televisioni influissero sul voto, di fatto il consenso degli italiani e delle italiane dalle televisioni è controllato e prodotto. Questo avviene certo in occasione delle elezioni. Ma soprattutto, e con effetti molto più radicali e duraturi, avviene sempre, mattina dopo mattina, pomeriggio dopo pomeriggio, sera dopo sera. Quello che i palinsesti producono non è solo il voto, ma anche e soprattutto il votante. Gli italiani e le italiane hanno smesso da tempo d’essere cittadini, e si sono trasformati in pubblico, nel senso meno nobile della parola: pubblico di telespettatori, pubblico di consumatori, pubblico di elettori. E come a un pubblico indistinto e passivo si rivolgono loro i populisti. Spesso lo fanno anche i politici di centrosinistra, e con l’effetto masochistico e tragicomico di legittimare i loro avversari.
Insomma, gli italiani e le italiane sono individui dimezzati, individui immaginari sempre più isolati nelle loro case e sempre più parti ininfluenti e fungibili d’una totalità plaudente e “a disposizione” degli imprenditori della paura e dei piazzisti di sogni. Come si può tentare d’uscire da tutto questo, se non convincendoli e convincendoci a uscir di casa, a varcarne la soglia oltre la quale comincia la politica? Ci occorre ricostruire uno spazio pubblico, una dimensione in cui valgano non solo gli interessi individuali, ma anche la loro elaborazione nelle relazioni, e appunto in pubblico. Ci occorre una nuova piazza, che ci liberi dalla miseria antipolitica del «padroni a casa nostra» e dalla miseria televisiva del numero uno, del vincente, del “vip” imposto come modello, e come modello ben volentieri accettato.

3. Il tessuto tradizionale di mediazione tra cultura e politica (quotidiani, riviste, case editrici, centri di ricerca, ecc.) si è trasformato profondamente. Sono declinate le strutture legate direttamente ai partiti cui sono subentrate nuove realtà come le Fondazioni vicine a singole personalità politiche. La Casa della Cultura ha scelto in questi anni di andare controcorrente: restare un centro aperto a tutte le anime della sinistra e alimentare una riflessione sul medio e lungo periodo. Il tutto in evidente continuità con la propria storia. Siamo riusciti a rendere efficace questo percorso? Si può continuare su questa strada? Urgono correzioni? Nuove idee? Nuovi progetti?

La Casa della Cultura è stata in questi anni davvero una “casa comune” di molti punti di vista, non legata a partiti né tanto meno a parti. Tra le sue mura è stato legittimo essere tanto di sinistra che di centrosinistra. Ed è stato anche legittimo che qualcuno pensasse – e dicesse – che l’espressione “centrosinistra” è fuorviante, oltre che vuota di senso, come tutti i tentativi patetici e controproducenti di attenuare e vanificare una prospettiva culturale e politica anteponendole la parola magica “centro”.
Quello che ora la casa della Cultura può fare, o almeno può tentar di fare, è diventare un po’ meno casa e un po’ più piazza. Ossia, può tentar di dare il suo contributo a quel necessario andare oltre la dimensione domestica e privata, a quell’uscir di casa, appunto, che della politica ritrovi ruolo e valore. Come lo debba fare è questione difficile, e del tutto aperta.