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Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012

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Materiali


Le risposte di Vittorio Spinazzola

Risposte alle tre domande

Vittorio Spinazzola

Cultura e politica. Al tempi dei populismi.

Parlare di una crisi del rapporto fra politica e cultura significa evidentemente dare per certa una crisi sia della politica sia della cultura, l’una corrispettiva dell’altra. Ma di quale politica e quale cultura si tratta? In primo luogo, è ovvio, quelle che hanno influito più largamente sull’opinione pubblica italiana nell’ultimo mezzo secolo, dopo la fine della guerra e la caduta del fascismo. Con ciò, a venire subito tirati in causa sono i due sistemi ideologici che si sono fatti concorrenza in questo periodo storico: il liberaldemocratico cristiano e il socialcomunista. In effetti, la funzione essenziale delle ideologie è di mediare i rapporti fra l’attività intellettuale, la battaglia delle idee, gli orientamenti etici, e le responsabilità operative nella vita pubblica, l’azione dei partiti, le tattiche e le strategie dei gruppi dirigenti.

Nell’Italia novecentesca, fino a quando i due grandi campi di riferimento ideologico hanno avuto forza, ci sono stati dibattiti di posizioni più o meno vivaci, ma non vere crisi della cultura politica né dell’una area né dell’altra. Come si sa, è stata la compagine socialcomunista a esercitare l’egemonia più efficace sull’operosità dei ceti colti. La ragione sta in una miscela particolare di rigorismi astratti e spregiudicatezze realistiche, dogmatismi ciechi e prospettive utopiche, libertarismi generosi e rigori disciplinari gretti. D’altronde, ogni ideologia importante vive di un incrocio di contraddizioni che riesce a conciliare, assicurandosene una stabilità sempre relativa e precaria. Ciò vale anche per l’orizzonte ideologico di matrice cattolica, dove convivevano fervori mistici e compromissioni mondane, socialità evangeliche e aristocraticismi imperterriti.

Ma quando un amalgama ideologico smarrisce la sua capacità di mediazione e sintesi, allora tutto si perde. Ed ecco il fatidico 1989, con il processo impetuoso di deperimento della cultura politica di segno socialcomunista, poi riformulata in senso socialdemocratico e poi democratico; e quella ben più grave di indole cattolico liberale, fatto salvo beninteso il baluardo dell’istituzione ecclesiastica. Questi fenomeni di crisi non significano però affatto che sia venuto il tempo della fine per tutte le formazioni ideologiche.

Basta pensare alle fortune di un’altra ideologia, di nascita più recente, quella leghista. La grossolana mitologia celtica, il territorialismo esasperato, l’inclinazione razzista malcelata possono essere contestati al massimo, ma certamente compongono una struttura ideologica salda e articolata. Sul piano culturale, la mentalità leghista ha un carattere pressapochistico che ne limita la presa sui ceti urbanamente più evoluti. Ma il richiamo della foresta, ossia l’appello per un ritorno di fedeltà alle origini, il culto della consanguineità con la propria gente, hanno una efficacia antropologica non incomprensibile.

È vero però che l’altro grande fenomeno storico dell’Italia tardonovecentesca, il berlusconismo, ha un carattere marcato di ideologia dell’antideologismo. Ciò implica una forte svalutazione della cultura, come attività conoscitiva basata sull’analisi dei problemi di realtà, e una diffidenza profonda per la dialettica di posizioni contrapposte nella ricerca di soluzioni consone agli interessi generali. Non per nulla non esiste una cultura berlusconiana, come non è individuabile una categoria di intellettuali berlusconiani.

L’anima del berlusconismo è un basso politicismo, ridotto a praticismo empirico (il “governo del fare”), cioè fondato sull’intraprendenza del singolo soggetto, con un forte connotato di utilitarismo egocentrico e una inclinazione costitutiva all’immoralismo illegalistico. La politica berlusconiana è intrinsecamente avversa agli ordinamenti di giustizia. E il culto del capo legibus solutus sacralizza un modello di comportamento destinato a valere per tutti gli adepti in tutte le circostanze di vita.

A fronte di queste novità storiche, diverse ma componibili in patti di alleanza, la parte democratica si è trovata ideologicamente in difficoltà pesanti. Le è venuto meno il punto decisivo del suo programma di superamento della concezione del mondo liberale-liberista: il criterio della pianificazione degli sforzi e delle risorse in chiave di centralismo statalista, sotto la guida di una dirigenza di partito che avrebbe dovuto esser costituita da una elite di specialisti di alta politica. Crollata clamorosamente questa costruzione fideistica, ci si è trovati di fronte a uno spazio aperto dove si sono affiancati e avvicendati sforzi meritori di conciliazione fra individualismo e massificazione, emancipazione e classismo. Ma la dirittura d’arrivo sembra ancora lontana.

Per intanto, alla Casa della Cultura milanese spetta di continuare a costituirsi come luogo d’incontro collaborativo tra la pluralità delle culture politiche e politiche culturali che rinviano al presupposto ideologico comune del solidarismo democratico. E a me poi pare che sia importante adoperarsi perché non vada perso un acquisto decisivo della modernità socioculturale urbano-borghese: cioè una concezione degli intellettuali non come una casta separata, nella sua superiorità carismatica, ma come un ceto professionistico intrinsecamente partecipe dei problemi e le preoccupazioni di tutti, pur nella varietà delle competenze specialistiche. Il che oggi vuol dire semplicemente che il buon intellettuale, mentre si addestra a far bene il suo mestiere, non può non continuar ad approfondire il senso della triplice parola d’ordine dei vecchi rivoluzionari francesi: liberté, egalité, fraternité.