Per la SCUOLA DI CULTURA POLITICA 2011-2012, Stefano Zamagni: L’etica civile del welfare
Sabato 21 gennaio 2012
Marisa Fiumanò
Qual è il posto di una disciplina come la psicanalisi nella Casa della Cultura? Cesare Musatti, uno dei suoi fondatori , deve certo essersi posto questa domanda. Il concetto di “cultura”, di “kultur” infatti, occupa un posto di non poco conto nell’opera di Freud. A Musatti dobbiamo l’edizione italiana delle Opere di Freud, un lavoro sterminato, di altissimo livello a cui egli ha consacrato buona parte della sua vita. Nell’”Avvertenza Editoriale” a Das Unglick in der Kultur ( Il disagio della civiltà, 1929) Musatti ricorda che il termine “Kultur” del titolo, più che a “cultura” in italiano corrisponde a “civiltà”, come per l’appunto è stato tradotto. Allora, potremmo proporre, Casa della Cultura potrebbe essere sinonimo di Casa della Civiltà , civiltà in quanto processo di civilizzazione, di luogo in cui convergono le riflessioni sul come la nostra cultura può evitare di imbarbarirsi. Il rischio di imbarbarimento, a seguito del sopravvento di un’aggressività sregolata e distruttiva del legame sociale, Freud insisteva in quel suo articolo su questo, non è mai superato una volta per tutte ma è permanente e prevale nelle fasi di declino delle civiltà. Oggi questo rischio appare attuale, lo percepiamo sulla pelle: ci sentiamo soli, esposti, minacciati perché il nostro prossimo, più che risvegliare il nostro interesse, spesso ci incute paura. Il malessere soggettivo affonda le radici in questo humus di paura e solitudine, e di esso si nutre, Nella Casa della Cultura allora cerchiamo, se non la cura, almeno l’analisi e la diagnosi di quanto ci preoccupa o ci pesa. Ci andiamo per comprendere, per orientarci, per trovare una bussola nella moltiplicazione delle discipline e dei saperi perché la sensazione diffusa è che la nostra epoca sia straordinariamente dura e penosa e la nostra civiltà invecchiata e destinata ad estinguersi. Si tratta di una paura immaginaria, benché collettiva, o siamo davvero confrontati con la nostra, occidentale decadenza ? Freud non smentisce questa tesi, già attuale quando scriveva il suo saggio, dopo la carneficina della Prima Guerra Mondiale, ma ne propone al contempo anche un’altra. Musatti lo rileva quando nota che la traduzione corretta di Das Ungluck in der Kultur avrebbe dovuto essere : “ Disagio nella civiltà” anche se la traduzione prevalsa è “della” civiltà. La differenza non è da poco: se ci atteniamo alla traduzione corretta del titolo dobbiamo intendere che “il disagio nella civiltà” è una componente ineliminabile in ogni forma di civilizzazione, come peraltro tutto il saggio di Freud tende a dimostrare. Con questo “disagio” ( o meglio “malessere” come i francesi traducono “ Ungluck”) declinato in modi diversi secondo le epoche, abbiamo comunque a che fare; esso è una componente strutturale, interna al processo di incivilimento. Non ci sono civiltà “felici” se non nell’utopia, cambia solo la forma che prende l’infelicità sociale e, naturalmente, il livello di malessere e il modo in cui si esprime . Qual è allora la forma di malessere e infelicità che caratterizza la nostra cultura, ovvero la nostra civiltà? La Casa della Cultura in questi ultimi anni si é andata progressivamente concentrando sull’ indagine intorno alle forme attuali di questo ineliminabile disagio sociale e soggettivo, attingendo a saperi diversi, e ai migliori livelli, nel tentativo di disegnare lo scenario di un’epoca mutevole e complessa come quella che viviamo. Non più soltanto con conferenze o lezioni frontali ma con laboratori, gruppi di lavoro, scuole ( di poesia, di autobiografia); insomma essa sta sempre più diventando un’officina, per usare un termine felicemente attuale, permanente, che assembla tasselli di ricerca e di saperi e ne costruisce di nuovi sollecitando la partecipazione attiva del suo pubblico . Che genere di saperi si costruiscono in Casa della Cultura? Saperi di tipo scientifico e universitario, come è nella sua tradizione ma che, per il fatto di essere pronunciati lì, perdono il loro carattere di puri enunciati e spingono in primo piano i soggetti che li enunciano. Nella Casa della Cultura gli intellettuali si espongono, non dicono solo ciò che sanno ma anche perché quel che dicono li appassiona ; perché in quel che dicono c’é la ricerca e la fatica di una vita. Se lo fanno in Casa della Cultura, a titolo gratuito, è perché li spinge un desiderio, ivi compreso il desiderio di essere riconosciuti da una comunità di cui vogliono rinsaldare i legami e a cui vogliono appartenere. Si tratta perciò di saperi vivi. L’enunciato diventa così enunciazione, sapere condito di soggettività e di desiderio. Credo che la nuova Scuola di Cultura politica sia la testimonianza più lampante di questo nuovo stile, rigoroso senza accademia, che sollecita chi insegna ad una contagiosa emulazione. Non si tratta dunque di saperi fini a se stessi ma che si offrono alla politica e al politico, che sono messi a disposizione di chi abita la città ma anche di chi se ne sappia servire per governare e amministrare. Tra la cultura che si fabbrica nella “Casa” e la politica c’è di mezzo un’offerta, un dono . Il dono, in quanto tale, prevede uno scambio e una restituzione; in questo caso una restituzione, vale a dire riconoscimento e sostegno, da parte della politica nei confronti della cultura. La Casa della Cultura mi sembra sia stata fondata con questo progetto di reciprocità e circolarità fra cultura e politica. Questo spazio per il sapere vivo, in approfondimento e trasformazione, rende la “Casa” un luogo abitabile anche per la psicanalisi, che infatti l’ha sempre abitata, seppure non con la stessa continuità della filosofia e della sociologia, ad esempio, ma senza mai traslocare del tutto altrove. Negli ultimi anni la sua presenza si è intensificata ed il suo pubblico è cresciuto. La psicanalisi, incalzata dalle mutazioni macroscopiche intervenute nel sociale e dagli effetti patologici che la clinica impone all’attenzione degli analisti, ha imparato a misurarsi con le altre discipline. Non per ragioni “interdisciplinari” come si faceva una volta, ma per interrogare altre griglie di lettura, oltre le proprie, alla ricerca del bandolo che sbrogli la matassa. La matassa della Kultur, della nostra civiltà, ch,e dà forma all’inconscio e plasma la soggettività . Manca ancora, secondo me, per far sentire ognuno veramente a “Casa”, il fatto che ad ogni settore di ricerca corrisponda un laboratorio, o una officina di lavoro, così come sta avvenendo da quest’anno con la preziosa invenzione della Scuola di Cultura politica. Io credo che lo zoccolo duro della Casa della Cultura debba essere un laboratorio di ricerca permanente, attivo, sul disagio nella ( nostra) civiltà. Non volontaristico, né missionario, né ideologico ma un moltiplicatore di energie in modo che ciò che viene offerto alla Casa della Cultura possa tornare indietro ad ognuno: arricchito di relazioni, di saperi, di esperienze, di possibilità di inventare e sperimentare in pieno rigore. E questo può valere anche per i più giovani, fra i quali si annidano tanti talenti che non trovano spazi per esprimersi e che cominciano ad essere parte non piccola del pubblico della Casa. Forse il loro debutto potrebbe cominciare anche da qui, da questo crocevia di saperi vivi e di scambio sociale che la “Casa” mi sembra stia diventando sempre più