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ABSTRACT su intervento di Franco Cassano Bene comune/beni comuni
25 ottobre 2006 (incontro seminario di filosofia Cura di sé e bene comune)
a cura di Enrico Livraghi
Cos’è un “bene comune”, e quale può essere una sua definizione giuridica? C’è identità tra “bene comune” e “beni comuni”, o tra le due cose intercorre una qualche differenza suscettibile di influenzare un approccio che abbia come orizzonte la loro tutela?
Secondo Riccardo Petrella, per esempio, “sul piano del diritto, quando si dice bene comune non si intende dire ‘bene di nessuno’, ma qualcosa di più: si fa una distinzione fra res nullius e res communis. La res nullius appartiene a nessuno. (..) invece, un bene comune, res communis, appartiene a tutti. L’aria, per esempio, è un bene comune che non può essere fatto proprio da nessuno” (si veda Per una geografia della morale, Christian Marinotti Edizioni 2006, p. 139). E però anche l’acqua è un bene comune, cosi come la conoscenza (per esempio, il software) e in generale la Terra stessa. Dunque, per Petrella, il sintagma bene comune si declina al plurale, e la separazione di cui sopra, implicitamente non pare sussistere.
Proprio di qui in accordo con Petrella ma comunque in forma del tutto esplicita - muove Franco Cassano: dal rigetto di tale separazione concettuale e dalla critica di quel pensiero che fonda proprio su di essa su tale distinzione la “liceità” dell’appropriazione di ciò che è, appunto, res communis. Cassano, insomma, inizia con una critica radicale di quel concetto indeterminato e del tutto astratto di “bene comune” - inteso al singolare - che maschera una “tutela del bene di pochi” a danno dei molti e rimette in gioco surrettiziamente un’apologia del “diritto” di appropriazione privata della Terra.
E’ in campo una dura battaglia contro questa selvaggia espropriazione alla rovescia, contro la “sottrazione di risorse alle generazioni future”, nel corso della quale sarà necessario non solo definire il concetto di “bene comune” (e focalizzare concretamente la dialettica di “bene comune” e “beni comuni”), ma soprattutto sperimentare una prassi politica che funga da criterio-guida per un agire (planetario) in questa prospettiva.
Secondo Cassano, è necessario anzitutto mettere a punto una epistemologia capace di colmare la carenza drammatica intorno alla nozione di “bene comune” che oggi regna sovrana; ossia, è urgente dare corso a una pratica generale di conoscenza e a una collettiva presa di coscienza dell’oggetto “bene comune”. Un tale processo non può prendere avvio se non sulla base di un agire fondato sull’intreccio stretto e profondo tra organizzazione del sapere, competenze puntuali, ripresa del legame sociale, dialettica di diritti e doveri.
In tale orizzonte, rifarsi a Chomsky (si veda, di quest’ultimo, Il bene comune) e recuperare Aristotele, come fa Cassano, potrebbe sembrare un vezzo, e invece non lo è affatto. Anzi, alla luce dell’attuale negazione di ogni paradigma e di ogni pratica sfiorati dal sospetto di confinare con una sia pur vaga nozione di “comune”, non solo Chomsky, noto oppositore del neoliberismo imperante, appare un pericoloso sovversivo, ma perfino l’antico Aristotele “etico” e “politico” appare un radicale.
Non si tratta di un puro esercizio accademico. Si tratta bensì di interrompere quel processo di “secolarizzazione infinita” che attanaglia il mondo cosiddetto postmoderno, dove non solo il passato affonda nelle nebbie dell’oblio, ma il futuro stesso sembra evaporare, e solo un “eterno presente” sembra possedere una qualche verità. E’ il dominio assoluto dell’ economia - come sostiene, Cassano - che produce instabilità, e pare rendere “liquida” ogni cosa (come afferma Bauman), dopo aver già da sempre “dissolto nell’aria tutto ciò che è solido” (come diceva Marx).
In una tale temperie, il modello antropologico che sembra attestarsi saldamente al centro della scena è quello dell’atomizzazione dell’individuo. L’Io sembra ormai aver sopraffatto il Noi, e sembra scemata ogni possibilità, non si dice di “fusione”, ma semplicemente di “connessione” con l’Altro. Quella che sembra radicalmente dissolta è proprio l’esperienza dell’Altro. Dovremmo interrogarci intorno a certi slittamenti che tendono a investire la sfera relazionale, in quest’epoca della tecnica più avanzata - quella tecnica che tende sempre più a esibire gli stessi tratti assolutistici della fase globale del modo capitalistico di produzione. La complessità della relazione dell’Io con il Noi sembra scacciata dai confini della sfera relazionale. Anzi, è il concetto stesso di esperienza, che vacilla, al punto che - in quest’era del simbolico digitalizzato - l’esperienza dell’altro sembra venire dissolta nella vertigine della merce e nell’ebbrezza del consumo. In questo parossismo della “valorizzazione del valore” l’Io sembra possedere se stesso, ed è invece preda del più subdolo e velenoso processo di “spossessamento” di sé.
Contro la distruttiva iper-velocizzazione del presente, è allora il caso di far valere l’elogio della lentezza e della soavità cui si appellava Alex Langer negli ultimi tempi della sua vita. Contro il qui ed ora propone Cassano è necessario riconquistare la larghezza del tempo e degli spazi vitali, trascendendo l’adesso e riconquistando la durata. Ed è decisiva la demitizzazione di quella che può essere ironicamente chiamata l’immacolata innovazione, vale a dire l’astrazione del nuovismo, vero e proprio ideologema nient’affatto innocuo: questa innovazione permanente dell’ oggetto-merce che scaccia il “vecchio”, e che perciò stesso produce permanenti rifiuti.
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