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La costituzione affettiva della persona.







intervento di Pietro Barcellona

 

Come praticare un’autentica (e necessaria)  “cura di sé”, in quest’epoca del turbocapitalismo e dell’iperindividualismo? Come comunicare le proprie buone letture (per esempio degli antichi stoici, senza necessariamente sottintendere un ritorno alla Grecia classica), ma soprattutto le proprie  esperienze e i propri buoni precetti in questo panorama sociale che sembra immerso in una forma di “autoritarismo senza autorità”?

Rispondere a un tale quesito non è facile. Intanto non è facile contrastare le immagini che vengono dai media, e che investono - e rischiano di travolgere - le vite concrete delle persone, in particolare delle giovani generazioni, le più esposte alla devastante desolazione di certe trasmissioni televisive, vere e proprie macchine di distruzione dell’intelligenza, dove il massimo della cura di sè appare il lifting, e il massimo della felicità un’iniezione di silicone al seno.

Nondimeno, le stesse trasmissioni, viste con occhio radicale, si possono intendere come autentiche lezioni di antropologia; si presentano, cioè, come uno specchio che riflette quella specie di “radicalizzazione della societa”, di “riduzione della vita a questioni neuronali”, dove tutto appare predeterminato e  qualsiasi autentica libertà di scelta sembra scemata. Sono alcuni dei tratti  che segnano nel profondo la condizione attuale delle cosiddette democrazie occidentali, caratterizzate ormai da una illusoria “personalizzazione degli oggetti”  (si veda l’esempio delle automobili), da un cosmopolitismo fasullo, e da una generalizzata connessione in rete.

Ma connessione non vuol dire comunicazione. Semmai, connessione e comunicazione si contraddicono: la prima si declina mediante la migrazione di segni e simboli in cui sono perdute la materialità, la fisicità e l’espressività - anche fisiognomica - inseparabili dalla seconda. In una tale visione prospettica, si produce, tra l’altro, una progressiva perdita della memoria, affidata ormai alla tecnologia, e anche il concetto di “Io” subisce una decisa contrazione. Si può dire, anzi, che un vecchio libro come La folla solitaria di David Riesman, un testo sociologico americano degli anni Cinquanta, appare attualissimo nella sua ficcante descrizione di una perdita dell’esperienza dell’altro che oggi sembra moltiplicarsi in una dimensione esponenziale.

Per combattere la riduzione allo stato pre-edipico (soprattutto del mondo giovanile), e per opporsi a quella sorta di negazione del dolore (dolore della propria nascita, innanzitutto) che è alla base dell’“organizzazione sistematica dell’indifferenza sociale”, bisogna allora prendere coscienza che “noi siamo figli di qualcuno e quindi siamo strutturalmente legati al’altro”.

 
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