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Martedì 9 gennaio 2007
Presentazione del libro
L0 SGUARDO VAGABONDO
Il flâneur e la città da Baudelaire ai postmoderni
di Gianpaolo Nuvolati
Può risultare ragionevolmente possibile che la figura del “flâneur” oggi si ripresenti di nuovo alla ribalta? E può risultare possibile una qualche nuova forma di “flanerie” in queste nostre città infestate dalle automobili, assediate dall’inquinamento, scorticate da un’edilizia predatoria, appiattite su un modello speculativo dominante e conformate a una sorta di “pensiero urbanistico unico”?
La risposta sembrerebbe proprio affermativa secondo la tesi portata avanti da questo suggestivo libro. Anzi, sarebbe proprio questa uniformità urbana dilagante a rimettere in campo la figura del flâneur, nelle vesti però - di una specie postmoderna quasi ribelle, quasi un personaggio in antagonismo al processo di omologazione della città. Sì, in quest’era della tarda modernità la flanerie, quell’attitudine essenzialmente metropolitana che viene così nominata dai tempi della “Parigi capitale del XIX secolo”, sarebbe tutt’altro che scomparsa, e il flâneur, per quanto irriconoscibile, si aggirerebbe ancora vivo e vegeto con il suo occhio graffiante nello spazio urbano.
Certo, non si tratta più di quella figura messa in gioco da Baudelaire e scolpita in forma indimenticabile nelle pagine “baudelairiane” di Walter Benjamin. Quel personaggio che attraversava con aria febbrile e con foga sacrale le stade, i quartieri, i “passages” e i nuovi boulevards parigini (come è noto, costruiti da Haussmann dopo il ’48, spianando l’intrico dei vicoli della vecchia Parigi proletaria e barricadera). Né si tratta più del centro della città, del suo “cuore” pulsante, luogo del “pellegrinaggio al feticcio della merce”, come diceva Benjamin: il moderno flâneur (ma si potrebbe nominarlo in un qualsiasi altro modo) non subisce più lo spaesamento della folla, ma semmai si immerge nel “sociale” e ha piuttosto di mira le strade di periferia, gli spazi più decentrati e marginali (e “borderline”) dove oggi si produce e insieme si distorce la socialità della metropoli, si costruisce e al tempo stesso si disgrega e si consuma il nesso sociale.
Qui, il moderno flâneur si presenta come una figura di valenza sociologicamente rilevante, tanto più che l’orizzonte del suo errare si allarga verso le prospettive della cosiddetta “società immateriale” (il viaggiare, il navigare in rete, il comunicare in permanenza, eccetera), intese come apertura verso un continente dell’immaginazione (appunto sociologica) impensabile fino a poco tempo fa. Tale prospettiva parrebbe dunque un passaggio attualmente cruciale, tale da costituire per questo emblematico personaggio una possibile via d’uscita da quello slittamento verso l’omologazione già individuato da Benjamin. Insomma, il moderno flâneur al contrario del suo celebre antenato ottocentesco sembrerebbe capace di sottrarre il suo prezioso sguardo al pericolo di una caduta “al servizio della vendita”, evitando che la sua intelligenza sia anch’essa un qualcosa che “si è recata al mercato” (ancora Benjamin) divenendo preda della fantasmagoria della merce.
Ma, forse, proprio l’esercizio dello sguardo rappresenta la più grande insidia per il moderno flâneur (come, infine, per chiunque persegua la destabilizzazione del conformismo visivo imperante nella città). Perchè lo sguardo che tenta di frantumare percettivamente l’omologazione, è invece bersagliato dalla fantasmagoria del mercato finto-immateriale che adesso incombe in ogni dove; ed è al tempo stesso sottoposto alla minaccia rappresentata da quella sorta di gigantesco laboratorio di costruzione dell’immagine-merce che infiltra l’intero spazio metropolitano, dove regna l’imperativo di irretire lo sguardo stesso - il maggior numero di sguardi - nel perenne processo di auto-valorizzazione del valore: quantomeno dell’auto-valorizzazione del mercato suddetto.
In simile spettacolo fantasmagorico, esaltato all’ennesima potenza proprio dalla cosiddetta “merce immateriale”, lo sguardo - reso ipertrofico dalla simbologia e dai segni allusivi, disseminati in ogni angolo e in ogni interstizio della città - è ridotto esso stesso al livello di una pura merce, vale a dire al rango di pura audience, questa merce impalpabile, invisibile (come lo è lo sguardo), inattingibile nel suo sfuggente travestitismo, e paradossalmente autoproducentesi in quanto tale.
Anche il postmoderno flâneur è servito, con il suo (arcaico) anticapitalismo romantico.
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