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Il marxismo analitico può ancora esistere? Storia e crisi del marxismo in Italia.





Martedì 16 gennaio 2007

 

Dibattito in occasione della presentazione dei volumi

Marxismo e storia

di Paolo Favilli

La crisi del marxismo in Italia

di Francesco Fistetti

 

Il tema del dibattito sembrerebbe ricavato dai titoli dei due libri mediante un accostamento un po’ forzato. In realtà, una riflessione non superficiale sullo stato attuale della cultura marxista in Italia si può avviare anche tentando una sintesi, per quanto arbitraria, di due testi così diversi e forse anche divergenti.

Infatti oggi – come sostiene Maria Grazia Meriggi - in tema di marxismo, e tanto più in tema di “crisi” del marxismo, si tratta di tornare a mettere a fuoco in forma netta questioni di metodo ormai da troppo tempo neglette.

Su questo piano il nesso storia-marxismo ovviamente non può che incrociare il nesso storia-economia, specie se un tale rapporto viene coniugato in un libro di spessore come Marxismo e storia, che getta – a parere di Giuseppe Galasso –  uno sguardo in profondità sui primi trent’anni che seguono la seconda guerra mondiale, liquidando peraltro la “favola” del provincialismo della storiografia italiana, e anzi, portando alla luce un rapporto ben solido tra quest’ultima e la metodologia storiografica innovativa delle “Annales” francesi che risale ai primi anni Sessanta. Un libro che rimanda correttamente al background della tradizione storiografica marxista, in cui non manca certo un richiamo puntuale al grande precursore Antonio Labriola, e in cui semmai, viene in risalto che la cultura marxista italiana non ha ancora fatto completamente i conti con Gramsci.    

Libro comunque intrigante e suggestivo – sostiene Riccardo Bellofiore – che ha il pregio, tra l’altro, di  mettere in campo un tentativo di fare i conti con il 1989. Se ne può trarre, innanzitutto, un concetto di marxismo come di un qualcosa di “storicamente determinato”, ma ne può conseguire altresì un concetto del “presente come storia”, fondato sull’istanza - metodologicamente centrale - del “pensare teoricamente la storia” e considerare il capitalismo come un “sistema aperto”, o meglio, il capitale come “oggetto totalitario aperto”. Quanto alla cosiddetta “crisi del marxismo”, se c’è da individuarne il punto d’origine, esso va fatto risalire – sempre a parere di Bellofiore – alla fine degli anni Settanta. Si tratta di uno “stallo” indotto da quella profonda crisi sociale la cui risporta capitalistica è consistita, e consiste, nel progetto di globalizzazione.

In questo senso, il cosiddeto marxismo analitico rappresenta esso stesso un riflesso speculare della storia degli ultimi trent’anni, come prodotto delle culture postmoderne, o - forse meglio - tardomoderne. Tali culture sembrano  segnare la tesi centrale di La crisi del marxismo in Italia, che consisterebbe – come afferma Fabio Minazzi - nel considerare obsoleta l’opposizione destra-sinistra. Si tratterebbe di un paradigma ormai inutilizzabile dal quale uscire, semmai approdando alle teorie del “dono” (per esempio, quella di Derrida).

A margine, non è forse fuori luogo notare come per quasi tutti gli anni Novanta una tale tesi – cioè la fine dell’opposizione destra-sinistra - è stata fatta propria dai sedicenti teorici dell’infosfera (un puro paradigma virtuale), divenendo il perno segreto di tutto il mistificante “immaterialismo” allestito intorno al cosiddetto “incantesimo della rete”, e fungendo da vera e propria ideologia occultante il reale paradigma del capitalismo di fine/inizio millennio (cosiddetto postfordista).

In ogni caso, è da interrogarsi - come proprone Minazzi – intorno alle ragioni di quella vera e propria rimozione del pensiero marxiano che si è prodotta in modo repentino e inopinato a partire dalle fine degli anni Settanta. E’ per via della inadeguatezza dei “marxismi” nel cogliere il “nuovo” paradigma? Oppure si tratta di cercare nel cuore stesso del pensiero di Marx?        

 
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