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Casa della Cultura

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Quale cultura politica per la sinistra?





Ciclo di incontri a cura di Salvatore Veca




Lunedì 5 febbraio 2007

Massimo Salvadori, Michele Salvati

L’eredità di una lunga storia

 

MASSIMO SALVADORI

In vista del nuovo che si prospetta  si deve dire che l’innovazione è certo necessaria, ma si deve anche aggiungere che non c’è sinistra senza socialismo. Sembra invece che l’erigendo Partito Democratico intenda il socialismo come una specie di optional, incapace di incidere sul reale. E’ allora il caso di riportare l’attenzione sui fini del socialismo, almeno su quelli decisivi, che sono 1) la distribuzione delle risorse materiali e spirituali, e 2) la lotta alle disuguaglianze sociali, attualmente crescenti in modo esponenziale.

Certo, l’appello ai valori fondanti del socialismo è insufficiente, e tuttavia non si può non partire dai valori stessi, sui quali si fonda ogni forma di efficacia politica. In questo senso, il Novecento è stato il secolo delle libertà, della democrazia, della concezione laica della società e dell’emancipazione delle classi subalterne, purtroppo anche segnato negativamente dall’esperienza del comunismo russo, che ha finito per coinvolgere il senso e la prospettiva stessa del socialismo. E’ forse necessario porsi qualche domanda intorno al significato del socialismo oggi, muovendo dalla constatazione che esiste tuttora una enorme – inconfutabile - questione sociale, pur di fronte agli attuali mutamenti globali.

Sé è cosi, la domanda cruciale da porsi è questa: ha senso una forza politica che metta al centro una tale questione sociale, e non solo per ragioni etiche e morali, ma per realismo politico?

Si deve rispondere che le “ragioni del socialismo” e la loro cogente attualità sono tenute saldamente in campo proprio dalla questione sociale  e dalle sue cause profonde. Queste cause balzano all’occhio sol che si guardi apertamente ai dati reali (come ha fatto Luciano Gallino - per esempio - in un incontro recente con Piero Fassino, proprio sul tema “ragioni del socialismo”). Intanto, i dati forniti dall’ONU dicono che le disuguaglianze globali sono oggi addirittura grottesche, e sulla base del presente modello economico non si ridurranno prima di 200 anni. Ma anche in Italia il divario tra i redditi da lavoro dipendente e i redditi alti risulta astronomico: quest’ultimi sono di 550 volte superiori al salario medio lordo. Si tratta solo di esempi delle enormi e crescenti disuguaglianze, che però permettono di vedere come l’economia sia ormai in mano a una plutocrazia internazionale che si è posta al di sopra degli Stati e che determina la politica mondiale.

E’ il caso quindi di ripetere la domanda: ha senso oggi il socialismo con tutte le sue “ragioni”? Come altro si può incidere sulla tremenda realtà che emerge dai dati reali?

La crisi del socialismo internazionale oggi è sotto gli occhi di tutti. E tuttavia tale crisi non può invalidare la ricerca di una prospettiva, e ciò vale anche per i partiti liberal-socialisti e progressisti. Oggi, invece, si annuncia semplicemente una politica “nuova”, e mai annuncio è apparso più generico e vuoto. Più cresce la confusione, più si invoca il “nuovo”, che sarebbe il Partito Democratico. Si parla dell’incontro dei diversi riformismi: quali sono questi riformismi?  che sinistra si costruisce con Francesco Rutelli? Si sta costituendo un partito che, ragionevolmente, dovrebbe essere la guida del centro sinistra, ma si procede in una dilagante retorica, e tra sorde lotte di potere.

Non è difficile intravvedere quali potranno essere gli esiti di un tale processo:

-       una probabile scissione tra i Democratici di Sinistra;

-       un’assist perfetto alla sinistra cosiddetta radicale, che avrà buon gioco   nel presentarsi come unica sinistra;

-       nessun incontro di una qualche solidità tra laici e cattolici.

Si aggiungano le oscillazioni e gli ondeggiamenti quanto all’adesione al Socialismo Europeo (una parte è per il Si, un’altra parte per il No) e si avrà il quadro  complessivo.      

 

MICHELE SALVATI

Le incertezze, le oscillazioni, i ni, devono essere sconfitti. Le ragioni che presiedono alla costruzione del Partito Democratico non si capiscono senza un affondo storico.

Gli Stati vengono costruiti dalle élites. Proprio per questo in Italia si è storicamente verificata un’anomalia: alcune élites sono state escluse dalla costruzione dello Stato, specie le forze cattoliche, che perciò sono totalmente finite nell’orbita chiusa del Vaticano. Ciò ha costituito una grave lacuna, perché perfino in Spagna il Vaticano non opprime le élites cattoliche come avviene in Italia, cosa dimostrata dalle scelte del governo Zapatero in materia di diritti civili. E’ in questo senso che si deve intendere quella sorta di  parola d’ordine di Massimo D’Alema, quando invocava un “paese normale”.

D’Alema voleva un grande partito socialdemocratico, ma questo si è rivelato un disegno non funzionante, perché, in verità, la storia italiana del secondo dopoguerra presenta un'altra anomalia. Si tratta della presenza del più grande partito comunista del mondo Occidentale, che prevale sul partito socialista, al contrario di quasi tutti gli altri paesi europei. Il partito comunista - è noto - non può andare al governo. Dal governo viene escluso democraticamente, nelle urne,  dalla Democrazia Cristiana nel 1948.

La DC non è un partito conservatore, e infatti ha impedito la formazione di un partito socialdemocratico. Si tratta di un partito piuttosto complesso, dove esistono una destra e una sinistra (si pensi a Lettera a una professoressa, vero e proprio breviario contro l’emarginazione). Quanto al PSI, invece, esiguo rispetto al PCI, si deve rilevare come negli anni Ottanta Craxi tenta di fare come Mitterand, e di erodere il potere democristiano. Questi due partiti, come è noto,  vengono annientati da Tangentopoli e dal clima giustizialista del 92-94.

Ritornando al Partito Democratico, si deve prima di tutto chiarire che la sua costruzione è la condizione posta da Romano Prodi per la sua ricandidatura. Quanto alle questioni poste da Massimo Salvadori, è evidente che fra gli obiettivi del nuovo partito c’è la lotta contro le disuguaglianze, tuttavia condotta nell’ambito di un’economia di mercato. E c’è anche la prospettiva della partecipazione democratica e dell’elevamento del grado di cultura dei cittadini.

Infine si deve capire che i socialisti europei si sono spostati su posizioni ben lontane dal socialismo classico: sono piuttosto dei liberali di sinistra. Ecco: il nuovo PD sarà un partito liberale di sinistra





Lunedì 19 febbraio 2007

Luciano Eusebi, Stefano Rodotà

Le nuove frontiere della libertà e dignità della persona

 

LUCIANO EUSEBI

Si può cominciare da quel tema divenuto bruciante in tempi recenti che è il diritto di morire, mettendone in rilievo, ad esempio, due nodi sostanziali.

In primo luogo, il diritto del malato di non soffrire. Si tratta, di un diritto avulso dalla qualità dell’uomo - dalla sua condizione, status, cultura, eccetera - che in questo senso si configura anche come diritto alla dignità, intesa, appunto, in termini sostanziali. In secondo luogo, il rifiuto dell’accanimento terapeutico, che sussiste quando si è in presenza di una terapia che appare sproporzionata rispetto ai suoi esiti. Certamente questo secondo aspetto si presenta in caso di fase terminale del malato, cioè quando è in atto un processo di morte.

La rinuncia alla terapia può essere frutto di una riflessione comune tra malato e medico. E’ da rilevare comunque la distinzione tra un piano oggettivo, in cui si evidenzia la sproporzione terapeutica rispetto ai risultati, e un piano soggettivo, in cui emerge l’autonomia decisionale del malato. In questo secondo caso, una teoria del diritto a morire si presenta come problematica, tra l’altro perché il consenso configura un’alleanza terapeutica che può comportare conseguenze in ambito medico consistenti essenzialmente in una deresponsabilizzazione del medico stesso, e in una caduta dell’attenzione verso il malato.

In questo senso, il soggettivismo potrebbe produrre effetti boomerang. Scendendo su un piano molto concreto, uno di questi effetti può concretizzarsi, per esempio, in una sorta di colpevolizzazione del malato, il soggetto debole del rapporto. Qui, la cura rischia di scadere in un qualcosa che viene concesso dietro richiesta, configurando neppure tanto sullo sfondo e neppure tanto implicitamente il prevalere di un’istanza economica sul diritto alla cura stessa. Detto in altre parole: meglio che il malato si tolga di mezzo per evitare altre spese. Una medicina aggressiva facilita l’esodo del malato e presuppone costi enormi. La solidarietà reciproca e duplice tra malato e medico diminuisce invece le richieste di morire, soprattutto perché il più grande problema del malato stesso è inconfutabilmente l’abbandono terapeutico. D’altra parte, una totale soggettivizzazione risulterebbe un onere enorme per il singolo.

Vanno anche messi a fuoco alcuni nodi giuridici.

Innanzitutto, il limite invalicabile all’ingerenza nella sfera fisico-corporale del malato non implica di per sé la sussistenza di un diritto soggettivo. Inoltre, la relazione medico-malato non può essere per la morte. Si pensi all’articolo 32 della Costituzione, dove è scritto che nessuno può essere sottoposto a un trattamento medico obbligatorio se non per legge. Si tratta di un articolo che regola la pretesa del potere di intervenire nella gestione della salute (e si tenga presente che i costituenti avevano di fronte l’esperienza dei lager nazisti). Ne consegue la ricerca di un punto di equilibrio, che deve essere trovato da un lato nel rifiuto dell’accanimento terapeutico, e dall’altro nel rigetto della relazione per la morte.

Si tratta di un quadro che ha a che vedere con la democrazia, vale a dire con la ricerca e messa a punto di regole democraticamente condivisibili. C’è materia di riflessione per la sinistra.  L’etica non è la palla al piede del moderno; al contrario, è una grande sfida per la democrazia. E’ un errore profondo ritenere che il solidarismo debba cedere all’individualismo. Si tratta, anzi, di definire alcuni elementi di solidarietà sociale vincolanti per l’individuo.

Un processo di evoluzione della cultura di sinistra non può essere svincolato da elementi di etica, presidio del diritto individuale e della stessa libertà della scienza.

 

STEFANO RODOTA’

In Inghilterra sembra che verrà autorizzata la vendita degli ovuli delle donne. Tra le varie reazioni seguite a questa notizia, non sono condivisibili quelle che l’hanno intesa sulla base di commenti positivi del tipo “sconfitta delle ipocrisie”, “bene della ricerca”, eccetera. Perché la vera questione è un’altra. La vera domanda che dobbiamo porci è questa: che cosa può e che cosa non può stare sul mercato. C’è unanimità fra i giuristi europei: il corpo e le sue parti non possono costituire oggetto di profitto (e non è un caso che l’Inghilterra non firmi la convenzione medica europea).

E’ evidente che in questa materia viene in primo piano il legame tra la libertà e la dignità. Qui il mercato trascura semplicemente un passaggio: la nuova stratificazione sociale che si configura in presenza di un commercio legale di parti del corpo. Una nuova divisione sociale tra produttori e consumatori di organi, i primi poveri, pressati a vendere, i secondi ricchi, in grado di comprare.  Quest’ultimi capaci di rifiutare “compensi” di mercato troppo bassi, gli altri impossibilitati a farlo, specie i più deboli, i non garantiti, i meno acculturati. Quella che si configura e una specie di cannibalizzazione tecnologica, dove i ricchi mangiano i poveri.

E’ libero il consenso alla vendita di un organo in presenza di uno stato di necessità? E’ meglio restare poveri o vendere un rene? Si tratta di mettere in gioco una riflessione sulla libertà che investe soprattutto le donne, considerate, con il prevalere della logica di mercato, alla stregua di contenitori di organi. Il mercato non è l’unica strada percorribile. Quella che comincia a emergere oggi è anzi un’economia del dono, che avanza nell’orizzonte di una crescita culturale in materia, che ha permesso anche in Italia l’aumento della donazione di organi.

In merito al diritto alla dignità del morire, si deve constatare, per esempio, che in Italia esistono pochi centri di medicina palliativa (è recente, peraltro, la chiusura del reparto di terapia del dolore dell’ospedale S.Raffaele di Milano, causa bassi profitti). Ma ecco un’altra questione concreta: non ci si sottrae ai rischi dell’abbandono del malato se si resta ancorati solo al piano del mercato. L’esempio degli USA, dove oltre quaranta milioni di cittadini non hanno alcuna forma di assistenza sanitaria, è lampante.

Quanto al nesso libertà-dignità - grande questione da rispettare e tutelare – si profila  una  grande responsabilità politica. E’ necessario, qualche considerazione riguardo all’articolo 32 della Costituzione. E’ stato certo scritto dopo l’esperienza dei lager nazisti, e però contiene un capovolgimento radicale. Dire che non si può mettere le mani sul corpo senza il consenso del paziente configura la nascita di un nuovo soggetto morale. Bisogna inoltre ricordare anche le parola di chiusura di tale articolo (sempre ignorate), che recitano: in nessun caso la legge può violare i limiti imposti dalla libertà personale, la quale è inviolabile. C’è un richiamo alla dichiarazione dell’habeas corpus, pronunciata dal sovrano nell’ XI secolo: non metteremo le mani su di te. Qui il corpo è definito come sfera intangibile. Dignita e libertà, dunque, si trovano in quel passaggio delicato che si prospetta anch’esso alla luce della Costituzione, questa volta in riferimento all’articolo 36, laddove si indica che la retribuzione del lavoro deve essere tale da consentire, appunto, una esistenza libera e dignitosa. Il salario, insomma, deve consentire la libertà, che a sua volta consente la dignità.



26 febbraio 2007

Maurizio Ferrera, Chiara Saraceno

Diritti sociali e welfare rinnovato

 

CHIARA SARACENO

Qualsiasi approccio all’idea di un welfare moderno e attuale non può non prendere atto che quello che si prospetta non è solo un problema di risorse e di riduzione di spesa: si tratta di riflettere, al contrario, sulla problematicità che vanno assumendo sia il cambiamento dei bisogni dei cittadini sia i conseguenti assetti degli attori istituzionali.

La teoria di Marshall, formulata a partire dal secondo dopoguerra, incardinava il rapporto tra cittadinanza e stato sociale intorno a tre punti chiave:

-       il lavoro remunerato

-       la famiglia

-       la nazione (intesa come entità dai confini ben definiti)

Bisogna chiedersi se questi veri e propri pilasti del welfare non siano per caso ormai incrinati, non ignorando, peraltro, i loro gravosi costi e quindi la loro perenne fragilità anche durante il cosiddetto periodo d’oro. Si deve rispondere che l’incrinatura è oggi evidente. La base di questa incrinatura può essere  certamente individuata nella contrazione e nel ridimensionamento del mercato del lavoro, indotti della generale flessibilità ora richiesta alla forza-lavoro, è ciò vale non solo per le donne, come è sempre stato storicamente, ma anche per gli uomini.

Però quella che si staglia con maggior evidenza è oggi la crisi del secondo pilasto, vale a dire la crisi della famiglia, soprattutto per effetto del generale invecchiamento della popolazione, almeno di quella del mondo occidentale. Si tratta certo di una grande conquista, dovuta al progresso della scienza e della tecnica, che tuttavia comporta anche una decisiva modifica dei bilanci demografici e delle relazioni stesse tra i cittadini. Emerge una figura di persona anziana – definibile come anziana-giovane - che diviene spesso la risorsa principale di molte famiglie, e in particolare della parte della famiglia costituita da quelli che potremmo definire anziani-anziani

Con l’allungamento della vita (e con il vistoso fenomeno della riduzione delle nascite) vengono in campo domande di cura del tutto impreviste fino a poco tempo fa. Dentro questo orizzonte la tenuta del welfare sembra sempre più affidata alle risorse familiari,  e questo proprio mentre si accentua l’instabilità della famiglia. D’altro canto, la crescita dell’occupazione femminile trasforma tutto il quadro dei bisogni di cura, contribuendo a produrre un aumento vistoso del mercato privato del lavoro di cura stesso. Insomma, la questione della cura si colloca oggi al centro della riforma del welfare. Va da sé che una tale questione si riflette immediatamente sul mercato del lavoro, evidenziando un problema di costi, ma anche di organizzazione  e di tempo.

Volendo indicare modelli di nuovo welfare, si tratterebbe allora di costruire reti di protezione che accompagnino il cittadino nel corso della vita, intesa come qualcosa di concreto e insieme flessibile. E anche di istituire una sorta di pacchetto di diritti, corredato di un diritto sociale di prelievo di questi diritti stessi    

       

MAURIZIO FERRERA

Il progetto di accompagnamento del cittadino lungo il corso della vita è un’idea del welfare cui bisogna rispondere positivamente. Tuttavia è necessario oggi mettere in rilievo  un nuovo fronte di vulnerabilità: la povertà dei bambini.

Se in termini percentuali la povertà sembra stabilizzata, bisogna sapere che attualmente è cambiato l’identikit dei poveri. Non si tratta più solo di persone anziane, tra le quali il tasso di povertà si aggira stabilmente intorno al 16%; quella che è cresciuta è la povertà fra i minori, i giovani al di sotto dei 18 anni. In questa fascia di persone la povertà tende a crescere: nell’anno 2003 era poco oltre il 20%, mentre oggi  è del 24%. In Italia, al contrario dei paesi nordici, c’è molta povertà minorile. Si tratta di un fenomeno nuovo, che si manifesta malgrado una vistosa diminuzione delle nascite. Questo fenomeno è particolarmente odioso in quanto colpisce i bambini, e certamente origina da una ingiustizia distributiva difficilmente occultabile.

A proposito di bambini, un certo filone di ricerca, che vede impegnati psicologi dell’età evolutiva, sociologi, e anche economisti, ha portato alla luce alcuni dati cruciali. E cioè, 1) che il periodo che corre dalla nascita fino all’età di 3-4 anni si mostra come importantissimo per l’acquisizione di competenze e di capacità relazionali e richiede una adeguata pedagogia; e inoltre, 2) che tra i bambini non adeguatamente seguiti risulta elevata la possibilità di abbandono scolastico, e si evidenzia una incapacità di sviluppare le competenze necessarie richieste dal nuovo mercato del lavoro. I bambini di questa fascia resteranno fuori dall’economia della conoscenza, e saranno dei “perdenti”. L’orizzonte in cui si inscrivono i risultati di tale ricerca è, insomma, il successo o l’insuccesso nel futuro mercato del lavoro.

Ne consegue che il maggior sforzo delle politiche pubbliche e degli investimenti sociali deve avere come obiettivo prioritario proprio questo terreno, e comporta altresì una correzione del walfare italiano, estraneo a un certo sistema di prestazioni familiari, come, per esempio, l’erogazione di assegni per tutti i bambini senza condizione alcuna (oggi, come si sa, le famiglie incapienti, che non dichiarano redditi, non godono di alcune prestazioni). Il welfare italiano, inoltre, manca di certi servizi per la prima infanzia che sono decisivi ai fini dello sviluppo dell’età evolutiva fino a 4 anni (per esempio, gli asili nido, che sono troppo pochi). E’ evidente che tali servizi sono essenziali in particolare per le famiglie più svantaggiate. Si deve affermare che su tutti questi temi il dibattito politico da noi è quasi latitante. Soprattutto sono insufficienti le risorse previste dalla recente finanziaria.

Resta da fare un’ultima notazione, riguardo a quello che Chiara Saraceno ha indicato come il terzo pilastro del welfare. Che ci sia un indebolimento della nazione, cioè dei confini nazionali, è palese, dato che la prospettiva del nuovo welfare non può che essere sovranazionale. Ad esempio, bisognerebbe portare avanti la proposta di una dote per ogni bambino europeo.

Comunque, si tratta di intendere l’Europa come una grande comunità in formazione, e non solo come un grande mercato. 





19 marzo

Valerio Onida,Gianfranco Pasquino

La democrazia e le sue trasformazioni

 

VALERIO ONIDA

Il monito allarmato riguardo all’attuale disaffezione generalizzata  verso la democrazia, che si trova subito all’inizio dell’ultimo libro di Paul Ginzborg, deve far riflettere.

Quello della democrazia è stato un tema radioso che ha attraversato un intero spaccato della storia recente, ma ora sembra aver perso la sua spinta propulsiva. La democrazia rappresentativa non è più, oggi, un “work in progress” come lo è stato nel Novecento, non è più un ideale da realizzare. Anzi, il cammino di tale “ideale democratico” sembra interrotto, pur essendo pervenuto alla realizzazione di  parziali ma importanti risultati, quali la crescita economica, l’allargamento dell’istruzione, lo sviluppo della comunicazione, e – non ultima – la formazione dei partiti di massa. Oggi siamo invece in una fase di regressione della democrazia, i cui tratti più insidiosi si intravedono soprattutto nell’astensione elettorale di sempre maggiori strati di cittadinanza, nella profonda crisi dei partiti, e nella separazione crescente tra politica e società. Altre conseguenze di questa crisi sono evidenti: per esempio, l’irruzione della politica-spettacolo che si manifesta sempre più come una forma dell’anti-politica; ma anche l’insorgenza dei particolarismi egoistici e dei localismi (la cosiddetta “sindrome Nimby”), in cui sembra venir travolta qualsiasi idea di interesse pubblico generale (si veda il rogo della tendopoli e la cacciata dei Rom a Opera, sud di Milano,: svalorizzavano il prezzo delle case e degli appartamenti).

In questo quadro emergono alcune forzature e alcune mitologie. E’  una forzatura considerare la legge sul sistema elettorale come panacea della crisi della democrazia, mentre diventa mitologica la cosiddetta “governabilità”. Ma si veda anche il dibattito annoso e specioso sul cosiddetto “bipolarismo”:  in una forma elettorale bipolare, si tratta di scegliere cosa, o  tra chi?  Di fatto, i sistemi elettorali rischiano di contraddire lo scopo per cui sono stati ideati. Si veda la legge italiana attualmente vigente (inventata dall’odontotecnico Calderoli!): essa rappresenta un colpo finale allo scopo elettorale. Come è noto, questa legge impedisce ai cittadini una autentica scelta, avendo abolito ogni preferenza e avendo consegnato un potere totale alle segreterie di partiti nella nomina dei candidati. In questo senso anche il bipolarismo si carica di valenze mitologiche e ideologiche, finendo per costituire un ostacolo all’esercizio pieno della democrazia con il limitare la scelta a due sole opzioni: o di qua, o di là.

E’ da chiedersi: si rispecchia in questo modo la volontà degli elettori? Guardando al caso dell’Inghilterra, ad esempio, dove il gioco si svolge sempre tra laburisti e conservatori, non si può dimenticare che i liberali, forti di circa il 23 % dei consensi, sono irrisoriamente rappresentati nel parlamento di Londra. Il modello degli Usa, tipicamente presidenzialista, ci indica, tra l’altro,  la direzione verso cui si muovono le proposte di premierato forte che emergono anche da noi: si tratta di una volontà di condizionamento della forma parlamentare. In pratica, la scelta del premierato forte implica una volontà di eliminare la capacità decisionale del parlamento. Così la democrazia si riduce alla scelta quinquennale di un nome. E’ questo un modi di perseguire la governabilità o di impoverirla?

 

GIANFRANCO PASQUINO

In tema di democrazia, si possono prospettare due modi di approccio. Il primo  punta l’attenzione sullo sviluppo della democrazia  seguendo il cammino dei diritti sociali, non ignorando le eccezioni come quelle rappresentate dall’Inghilterra e dagli USA. Il secondo ha di mira soprattutto le tecniche, le istituzioni, e gli ideali. Intanto bisogna affermare che non si può spegnere la parte ideale della democrazia, che risiede soprattutto nel potere di partecipazione incisiva del popolo alle vicende democratiche. E si deve tener conto, inoltre, che la democrazia – per rifarsi al celebre discorso di Pericle -  impone diritti e doveri ai governanti ma anche ai governati.

E’ evidente che sussiste uno stacco tra  democrazia ideale e democrazia reale, e tuttavia l’approccio democratico non ha inaridito la sua linfa vitale, se si pensa al suo fondamento, cosi ben incarnato nel pensiero di Abramo Lincoln, che intendeva la democrazia come qualcosa che viene dal popolo, che è del popolo, e che è per il popolo.

In tema della partecipazione, non si può dimenticare che oggi, nell’era di Internet, anche l’astensione, il non-voto, deve essere considerato un diritto. Quanto ai sistemi elettorali, si tenga presente che essi si rifanno a due teorie squisitamente mitteleuropee. La prima, che risale a Schumpeter, prevede un sistema bipolare, maggioritario, e essenzialmente fondato sul governo delle élites; la seconda, che risale a Kelsen, prevede la presenza dei partiti di massa, è proporzionalista, parlamentarista, e anti-presidenzialista. Tra le due è francamente difficile scegliere. Si tenga presente, comunque, che le élites (bipolariste e maggioritarie), una volta vinte le elezioni, vogliono rivincerle, e per questo fanno di tutto per riconquistare i propri elettori, e naturalmente per conquistare anche gli elettori degli avversari. Nelle coalizioni, invece, avviene spesso il gioco dello scaricabarile, cioè la tendenza a indicare nell’eventuale alleato il responsabile delle promesse elettorali mancate.

Si deve dire, da ultimo, che il bipolarismo (non quello italiano, purtroppo) è in movimento nel mondo. Del resto, nel mondo d’oggi la democrazia si allarga, e i cittadini sono molto più critici di un tempo. Il vero nemico è piuttosto la teocrazia



16 aprile 2007

Enzo Balboni, Gian Enrico Rusconi

Religione e politica: processi mondiali e problemi italiani

 

ENZO BALBONI

Iniziando con qualche elemento definitorio riguardo alla religione, possiamo intanto dire cosa la religione non è.

Non è ciò che viene inteso con la  parola religio, che si incontra per la prima volta nel “De rerum natura” di Lucrezio, e che rimanda piuttosto all’idea di superstizione; e non è neppure un percorso obliquo attraverso il quale far passare le pratiche del consenso. Allora la religione è forse la manifestazione di una fede. in tal caso bisognerebbe fornire una definizione della fede. Secondo Papa Ratzinger - il teologo Ratzinger - la fede è inscindibile dalla ragione. Di più: la fede aiuta la ragione. Su questo  nesso fede-ragione si sostanzia la dottrina sociale della chiesa. Non si tratta di esercitare  un potere sullo Stato, e neppure di imporre idee religiose allo Stato. La politica, infatti, deve essere intesa come un pensare e un agire tutti insieme: così, almeno, la concepiva Don Milani.

Negli attuali processi mondiali possiamo distinguere due dinamiche principali:

1)   La secolarizzazione, vale a dire un affrancamento della politica dal cristianesimo. In questo senso possiamo intendere lo stato di diritto come fattore di secolarizzazione.

2)   La globalizzazione, vale a dire, un dominio dell’economia e della finanza (che si traduce essenzialmente  in un aumento delle disuguaglianze sociali).

In Italia, la prima di queste dinamiche – vero segno dei tempi - si manifesta attraverso un dibattito intorno alla laicità dello Stato in cui spesso emergono polemiche sopra le righe e artatamente costruite. Su questo terreno è da accogliere il documento sottoscritto da 60 deputati della Margherita sul tema dell’identità cattolica e del partito dei cattolici. Quel documento prende posizione sul carattere laico e secolare dello Stato. Si tratta di questioni cruciali: come affermava La Pira, lo Stato deve essere e restare la cosa di tutti.

D’altra parte, sul tema laicità-religione si prenda la sentenza della Corte Costituzionale: laicità non è indifferenza verso le religioni, ma affermazione della libertà di religione. In questa luce, ad esempio, bisognerebbe rivedere tutte le polemiche di qualche tempo fa intorno ai crocefissi esposti nelle aule scolastiche. Quella sentenza della magistratura ordinaria che intende il crocefisso come simbolo culturale e non religioso, in questo senso appare fuori asse. Un cristiano degno del nome, peraltro, dovrebbe essere favorevole alla rimozione del crocefisso qualora anche una sola persona ne contestasse l’esposizione, perché se esso viene posto sui muri solo in base a un sopravvissuto e anacronistico regio decreto degli anni Trenta, si svilisce e si svuota del suo profondo contenuto simbolico.

La laicità è da intendere quindi come un tessuto comune di valori condivisi. Non ci deve essere nessuna strumentalità, sul modello di quella praticata dai cosiddetti “teocon”, nell’affermazione dell’identità cristiana. Costoro strumentalizzano i valori cristiani ai fini privati e di parte. Da noi, come è noto, alcuni si dichiarano “atei devoti”: una definizione che, in verità, sembra una nuova versione dell’oppio dei popoli.     

 

GIAN ENRICO RUSCONI

Tutti oggi si dichiarano laici, tuttavia intendendo la laicità secondo sottilissime distinzioni. 

Cominciamo con una domanda: Dio è trendy? Stando al gran numero di volte in cui Dio è citato, a proposito o a sproposito, sembrerebbe proprio di sì. Invece bisognerebbe non abusare del nome di Dio in particolare nel discorso pubblico. Il che non significa invocare restrizioni in merito, ma distinguere tra sfera pubblica che riguarda tutti, e discorso pubblico, che riguarda la decisione politica.

A proposito di discorso pubblico, bisogna dire che in esso vengono spesso dissimulate  istanze che appartengono alla dimensione religiosa.  Per il laico, Dio e èthos sono sfere separate. Il laico si comporta come se Dio non esistesse: etsi Deus non daretur. In tema di natura umana, Dio non può essere un’autorità. Su questo terreno serpeggiano equivoci sottili e sottintesi di natura religiosa che fungono da sostituti di un’autorità insussistente. Senza di essi, appunto, la chiesa non potrebbe esercitare nessuna autorità, per esempio sul terreno delle nuove tecnologie, e in particolare delle biotecnologie.

Tutti laici, dunque, però parecchio confusi. Incapaci di comunicare i valori laici e non solo quelli religiosi, tanto che  appare ormai necessario rinnovare la struttura stessa della comunicazione laica. La laicità deve essere intesa come forma di autonomia della persona, e l’èthos pubblico deve essere considerato  come sinonimo di cittadinanza.

E’ chiaro che tra visione laica e visione religiosa sussistono differenze insuperabili, specie sui temi della vita, della morte, dello spirito, eccetera. E’ necessario, naturalmente, un piano di convivenza. Il laico, al contrario del credente, non parla di verità. In tema di natura umana, si deve affermare che essa – la natura umana – è profondamente laica. Che la si intenda come bìos oppure come phýsis, essa va studiata in quanto congruente con i valori laici. Forse non sappiamo cos’è l’uomo, ma certo sappiamo cos’è il cittadino.

Tornando al concetto di autonomia, esso deve essere inteso come rispetto delle ragioni degli altri. Tanto più in una fase in cui sembra venuta meno la distinzione tra pubblico e privato. Una fase caratterizzata da un intreccio di secolarismo e post-secolarismo. Se il processo di secolarizzazione, cioè di separazione tra Stato e Chiesa,  si è affermato nel corso degli eventi storici, oggi stiamo assistendo  a un ritorno della religione nella sfera pubblica, come fossimo ormai nell’era della post-secolarizzazione. Con grande impoverimento, tra l’altro, dei fondamenti e delle ragioni della stessa teologia.

Se i cattolici rivendicano a sé l’èthos, si profila un pericolo per la democrazia. Kelsen diceva: niente religione nella democrazia. Oggi certo siamo in un altro momento storico. Con la secolarizzazione, il credente accetta la dialettica democratica. E tuttavia, in profondità, mantiene radicata la convinzione che sul piano morale contino solo i valori cristiani. E poiché lo Stato non può garantire il fondamento dei  presupposti normativi (cioè non è depositario di una verità rivelata), il credente si mantiene nella convinzione che solo la religione con i suoi valori può garantire tali presupposti.

E’ sulla base di questo sottile sfondo che la laicità oggi viene sfidata in forme nuove. Il laico deve allora diventare competente in teologia.





Lunedì 7 maggio 2007

Alessandro Colombo, Danilo Zolo

Il mondo globalizzato: diritto internazionale e multilateralismo

 

DANILO ZOLO

In riferimento al termine “globalizzazione”, il titolo stesso di questa conferenza dovrebbe essere criticato. Mondo globalizzato, diritto internazionale, multilateralismo: si tratta di cose evanescenti, di cose che non esistono. Esiste, sì, un processo di globalizzazione, ma non un mondo globalizzato, inteso come unificato e ugualitario. Si tratta semmai di nominalismi fioriti nella retorica del “villaggio globale”. Infatti, i soli settori investiti dalla cosiddetta globalizzazione sono l’economia, la politica militare e le comunicazioni di massa.

Riguardo all’economia, si è verificato negli ultimi anni un enorme incremento della produzione, che però ha comportato una crescente polarizzazione nella distribuzione della ricchezza. Il 20% della ricchezza mondiale, che fino a pochi anni fa era nelle mani dell’8% della popolazione, oggi è nelle mani dell’1%. Si tratta di un fenomeno grave e crescente, che si verifica di pari passo con una veloce concentrazione del potere politico-militare nelle mani di un solo paese, gli Usa. Al centro di tali processi sono, appunto, gli Stati Uniti d’America, che ormai hanno pressocchè il monopolio del potere militare e informatico. Le basi militari Usa nel mondo sono ormai 850, mentre l’investimento nella spesa militare è aumentato rapidamente di 20 volte.

E’ in atto, peraltro, un disegno avanzato di militarizzazione dello spazio. Per utilizzare la terminologia messa in campo da Impero di Michael Hardt e Toni Negri - un libro per molti versi criticabile, e tuttavia ben noto e diffuso - siamo alla “costituzione imperiale del mondo”: un processo nella cui drammatica luce gli Usa appaiono “legibus soluti”, mentre tutte le grandi istituzioni mondiali vengono subordinate al cosiddetto “Washington consensus”. Il potere di veto degli Usa al consiglio di Sicurezza dell’ONU viene ormai esercitato in forma permanente, tanto da mostrare inconfutabilmente ciò che gli Usa stessi pensano di tale organismo: che è troppo democratico. Coerentemente, il governo americano dice NO al trattato di Tokyo, alla Corte Penale Internazionale, alla chiamata in giudizio dei suoi militari in un qualsiasi paese che non siano gli Usa. Istituisce, piuttosto, tribunali penali ad hoc,  cioè a misura delle proprie esigenze di potere. In questo quadro, parlare di multilateralismo si rivela un pio desiderio, tanto più che la stessa gerarchia dei problemi internazionali è decisa dal governo americano.

 

Veniamo al caso della guerra. Si è passati da una pratica di guerra regolata da un diritto, alla guerra globale unilaterale, monoteista, ideologica e manichea, dove il bene e il male si contrappongono in modo assoluto. Qualsiasi vago concetto di “guerra giusta” è scomparso. Anzi, l’uso della forza viene giustificato – ovvero considerato “giusto” – in base allo scopo di diffondere e imporre al mondo i valori occidentali, e viene praticato in forma asimmetrica e ineguale, tanto che si potrebbe nominarlo solo con il  ricorso a una sorta di “modello Hiroshima”.     

Si può ormai stilare una casistica delle  principali guerre a partire dall’ultimo decennio del secolo passato:

- la prima guerra in Iraq, cosiddetta “Desert Storm”, giustificata post festum dall’ONU. Essa ha rappresentato il più grande trauma per l’Islam, che ha “scoperto” la sua perenne incapacità di resistere all’Occidente.

- la guerra del Kossovo, voluta anche dalla sinistra italiana. Guerra illegittima e totalmente al di là della Carta dell’ONU. Guerra che nega il principio di non ingerenza negli affari di uno stato sovrano.

- la guerra in Afghanistan. Essa rappresenta una lesione profonda del diritto internazionale, in quanto scatenata in assenza di ogni prova del coinvolgimento afgano nell’attacco alle Torri Gemelle di New York. 

- la seconda guerra in Iraq, quella attuale. Nella violazione del diritto internazionale,  essa rappresenta l’acmè. Di più: essa costituisce l’atto di nascita di quella che si tenta di imporre al mondo come liceità della guerra preventiva, vale a dire senza nessuno scopo di difesa.

A proposito di quest’ultimo punto, è necessario affermare che il ricorso al terrorismo come giustificazione rappresenta una motivazione fasulla e falsa, dalla quale discende un’immagine altrettanto falsa del terrorismo stesso. Il terrorismo viene inteso eclusivamente come reazione fanatica, mentre invece esso rivela una visione strategica, per quanto tragica.

In ultima istanza, lo schema attuale è questo: evanescenza del diritto internazionale, violazione della carta dell’ONU, impossibilità di riforma dell’ONU stessa, violazione della Convenzione di Ginevra. La più clamorosa conferma di un tale quadro è rappresentata dal fallimento del Tribunale Internazionale (e di Carla del Ponte e  Moreno Ocampo con esso).

 

ALESSANDRO COLOMBO

Il “multilateralismo” è una parola-simbolo dell’Europa – in contrasto con gli Usa – e della sinistra europea in generale, però bisognerebbe intenderlo al plurale, cioè con un preciso riferimento all’ONU, all’ UE, al WTO, alla NATO. Si tratta di istituzioni tutte in crisi, il che sta a significare crisi radicale del multilateralismo stesso, dove tutto frana e crolla.

Sostenere che la causa di tale crisi vada individuata nell’avvento di George Bush alla presidenza degli Usa costituisce certo qualcosa di vero e rappresenta una visione comune,  ma si tratta di un giudizio non sufficiente. La crisi del multilateralismo non può essere attribuita solo all’inquilino della Casa Bianca, anzi, è impossibile negare che le istituzioni multilaterali fossero in crisi già prima di Bush junior. La crisi dell’ONU si accentua con la guerra nella ex Jugoslavia, quella dell’UE non riguarda gli Usa ma l’Europa in sé, e anche quella della nato viene alla luce malgrado la volontà degli statunitensi.

Sarebbe il caso di indagare intorno alle ragioni di questa crisi, mettendone in evidenza i fattori principali, che sono i seguenti:

-       obsolescenza delle istituzioni multilaterali, sorte in un contesto storico diverso da quello attuale; un contesto che si presentava stabile e permanente, mentre ora non lo è più

-       tensione strutturale con la distribuzione del potere, che oggi è concentrato nelle mani degli Usa, sfavorevoli a qualsiasi multilateralismo. Si tratta di un conflitto strutturale tra ONU e Usa proprio su questioni che dovrebbero essere intese come multilaterali (domandiamoci chi ha il diritto di definire il terrorismo)

-       tensione tra il quadro multilaterale ereditato e i principi di legittimità più recenti, in particolare il principio della democrazia (domandiamoci chi ha il diritto di parlare a nome della comunità internazionale).

Dalla guerra del Kossovo in avanti è entrata in scena una clausola, fondata sull’illegittimità stessa di quella guerra, che appare destinata a sfasciare ogni contesto multilaterale. In base a tale clausola, non si può condurre alcun negoziato né con i palestinesi, né con gli Hezbollah, e neppure con Siria e Iran.     

 

Come già affermato, l’esistenza di un mondo globale è illusoria. E’ certo globale l’economia, come è globale la sfera tecno-comunicativa, ma non è affatto  cresciuta una globalizzazione delle relazioni politiche. In realtà, il secolo della globalizzazione compiuta sul piano politico è stato il Novecento, che ha visto Usa e Urss come attori globali che operavano ovunque con le loro alleanze (NATO e Patto di Varsavia), e imponevano, appunto, una subordinazione dei conflitti locali al globale. Il Novecento è stato il secolo delle grandi ideologie globali in conflitto. Ora, invece, domina il “pensiero unico” made in Usa.

Oggi, con la sua presenza in Afghanistan, la NATO si gioca la sopravvivenza, in uno scenario in cui solo gli Usa si affermano “globali”, al contrario dell’UE. Come fattore di unificazione globale, la grande narrazione giocata sul terrorismo ha fallito. C’è un richiamo all’universalità, ma c’è anche una inaccettabile scomposizione dei linguaggi.

Le conseguenze si mostrano piuttosto pesanti. Si può constatare una divaricazione crescente delle prospettive, mentre aumentano enormemente le differenze di potere sul piano regionale (che prima non contavano per via della guerra fredda).  Ed è proprio l’emergere di tali differenze che entra in conflitto con l’universalità del “vecchio” tessuto multilaterale.  





21 maggio 2007

Fulvio Papi, Salvatore Veca

Esiste ancora l’idea di progresso?

 

FULVIO PAPI

In quest’era della precarietà, dell’insicurezza e del rischio, proviamo a interrogarci sulle origini dell’idea di “progresso”, che esprime un certo sentimento della vita indubbiamente legato all’immagine dell’Occidente. Essa nasce prima della stessa idea di civiltà, che si forma solo agli inizi dell’Ottocento. La sua pensabilità, peraltro, si rende possibile appena un po’ dopo la scoperta dell’America. Lo testimonia il dibattito sull’appartenenza (o non appartenenza) degli indigeni americani al genere umano che si svolge nel ‘500 in Europa. In quel dibattito c’era chi considerava gli indigeni non uomini, chi li considerava uomini come tutti gli altri, e chi infine sosteneva che fossero, sì, uomini, ma che la loro umanità - per così dire - si sarebbe manifestata col tempo (beninteso, attraverso il progressivo avvicinamento alla civiltà).

E’ nel ‘700, in ogni caso, che la pensabilità dell’idea di progresso diventa qualcosa di comune nella cultura europea. Si possono distinguere due  correnti, o linee di pensiero:

- la linea inglese, che origina in Bacone, e  comprende Locke, Smith e Ricardo, in cui l’idea del progresso è intesa soprattutto come sviluppo economico e sociale;

la linea francese, in cui la medesima idea è intesa soprattutto nel senso dell’arricchimento culturale (si pensi a Condorcet), quindi dello sviluppo della conoscenza, delle leggi, della scrittura, della stampa, eccetera.

Va da sé che questi due filoni si influenzano l’un l’altro, e alla fine si fondono. Così l’idea del progresso diviene, per così dire, maggioritaria poggiando su alcuni elementi cruciali, quali lo sviluppo delle forze produttive, l’avanzata della scienza e della tecnica, e - non ultima - l’espansione della felicità pubblica (quest’ultima certo non misurabile con i criteri della ragione economico-strumentale). Si tratta di una visione del progresso come di un processo naturale, certo e irreversibile.

Già allora, naturalmente, esistevano posizioni di critica e perfino di rigetto dell’idea stessa, che tuttavia rimanevano minoritarie (è ben noto il caso di Leopardi, con la sua amara ironia sulle “magnifiche sorti e progressive”). Nondimeno il punto di vista critico si approfondisce soprattutto quando arriva a mettere in luce la grande genericità dell’idea, rivendicando un ancoraggio specifico dell’analisi. Per esempio, quando si parla del progresso della classe operaia inglese, non si può disgiungerlo dal contemporaneo regresso delle colonie. Di fatto irrompono nel pensiero progressista i concetti di limite e di relatività .

Oggi il limite dell’idea di progresso appare del tutto evidente nell’immagine del globale, cioè nel processo di globalizzazione. Il progresso non riguarda per nulla larghissime zone del pianeta, dove  addirittura il termine stesso - “progresso” - non è neppure traducibile, e dove perfino parole per noi consuete come “conflitto”, “solitudine”, “dominio”, hanno poco senso. Noi viviamo il mondo circostante (Umwelt) come esperienza, e i nostri giudizi non possono che essere relativi. Ogni idea assoluta e totalizzante finisce invece per produrre gravi contraddizioni.

Come se ne esce? Innanzitutto rigettando le favole tecnologiche, quelle che promettono la salvezza per tutti. Contro l’assolutismo tecnocratico è bene ricordare che il pensabile non è il possibile. Si tratta di affrontare i problemi alla nostra portata, avendo consapevolezza, semmai, che proprio di qui - dall’incapacità di affrontare i problemi - si origina la cosiddetta crisi della politica.

 

SALVATORE VECA

Dobbiamo essere capaci di traghettare qualcosa alle nuove generazioni, e però si tratta di capire che cosa. In tema di idea del progresso, sono da riprendere tutti i punti messi in gioco da Fulvio Papi, aggiungendo tuttavia che si potrebbe considerare il progresso non in sé, ma come un giudizio rispetto a qualche cosa.

E’ bene, giunti a questo punto, gettare un occhio sugli incontri passati.

Si inizia con una discussione tra Massimo Salvadori e Michele Salvati sul tema dell’eredità della sinistra, dove uno sguardo viene altresì indirizzato (soprattutto da Salvadori) sull’attualità della questione sociale, riproposta in dimensioni globali. Si può constatare fin da questo primo incontro un certo schema metodologico, che consiste sia  in un approccio descrittivo, sia in una rilevazione di linee normative, cui non mancano, naturalmente, momenti di valutazione e di giudizio. Tale metodo appare chiaro nella discussione tra Luciano Eusebi e Stefano Rodotà sul tema della libertà e dignità della persona, così come in tutte le discussioni seguenti: Maurizio Ferrara e Chiara Saraceno sul tema dei diritti sociali e del welfare, Valerio Onida e Gianfranco Pasquino sulle trasformazioni della democrazia, Enzo Balboni e Gian Enrico Rusconi su religione e politica, Alessandro Colombo e Danilo Zolo su globalizzazione, diritto internazionale e multilateralismo, per arrivare, infine, alla relazione di Carmen Leccardi su differenza e differenze di genere.

E’ bene, quindi, interrogarsi sull’idea del progresso seguendo lo stesso metodo degli incontri. E’ così che ci si può imbattere nell’assolutizzazione dell’idea, nell’Idea che diventa Assoluto tra ‘700 e ‘800 (va da sé: qui entra in gioco Hegel). Il programma scientifico di Marx è inscritto in questo spirito del tempo: sviluppo delle forze produttive, teorie delle soglie e degli stadi, teleologia e filosofia della storia.

Tutta questa visione vacilla nella seconda metà del ‘900. Crolla l’idea dello sviluppo progressivo e lineare, sorgono domande sul mutamento, sul fondamento dello sviluppo stesso, e ci si interroga sulla crisi del sapere scientifico. Si incrina quella visione che giudica ex post come positiva  ogni nuova teoria. Una visione che, peraltro, richiama immediatamente un giudizio positivo su ogni nuova tecnologia (ogni tecnologia deve intendersi come superata e resa obsoleta da una tecnologia superiore).

Oggi si potrebbe assumere un atteggiamento mediante il quale l’idea del progresso risulti, per così dire, bilanciata. Si tratta di guardare alla distanza dal male, e non a una meta oppure a un bene,  intesi come un

a priori. Guardare, cioè, al progresso come distanza dal passato, non come una meta futura. Certamente sussiste una difficoltà del pensiero filosofico nell’affrontare la crisi dell’idea del progresso: esso si pone come esterno al giudizio, come non partecipante, ma così rinuncia al giudizio stesso.   





4 giugno 2007

Enrica Chiappero Martinetti, Riccardo Petrella

L’ambiente come bene comune

 

MARTINETTI

L’economia - quella che è stata chiamata la “scienza triste” - raramente si interessa di tematiche  ambientali.  Perciò un economista non particolarmente specializzato in tali tematiche che voglia allargare lo sguardo non può che occuparsi di cifre e di elementi statistici: non per allineare dati aridi, ma per cercare di mettere a fuoco i valorì che essi sottendono e in questo modo cogliere la complessità dei problemi globali.

Innanzitutto si tratta di mettere in risalto le profonde diseguaglianze nella distribuzione delle risorse, sia umane, sia naturali, sia economiche. Quanto alle risorse umane, il dato che balza all’occhio è la grande crescita della popolazione mondiale. Una crescita disomogenea, che si distribuisce in modo asimmetrico e si concentra soprattutto in Asia. E’ da chiedersi se si tratta di un problema. Per alcuni lo è, per altri no. Intanto però tale crescita produce una forte urbanizzazione che non può non avere gravi ricadute sull’ambiente. Al contrario di quello che avveniva nell’Ottocento, le maggiori concentrazioni urbane si verificano soprattutto nei paesi più poveri, dove le risorse sono più scarse. Si può calcolare che circa 900 milioni di persone vivono negli slum delle grandi metropoli.

Dando uno sguardo alla dinamica demografica, si può dire che nei paesi più longevi, quelli in cui si vive mediamente 80 anni, con una bassa mortalità infantile (e una natalità altrettanto bassa), la qualità della vita sia mediamente buona. Ma nei paesi cosiddetti in via di sviluppo l’aspettativa di vita è di 65 anni,  mentre nei paesi poveri scende a 52. In Africa, poi, l’aspettativa di vita in un solo decennio è scesa da 45  a 35 anni, soprattutto a causa della diffusione dell’AIDS (e della relativa mancanza di farmaci). Altro dato drammatico rispetto all’Africa: muoino 145 bambini su 1000 nati.

Circa le risorse naturali, la cui distribuzione sul pianeta è diseguale, si deve innanzitutto mettere l’accento sul loro depauperamento progressivo, come viene evidenziato da un indice di impatto legato a gli stili di vita. Per esempio, per l’italiano medio l’impatto è di 3,11 ettari di territorio a persona, contro 0,8 - 1 ettaro disponibile.  D’altra parte, si importano grandi quantità di risorse a basso costo dal Terzo mondo, la cui povertà risulta evidentemente funzionale per l’Occidente. Ed è assolutamente innegabile il nostro iperconsumo di carta e combustibili fossili e la nostra iperproduzione di spazzatura. Rispetto a tale indice, sarebbe necessario ridurre del 75% i consumi, pena una drastica riduzione futura delle risorse naturali.

Passiamo alle risorse economiche. In base a i dati ONU, 1.200.000.000  persone vivono con meno di 1 dollaro al giorno, mentre le 225 persone più ricche hanno un reddito pari al PIL dei 12 paesi più poveri. Dati della Banca Mondiale: in Sudafrica la mortalità di un bambino nero povero è di 7 volte maggiore rispetto a quella di un bambino di famiglia agiata o del ceto medio; lo stesso bambino ha la possibilità di frequentare 1 solo anno di scuola mentre l’altro bambino ne può frequentare 12. Non si prevedono cambiamenti di una tale situazione nel corso degli anni.

 

L’insostenibilità del modello di sviluppo appare del tutto evidente. Invece, nessuno si sofferma su queste cifre, nemmeno gli addetti a i lavori, tra i quali peraltro non c’è accordo sull’interpretazione dei dati. Per alcuni economisti tutte queste enormi disuguaglianze sono necessarie, anzi, sono positive in quanto stimolano lo sviluppo. Ma nessuno può garantire che tutti beneficino di tale sviluppo. La Cina, per esempio, cresce del 10% all’anno, ma con effetti devastanti di sfruttamento. La cecità dell’economia politica  è sotto gli occhi di tutti. L’economia politica non parla quasi mai dei valori sottesi ai numeri, anzi, li ignora - non importa con quali conseguenze - e semmai li lascia ai filosofi. In realtà, bisognerebbe confrontarsi tra le varie discipline. Si tratta, certo, di prospettare uno sviluppo sostenibile, ma che sia tale anche sul piano sociale, come sostiene Martyal Sen. Si tratta, cioè, di coniugare fatti e valori per orientare i fatti. E bisogna dire che in questo senso la globalizzazione ha aperto lo sguardo sui problemi mondiali.

 

PETRELLA

Intanto si può cominciare a dire che la sinistra non ha più nessuna cultura politica. Detto in altre parole, la cultura della sinistra è tutta da reinventare. E’ questa un’affermazione dura, che però può essere dimostrata partendo da un discorso introrno alle tematiche ambientaliste.

In merito a queste tematiche, ormai assolutamente pressanti, è il caso di porsi alcune domande:

1)   Cosa emerge, in generale, quando si parla di ambiente?

2)   Cosa proprongono i detentori del potere (che in realtà dovrebbero essere i cittadini stessi)?

3)   Cosa dobbiamo fare noi tutti, in quanto cittadini?

Cerchiamo di dare qualche risposta a queste domande. Cominciamo naturalmente dalla prima. Innanzitutto non possiamo non rilevare il fallimento delle classi dirigenti in tema di ambiente. La Terra è stata ed è un terreno di lotte per il dominio (inteso come dominio dell’insieme dei suoi beni: si pensi solo alle guerre per l’acqua, di cui parlano solo i potenti): guerre condotte non in nome dell’interesse generale, ma in vista del profitto e dell’affermazione di potenza. Su questo terreno, le classi dirigenti, capaci solo di accordarsi sulle politiche securitarie,  alla fine si sono delegittimate da sole. Un illustre politilogo come Giovanni Sartori – ad esempio – non riesce a proprorre nessun’altra analisi sulle cause del depauperamento del pianeta all’infuori di questa: siamo in troppi sulla Terra, e le risorse non bastano. Le cifre, però, dicono questo: che il 20% degli abitanti della Terra consuma l’88% delle risorse.

In secondo luogo, di fronte alla crisi ambientale il fallimento del sistema capitalistico appare clamorosamente. Il capitalismo investe e specula su beni rari e non abbondanti. Il minimo che si può dire è che non abbia gestito bene la rarità. Alcuni esempi: le acque del Po stanno diventando pericolosamente esigue, quelle del Colorado non arrivano più al mare, le foreste primarie stanno sparendo. Tutto si sta rerefacendo. L’acqua, infatti, è ormai rara, sempre più rara. Il dilemma fondamentale del capitalismo si gioca tra la sostenibilità e il benessere  dell’Occidente: come è possibile coniugarli, tanto più se si aggiungono la Cina e l’India? L’Occidente sostiene: non si può trornare indietro negli stitli di vita (vedi gli USA), non si negozia nel quadro del capitalismo vincente, quindi non si può cambiare il modo di vita basato sul consumo. Rispetto a questo discorso - scontato dal punto di vista del modello capitalistico - la sinistra sembra non abbia nessuna alternativa da opporre. Quanto al consumo distruttivo delle risorse, basta dare uno sguardo a qualche dato esemplare sul consumo di acqua. Ogni singola persona consuma ogni giorno mediamente 300 litri d’acqua in Italia, 400 in Canada, 500 a Milano, 800 negli Stati Uniti.

Il capitalismo ha mercificato la vita, cioè ha ridotto ogni forma di vita allo stato di merce. I geni umani sono in vendita. Il territorio è merce, come lo sono l’acqua e l’energia, ma anche il sole e il vento (acquedotti privatizzati, pannelli solari, tralicci eolici, eccetera). Di fronte a un tale processo di mercificazione, si verifca ormai una forma di abdicazione etica generalizzata. Basti pensare alla piaga della povertà nel mondo e a ciò su cui tutti i capi di stato sono concordi: non si può diminuirla.

Veniamo alla seconda domanda: cosa propongono i potenti. Propongono l’innovazione tecnologica per aumentare la produttività, l’efficienza energetica, il dissalamento dell’acqua marina, e quant’altro. Però si tratta, sì, di innovazione, ma solo se competitiva. Quindi la scienza e la conoscenza devono essere al servizio della competitività. E’ questo il fondamento della sedicente economia della conoscenza,  che è ormai divenuta il paradigma centrale dell’Unione Europea: innovazione per la crescita (alla decrescita non ci pensano neppure, anzi, la deridono). Tutto il potere alla teocrazia: ecco una delle risposte dei potenti. Investo quindi comando. Ma c’è anche un altro tipo di risposta: il capitalismo verde. Meglio vendere ecologico: presto renderà di più del non-ecologico (si veda il caso delle automobili).

E infine la terza domanda: cosa devono fare i cittadini. Essi devono rivendicare il diritto alla vita per tutti - per me e per gli altri, nessuno escluso – come primo principio ecologico. Lottare significa testimoniare l’affermazione della cittadinanza. Si tratta di inventare le nuove regole dell oikos, della casa, vale a dire dell’economia. In una parola: l’ambiente è un bene comune. I costi dell’ambiente, quindi dei beni essenziali per la vita, devono essere coperti dalla collettività (rifiutando la teria dell’utilità marginale). E’ necessario ricostruire un’architettura politica mondiale fondata su nuove regole che superino l’assenza di leggi attuale (per esempio, dicendo no all’autocertificazione delle regole stesse).

Bisogna buttare a mare l’Unione Europea che ha prodotto lo stato attuale delle cose. Serve una nuova Costituzione europea.              

 
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