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Le nuove frontiere della libertà e della dignità della persona





Lunedì 19 febbraio 2007

 

Luciano Eusebi, Stefano Rodotà

Le nuove frontiere della libertà e dignità della persona

 

 

LUCIANO EUSEBI

 

Si può cominciare da quel tema divenuto bruciante in tempi recenti che è il diritto di morire, mettendone in rilievo, ad esempio, due nodi sostanziali.

In primo luogo, il diritto del malato di non soffrire. Si tratta, di un diritto avulso dalla qualità dell’uomo - dalla sua condizione, status, cultura, eccetera - che in questo senso si configura anche come diritto alla dignità, intesa, appunto, in termini sostanziali. In secondo luogo, il rifiuto dell’accanimento terapeutico, che sussiste quando si è in presenza di una terapia che appare sproporzionata rispetto ai suoi esiti. Certamente questo secondo aspetto si presenta in caso di fase terminale del malato, cioè quando è in atto un processo di morte.

La rinuncia alla terapia può essere frutto di una riflessione comune tra malato e medico. E’ da rilevare comunque la distinzione tra un piano oggettivo, in cui si evidenzia la sproporzione terapeutica rispetto ai risultati, e un piano soggettivo, in cui emerge l’autonomia decisionale del malato. In questo secondo caso, una teoria del diritto a morire si presenta come problematica, tra l’altro perché il consenso configura un’alleanza terapeutica che può comportare conseguenze in ambito medico consistenti essenzialmente in una deresponsabilizzazione del medico stesso, e in una caduta dell’attenzione verso il malato.

In questo senso, il soggettivismo potrebbe produrre effetti boomerang. Scendendo su un piano molto concreto, uno di questi effetti può concretizzarsi, per esempio, in una sorta di colpevolizzazione del malato, il soggetto debole del rapporto. Qui, la cura rischia di scadere in un qualcosa che viene concesso dietro richiesta, configurando neppure tanto sullo sfondo e neppure tanto implicitamente il prevalere di un’istanza economica sul diritto alla cura stessa. Detto in altre parole: meglio che il malato si tolga di mezzo per evitare altre spese. Una medicina aggressiva facilita l’esodo del malato e presuppone costi enormi. La solidarietà reciproca e duplice tra malato e medico diminuisce invece le richieste di morire, soprattutto perché il più grande problema del malato stesso è inconfutabilmente l’abbandono terapeutico. D’altra parte, una totale soggettivizzazione risulterebbe un onere enorme per il singolo.

Vanno anche messi a fuoco alcuni nodi giuridici.

Innanzitutto, il limite invalicabile all’ingerenza nella sfera fisico-corporale del malato non implica di per sé la sussistenza di un diritto soggettivo. Inoltre, la relazione medico-malato non può essere per la morte. Si pensi all’articolo 32 della Costituzione, dove è scritto che nessuno può essere sottoposto a un trattamento medico obbligatorio se non per legge. Si tratta di un articolo che regola la pretesa del potere di intervenire nella gestione della salute (e si tenga presente che i costituenti avevano di fronte l’esperienza dei lager nazisti). Ne consegue la ricerca di un punto di equilibrio, che deve essere trovato da un lato nel rifiuto dell’accanimento terapeutico, e dall’altro nel rigetto della relazione per la morte.

Si tratta di un quadro che ha a che vedere con la democrazia, vale a dire con la ricerca e messa a punto di regole democraticamente condivisibili. C’è materia di riflessione per la sinistra.  L’etica non è la palla al piede del moderno; al contrario, è una grande sfida per la democrazia. E’ un errore profondo ritenere che il solidarismo debba cedere all’individualismo. Si tratta, anzi, di definire alcuni elementi di solidarietà sociale vincolanti per l’individuo.

Un processo di evoluzione della cultura di sinistra non può essere svincolato da elementi di etica, presidio del diritto individuale e della stessa libertà della scienza.

 

 

STEFANO RODOTA’

In Inghilterra sembra che verrà autorizzata la vendita degli ovuli delle donne. Tra le varie reazioni seguite a questa notizia, non sono condivisibili quelle che l’hanno intesa sulla base di commenti positivi del tipo “sconfitta delle ipocrisie”, “bene della ricerca”, eccetera. Perché la vera questione è un’altra. La vera domanda che dobbiamo porci è questa: che cosa può e che cosa non può stare sul mercato. C’è unanimità fra i giuristi europei: il corpo e le sue parti non possono costituire oggetto di profitto (e non è un caso che l’Inghilterra non firmi la convenzione medica europea).

E’ evidente che in questa materia viene in primo piano il legame tra la libertà e la dignità. Qui il mercato trascura semplicemente un passaggio: la nuova stratificazione sociale che si configura in presenza di un commercio legale di parti del corpo. Una nuova divisione sociale tra produttori e consumatori di organi, i primi poveri, pressati a vendere, i secondi ricchi, in grado di comprare.  Quest’ultimi capaci di rifiutare “compensi” di mercato troppo bassi, gli altri impossibilitati a farlo, specie i più deboli, i non garantiti, i meno acculturati. Quella che si configura e una specie di cannibalizzazione tecnologica, dove i ricchi mangiano i poveri.

E’ libero il consenso alla vendita di un organo in presenza di uno stato di necessità? E’ meglio restare poveri o vendere un rene? Si tratta di mettere in gioco una riflessione sulla libertà che investe soprattutto le donne, considerate, con il prevalere della logica di mercato, alla stregua di contenitori di organi. Il mercato non è l’unica strada percorribile. Quella che comincia a emergere oggi è anzi un’economia del dono, che avanza nell’orizzonte di una crescita culturale in materia, che ha permesso anche in Italia l’aumento della donazione di organi.

In merito al diritto alla dignità del morire, si deve constatare, per esempio, che in Italia esistono pochi centri di medicina palliativa (è recente, peraltro, la chiusura del reparto di terapia del dolore dell’ospedale S.Raffaele di Milano, causa bassi profitti). Ma ecco un’altra questione concreta: non ci si sottrae ai rischi dell’abbandono del malato se si resta ancorati solo al piano del mercato. L’esempio degli USA, dove oltre quaranta milioni di cittadini non hanno alcuna forma di assistenza sanitaria, è lampante.

Quanto al nesso libertà-dignità - grande questione da rispettare e tutelare – si profila  una  grande responsabilità politica. E’ necessario, qualche considerazione riguardo all’articolo 32 della Costituzione. E’ stato certo scritto dopo l’esperienza dei lager nazisti, e però contiene un capovolgimento radicale. Dire che non si può mettere le mani sul corpo senza il consenso del paziente configura la nascita di un nuovo soggetto morale. Bisogna inoltre ricordare anche le parola di chiusura di tale articolo (sempre ignorate), che recitano: in nessun caso la legge può violare i limiti imposti dalla libertà personale, la quale è inviolabile. C’è un richiamo alla dichiarazione dell’habeas corpus, pronunciata dal sovrano nell’ XI secolo: non metteremo le mani su di te. Qui il corpo è definito come sfera intangibile. Dignita e libertà, dunque, si trovano in quel passaggio delicato che si prospetta anch’esso alla luce della Costituzione, questa volta in riferimento all’articolo 36, laddove si indica che la retribuzione del lavoro deve essere tale da consentire, appunto, una esistenza libera e dignitosa. Il salario, insomma, deve consentire la libertà, che a sua volta consente la dignità.

 
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