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Diritti sociali e welfare rinnovato





QUALE CULTURA POLITICA PER LA SINISTRA?

 

26 febbraio 2007

Maurizio Ferrera, Chiara Saraceno

Diritti sociali e welfare rinnovato

 

CHIARA SARACENO

 

Qualsiasi approccio all’idea di un welfare moderno e attuale non può non prendere atto che quello che si prospetta non è solo un problema di risorse e di riduzione di spesa: si tratta di riflettere, al contrario, sulla problematicità che vanno assumendo sia il cambiamento dei bisogni dei cittadini sia i conseguenti assetti degli attori istituzionali.

La teoria di Marshall, formulata a partire dal secondo dopoguerra, incardinava il rapporto tra cittadinanza e stato sociale intorno a tre punti chiave:

-       il lavoro remunerato

-       la famiglia

-       la nazione (intesa come entità dai confini ben definiti)

Bisogna chiedersi se questi veri e propri pilasti del welfare non siano per caso ormai incrinati, non ignorando, peraltro, i loro gravosi costi e quindi la loro perenne fragilità anche durante il cosiddetto periodo d’oro. Si deve rispondere che l’incrinatura è oggi evidente. La base di questa incrinatura può essere  certamente individuata nella contrazione e nel ridimensionamento del mercato del lavoro, indotti della generale flessibilità ora richiesta alla forza-lavoro, è ciò vale non solo per le donne, come è sempre stato storicamente, ma anche per gli uomini.

Però quella che si staglia con maggior evidenza è oggi la crisi del secondo pilasto, vale a dire la crisi della famiglia, soprattutto per effetto del generale invecchiamento della popolazione, almeno di quella del mondo occidentale. Si tratta certo di una grande conquista, dovuta al progresso della scienza e della tecnica, che tuttavia comporta anche una decisiva modifica dei bilanci demografici e delle relazioni stesse tra i cittadini. Emerge una figura di persona anziana – definibile come anziana-giovane - che diviene spesso la risorsa principale di molte famiglie, e in particolare della parte della famiglia costituita da quelli che potremmo definire anziani-anziani

Con l’allungamento della vita (e con il vistoso fenomeno della riduzione delle nascite) vengono in campo domande di cura del tutto impreviste fino a poco tempo fa. Dentro questo orizzonte la tenuta del welfare sembra sempre più affidata alle risorse familiari,  e questo proprio mentre si accentua l’instabilità della famiglia. D’altro canto, la crescita dell’occupazione femminile trasforma tutto il quadro dei bisogni di cura, contribuendo a produrre un aumento vistoso del mercato privato del lavoro di cura stesso. Insomma, la questione della cura si colloca oggi al centro della riforma del welfare. Va da sé che una tale questione si riflette immediatamente sul mercato del lavoro, evidenziando un problema di costi, ma anche di organizzazione  e di tempo.

Volendo indicare modelli di nuovo welfare, si tratterebbe allora di costruire reti di protezione che accompagnino il cittadino nel corso della vita, intesa come qualcosa di concreto e insieme flessibile. E anche di istituire una sorta di pacchetto di diritti, corredato di un diritto sociale di prelievo di questi diritti stessi    

       

 

MAURIZIO FERRERA

 

Il progetto di accompagnamento del cittadino lungo il corso della vita è un’idea del welfare cui bisogna rispondere positivamente. Tuttavia è necessario oggi mettere in rilievo  un nuovo fronte di vulnerabilità: la povertà dei bambini.

Se in termini percentuali la povertà sembra stabilizzata, bisogna sapere che attualmente è cambiato l’identikit dei poveri. Non si tratta più solo di persone anziane, tra le quali il tasso di povertà si aggira stabilmente intorno al 16%; quella che è cresciuta è la povertà fra i minori, i giovani al di sotto dei 18 anni. In questa fascia di persone la povertà tende a crescere: nell’anno 2003 era poco oltre il 20%, mentre oggi  è del 24%. In Italia, al contrario dei paesi nordici, c’è molta povertà minorile. Si tratta di un fenomeno nuovo, che si manifesta malgrado una vistosa diminuzione delle nascite. Questo fenomeno è particolarmente odioso in quanto colpisce i bambini, e certamente origina da una ingiustizia distributiva difficilmente occultabile.

A proposito di bambini, un certo filone di ricerca, che vede impegnati psicologi dell’età evolutiva, sociologi, e anche economisti, ha portato alla luce alcuni dati cruciali. E cioè, 1) che il periodo che corre dalla nascita fino all’età di 3-4 anni si mostra come importantissimo per l’acquisizione di competenze e di capacità relazionali e richiede una adeguata pedagogia; e inoltre, 2) che tra i bambini non adeguatamente seguiti risulta elevata la possibilità di abbandono scolastico, e si evidenzia una incapacità di sviluppare le competenze necessarie richieste dal nuovo mercato del lavoro. I bambini di questa fascia resteranno fuori dall’economia della conoscenza, e saranno dei “perdenti”. L’orizzonte in cui si inscrivono i risultati di tale ricerca è, insomma, il successo o l’insuccesso nel futuro mercato del lavoro.

Ne consegue che il maggior sforzo delle politiche pubbliche e degli investimenti sociali deve avere come obiettivo prioritario proprio questo terreno, e comporta altresì una correzione del walfare italiano, estraneo a un certo sistema di prestazioni familiari, come, per esempio, l’erogazione di assegni per tutti i bambini senza condizione alcuna (oggi, come si sa, le famiglie incapienti, che non dichiarano redditi, non godono di alcune prestazioni). Il welfare italiano, inoltre, manca di certi servizi per la prima infanzia che sono decisivi ai fini dello sviluppo dell’età evolutiva fino a 4 anni (per esempio, gli asili nido, che sono troppo pochi). E’ evidente che tali servizi sono essenziali in particolare per le famiglie più svantaggiate. Si deve affermare che su tutti questi temi il dibattito politico da noi è quasi latitante. Soprattutto sono insufficienti le risorse previste dalla recente finanziaria.

Resta da fare un’ultima notazione, riguardo a quello che Chiara Saraceno ha indicato come il terzo pilastro del welfare. Che ci sia un indebolimento della nazione, cioè dei confini nazionali, è palese, dato che la prospettiva del nuovo welfare non può che essere sovranazionale. Ad esempio, bisognerebbe portare avanti la proposta di una dote per ogni bambino europeo.

Comunque, si tratta di intendere l’Europa come una grande comunità in formazione, e non solo come un grande mercato. 

 
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