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La democrazia e le sue trasformazioni





19 marzo

 

Valerio Onida,Gianfranco Pasquino

La democrazia e le sue trasformazioni

 

 

VALERIO ONIDA

 

Il monito allarmato riguardo all’attuale disaffezione generalizzata  verso la democrazia, che si trova subito all’inizio dell’ultimo libro di Paul Ginzborg, deve far riflettere.

Quello della democrazia è stato un tema radioso che ha attraversato un intero spaccato della storia recente, ma ora sembra aver perso la sua spinta propulsiva. La democrazia rappresentativa non è più, oggi, un “work in progress” come lo è stato nel Novecento, non è più un ideale da realizzare. Anzi, il cammino di tale “ideale democratico” sembra interrotto, pur essendo pervenuto alla realizzazione di  parziali ma importanti risultati, quali la crescita economica, l’allargamento dell’istruzione, lo sviluppo della comunicazione, e – non ultima – la formazione dei partiti di massa. Oggi siamo invece in una fase di regressione della democrazia, i cui tratti più insidiosi si intravedono soprattutto nell’astensione elettorale di sempre maggiori strati di cittadinanza, nella profonda crisi dei partiti, e nella separazione crescente tra politica e società. Altre conseguenze di questa crisi sono evidenti: per esempio, l’irruzione della politica-spettacolo che si manifesta sempre più come una forma dell’anti-politica; ma anche l’insorgenza dei particolarismi egoistici e dei localismi (la cosiddetta “sindrome Nimby”), in cui sembra venir travolta qualsiasi idea di interesse pubblico generale (si veda il rogo della tendopoli e la cacciata dei Rom a Opera, sud di Milano,: svalorizzavano il prezzo delle case e degli appartamenti).

In questo quadro emergono alcune forzature e alcune mitologie. E’  una forzatura considerare la legge sul sistema elettorale come panacea della crisi della democrazia, mentre diventa mitologica la cosiddetta “governabilità”. Ma si veda anche il dibattito annoso e specioso sul cosiddetto “bipolarismo”:  in una forma elettorale bipolare, si tratta di scegliere cosa, o  tra chi?  Di fatto, i sistemi elettorali rischiano di contraddire lo scopo per cui sono stati ideati. Si veda la legge italiana attualmente vigente (inventata dall’odontotecnico Calderoli!): essa rappresenta un colpo finale allo scopo elettorale. Come è noto, questa legge impedisce ai cittadini una autentica scelta, avendo abolito ogni preferenza e avendo consegnato un potere totale alle segreterie di partiti nella nomina dei candidati. In questo senso anche il bipolarismo si carica di valenze mitologiche e ideologiche, finendo per costituire un ostacolo all’esercizio pieno della democrazia con il limitare la scelta a due sole opzioni: o di qua, o di là.

E’ da chiedersi: si rispecchia in questo modo la volontà degli elettori? Guardando al caso dell’Inghilterra, ad esempio, dove il gioco si svolge sempre tra laburisti e conservatori, non si può dimenticare che i liberali, forti di circa il 23 % dei consensi, sono irrisoriamente rappresentati nel parlamento di Londra. Il modello degli Usa, tipicamente presidenzialista, ci indica, tra l’altro,  la direzione verso cui si muovono le proposte di premierato forte che emergono anche da noi: si tratta di una volontà di condizionamento della forma parlamentare. In pratica, la scelta del premierato forte implica una volontà di eliminare la capacità decisionale del parlamento. Così la democrazia si riduce alla scelta quinquennale di un nome. E’ questo un modi di perseguire la governabilità o di impoverirla?

 

 

GIANFRANCO PASQUINO

 

In tema di democrazia, si possono prospettare due modi di approccio. Il primo  punta l’attenzione sullo sviluppo della democrazia  seguendo il cammino dei diritti sociali, non ignorando le eccezioni come quelle rappresentate dall’Inghilterra e dagli USA. Il secondo ha di mira soprattutto le tecniche, le istituzioni, e gli ideali. Intanto bisogna affermare che non si può spegnere la parte ideale della democrazia, che risiede soprattutto nel potere di partecipazione incisiva del popolo alle vicende democratiche. E si deve tener conto, inoltre, che la democrazia – per rifarsi al celebre discorso di Pericle -  impone diritti e doveri ai governanti ma anche ai governati.

E’ evidente che sussiste uno stacco tra  democrazia ideale e democrazia reale, e tuttavia l’approccio democratico non ha inaridito la sua linfa vitale, se si pensa al suo fondamento, cosi ben incarnato nel pensiero di Abramo Lincoln, che intendeva la democrazia come qualcosa che viene dal popolo, che è del popolo, e che è per il popolo.

In tema della partecipazione, non si può dimenticare che oggi, nell’era di Internet, anche l’astensione, il non-voto, deve essere considerato un diritto. Quanto ai sistemi elettorali, si tenga presente che essi si rifanno a due teorie squisitamente mitteleuropee. La prima, che risale a Schumpeter, prevede un sistema bipolare, maggioritario, e essenzialmente fondato sul governo delle élites; la seconda, che risale a Kelsen, prevede la presenza dei partiti di massa, è proporzionalista, parlamentarista, e anti-presidenzialista. Tra le due è francamente difficile scegliere. Si tenga presente, comunque, che le élites (bipolariste e maggioritarie), una volta vinte le elezioni, vogliono rivincerle, e per questo fanno di tutto per riconquistare i propri elettori, e naturalmente per conquistare anche gli elettori degli avversari. Nelle coalizioni, invece, avviene spesso il gioco dello scaricabarile, cioè la tendenza a indicare nell’eventuale alleato il responsabile delle promesse elettorali mancate.

Si deve dire, da ultimo, che il bipolarismo (non quello italiano, purtroppo) è in movimento nel mondo. Del resto, nel mondo d’oggi la democrazia si allarga, e i cittadini sono molto più critici di un tempo. Il vero nemico è piuttosto la teocrazia

 
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