16 aprile 2007
Enzo Balboni, Gian Enrico Rusconi
Religione e politica: processi mondiali e problemi italiani
ENZO BALBONI
Iniziando con qualche elemento definitorio riguardo alla religione, possiamo intanto dire cosa la religione non è.
Non è ciò che viene inteso con la parola religio, che si incontra per la prima volta nel “De rerum natura” di Lucrezio, e che rimanda piuttosto all’idea di superstizione; e non è neppure un percorso obliquo attraverso il quale far passare le pratiche del consenso. Allora la religione è forse la manifestazione di una fede. in tal caso bisognerebbe fornire una definizione della fede. Secondo Papa Ratzinger - il teologo Ratzinger - la fede è inscindibile dalla ragione. Di più: la fede aiuta la ragione. Su questo nesso fede-ragione si sostanzia la dottrina sociale della chiesa. Non si tratta di esercitare un potere sullo Stato, e neppure di imporre idee religiose allo Stato. La politica, infatti, deve essere intesa come un pensare e un agire tutti insieme: così, almeno, la concepiva Don Milani.
Negli attuali processi mondiali possiamo distinguere due dinamiche principali:
1) La secolarizzazione, vale a dire un affrancamento della politica dal cristianesimo. In questo senso possiamo intendere lo stato di diritto come fattore di secolarizzazione.
2) La globalizzazione, vale a dire, un dominio dell’economia e della finanza (che si traduce essenzialmente in un aumento delle disuguaglianze sociali).
In Italia, la prima di queste dinamiche vero segno dei tempi - si manifesta attraverso un dibattito intorno alla laicità dello Stato in cui spesso emergono polemiche sopra le righe e artatamente costruite. Su questo terreno è da accogliere il documento sottoscritto da 60 deputati della Margherita sul tema dell’identità cattolica e del partito dei cattolici. Quel documento prende posizione sul carattere laico e secolare dello Stato. Si tratta di questioni cruciali: come affermava La Pira, lo Stato deve essere e restare la cosa di tutti.
D’altra parte, sul tema laicità-religione si prenda la sentenza della Corte Costituzionale: laicità non è indifferenza verso le religioni, ma affermazione della libertà di religione. In questa luce, ad esempio, bisognerebbe rivedere tutte le polemiche di qualche tempo fa intorno ai crocefissi esposti nelle aule scolastiche. Quella sentenza della magistratura ordinaria che intende il crocefisso come simbolo culturale e non religioso, in questo senso appare fuori asse. Un cristiano degno del nome, peraltro, dovrebbe essere favorevole alla rimozione del crocefisso qualora anche una sola persona ne contestasse l’esposizione, perché se esso viene posto sui muri solo in base a un sopravvissuto e anacronistico regio decreto degli anni Trenta, si svilisce e si svuota del suo profondo contenuto simbolico.
La laicità è da intendere quindi come un tessuto comune di valori condivisi. Non ci deve essere nessuna strumentalità, sul modello di quella praticata dai cosiddetti “teocon”, nell’affermazione dell’identità cristiana. Costoro strumentalizzano i valori cristiani ai fini privati e di parte. Da noi, come è noto, alcuni si dichiarano “atei devoti”: una definizione che, in verità, sembra una nuova versione dell’oppio dei popoli.
GIAN ENRICO RUSCONI
Tutti oggi si dichiarano laici, tuttavia intendendo la laicità secondo sottilissime distinzioni.
Cominciamo con una domanda: Dio è trendy? Stando al gran numero di volte in cui Dio è citato, a proposito o a sproposito, sembrerebbe proprio di sì. Invece bisognerebbe non abusare del nome di Dio in particolare nel discorso pubblico. Il che non significa invocare restrizioni in merito, ma distinguere tra sfera pubblica che riguarda tutti, e discorso pubblico, che riguarda la decisione politica.
A proposito di discorso pubblico, bisogna dire che in esso vengono spesso dissimulate istanze che appartengono alla dimensione religiosa. Per il laico, Dio e èthos sono sfere separate. Il laico si comporta come se Dio non esistesse: etsi Deus non daretur. In tema di natura umana, Dio non può essere un’autorità. Su questo terreno serpeggiano equivoci sottili e sottintesi di natura religiosa che fungono da sostituti di un’autorità insussistente. Senza di essi, appunto, la chiesa non potrebbe esercitare nessuna autorità, per esempio sul terreno delle nuove tecnologie, e in particolare delle biotecnologie.
Tutti laici, dunque, però parecchio confusi. Incapaci di comunicare i valori laici e non solo quelli religiosi, tanto che appare ormai necessario rinnovare la struttura stessa della comunicazione laica. La laicità deve essere intesa come forma di autonomia della persona, e l’èthos pubblico deve essere considerato come sinonimo di cittadinanza.
E’ chiaro che tra visione laica e visione religiosa sussistono differenze insuperabili, specie sui temi della vita, della morte, dello spirito, eccetera. E’ necessario, naturalmente, un piano di convivenza. Il laico, al contrario del credente, non parla di verità. In tema di natura umana, si deve affermare che essa la natura umana è profondamente laica. Che la si intenda come bìos oppure come phýsis, essa va studiata in quanto congruente con i valori laici. Forse non sappiamo cos’è l’uomo, ma certo sappiamo cos’è il cittadino.
Tornando al concetto di autonomia, esso deve essere inteso come rispetto delle ragioni degli altri. Tanto più in una fase in cui sembra venuta meno la distinzione tra pubblico e privato. Una fase caratterizzata da un intreccio di secolarismo e post-secolarismo. Se il processo di secolarizzazione, cioè di separazione tra Stato e Chiesa, si è affermato nel corso degli eventi storici, oggi stiamo assistendo a un ritorno della religione nella sfera pubblica, come fossimo ormai nell’era della post-secolarizzazione. Con grande impoverimento, tra l’altro, dei fondamenti e delle ragioni della stessa teologia.
Se i cattolici rivendicano a sé l’èthos, si profila un pericolo per la democrazia. Kelsen diceva: niente religione nella democrazia. Oggi certo siamo in un altro momento storico. Con la secolarizzazione, il credente accetta la dialettica democratica. E tuttavia, in profondità, mantiene radicata la convinzione che sul piano morale contino solo i valori cristiani. E poiché lo Stato non può garantire il fondamento dei presupposti normativi (cioè non è depositario di una verità rivelata), il credente si mantiene nella convinzione che solo la religione con i suoi valori può garantire tali presupposti.
E’ sulla base di questo sottile sfondo che la laicità oggi viene sfidata in forme nuove. Il laico deve allora diventare competente in teologia.
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