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Idee per l’educazione |
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Parole incrociate fra adulti e ragazzi
Sentimenti nell’adolescenza
L’ occasione
E’ nata da un’idea di Elena Rosci e di Silvia Vegetti Finzi, e da relazioni personali feconde fra tutti coloro che vi hanno collaborato, l’iniziativa che da due anni caratterizza la programmazione di novembre alla Casa della Cultura di Milano, Parole incrociate fra adulti e ragazzi.
Da anni, Elena e Silvia, docenti universitarie, psicologhe, pubbliciste e studiose delle tematiche giovanili e femminili, organizzavano periodicamente conferenze su temi attinenti la psicologia degli adolescenti. Ma perché limitarsi si sono chieste- a parlare dei ragazzi e non invece con i ragazzi, mettendoli in condizione di esporre in prima persona i loro problemi?
Da qui l’idea di una collaborazione fra psicologi ( Elena, Silvia e anche l’Istituto di studi e ricerche sulla psicologia dell’adolescenza Minotauro, di cui Elena fa parte) studenti e docenti. Ecco come sono cominciate le Parole incrociate fra adulti e ragazzi, che lo scorso anno hanno messo a fuoco tematiche di forte attualità nel mondo giovanile (la bellezza, l’alcol, la madre, il futuro) e quest’anno[1] hanno indagato il mondo dei sentimenti.
Il senso di un’esperienza
La proposta di un’indagine sui sentimenti ci è parsa interessante per diverse ragioni.
Prima di tutto offriva l’opportunità di portare allo scoperto una dimensione travisata o ignorata nel lavoro scolastico e che invece noi, docenti coinvolti nell’iniziativa, abbiamo sempre valorizzato; uno degli aspetti che ci lega, infatti, è la ricerca di modi di fare scuola che non interessino esclusivamente le funzioni cognitive degli alunni e delle alunne, la loro “testa”, in cui travasare informazioni e competenze, ma si rivolgano agli studenti nella loro complessità, come a soggetti le cui capacità di apprendimento si radicano in quella dimensione affettiva ed emotiva che nell’adolescenza è particolarmente avvincente e che per questo se riconosciuta diventa una risorsa potente.
In secondo luogo era un’occasione per rompere l’autoreferenzialità e la separatezza della scuola e per realizzare con i ragazzi esperienze ricche di senso. Particolarmente stimolante ci è sembrata la possibilità di realizzare una modalità di lavoro didattico in cui ciò che si fa dentro la scuola si confronti e si intrecci con ciò che avviene fuori e sia finalizzato a produrre risposte a richieste della vita reale. L’impegno a realizzare un prodotto concreto e la condivisione degli scopi di ciò che si sta facendo contengono un potenziale formativo formidabile: si supera l’atmosfera asfittica dell’esercitazione scolastica, le energie si mobilitano, gli studenti sono motivati, si mettono in gioco, si danno/accettano tempi e modalità di lavoro anche intensi.
Scuola di sentimenti
Alle soglie dell’estate si valuta - docenti e psicologi insieme- quali sentimenti sia opportuno analizzare e si scelgono la vergogna, la noia,l’amore e la speranza. [2]Da settembre, poi, ogni gruppo lavora in assoluta libertà, avendo come riferimento lo psicologo che durante la presentazione commenterà il lavoro.
Il tempo è scarso, neppure due mesi dall’inizio della scuola. Ma in novembre, alla Casa della Cultura, i quattro lavori si snodano da un giovedì all’altro, suscitando grande interesse e forte impatto. Il pubblico è amplissimo e vivace. I ragazzi si avvicendano a presentare con un certo timore e molta convinzione il loro percorso. Tutti hanno utilizzato i linguaggi multimediali, producendo video, filmati, cortometraggi; il Liceo Beccaria li ha integrati con il linguaggio dei corpi, costruendo in diretta una bellissima performance sull’amore.
In ciascun prodotto e negli interventi degli studenti si coglie la ricchezza di un’esperienza che li ha impegnati totalmente, mente, cuore e corpo, e ha dato loro anche l’opportunità di spendere conoscenze “scolastiche” riscoprendole in una luce più vera e assaporando attraverso esse il gusto di quel senso in più che è la cultura
Come un fastidio al cuore
Per la nostra classe, Remo Cacciatori e io abbiamo scelto la vergogna. Può apparire un sentimento anacronistico fra adolescenti fin troppo disinvolti, ma che, a ben guardare , percepiamo spesso come disorientati e fragilissimi. Silvia Vegetti Finzi, la nostra referente, mette in comune le conclusioni di alcuni suoi studi sulla vergogna e le letture che ci suggerisce ci aiutano preparare il terreno.
In classe ci accorgiamo che l’argomento, pur suscitando interesse, non si presta ad essere trattato in una dimensione collettiva. Per permettere agli studenti di uscire allo scoperto, decidiamo di creare un forum a cui i ragazzi partecipino con un nickname segreto e possano, nell’anonimato, raccontarsi / ascoltarsi / rispondersi/ riflettere sulle loro”vergogne”. Dopo alcune iniziali esitazioni, tutti partecipano, anche i tre maschi, e anche, con grande trasporto, la nostra allieva diversamente abile. In pochi giorni si intrecciano esperienze, confessioni dolorose, confronti, critiche, qualche considerazione più leggera: più di 25.000 battute. Emergono anche situazioni sconvolgenti. Non ci aspettavamo una tale drammatica ricchezza.
Le studentesse e gli studenti sono i primi ad esserne sorpresi.
E’vergogna l’imperfezione del corpo, l’inadeguatezza rispetto ai modelli, il sentirsi stupidi, le condizioni famigliari modeste, i genitori “ignoranti”, le origini straniere, l’esclusione dal gruppo, la richiesta di fare “certe cose”; è vergogna non essere fashion, cadere nell’anoressia e nella bulimìa, andare male a scuola, non avere il coraggio di esprimere i sentimenti, vedere il disfacimento che la malattia provoca in chi ci sta accanto, deludere i genitori, tradire l’amore o l’amicizia….
Qualcuno proclama di non vergognarsi mai, qualcuno urla di voler scomparire per la vergogna, qualcun altro ammette che la vergogna è un male sottile e onnipresente, come un fastidio al cuore.
Alcuni riflettono sulla vergogna come sentimento che la società sfrutta per forzare i giovani ad adeguarsi a valori e modelli della cultura dominante e del consumismo: ma allora è di questa società che ci dobbiamo vergognare, che ci spinge a dimagrire fino a stare male per essere più belli e a andare in bancarotta per comprare le ultime scarpe firmate.
Oltre la vergogna
Si discute lungo su come superare la vergogna, e poi su come trattare questi materiali palpitanti, come comunicarli, rispettandone profondamente lo spirito e la lettera. Il tempo è scarsissimo. Ci viene in aiuto Giovanni Covini, giovane regista milanese, che prende visione del materiale, ne rimane fortemente colpito e ci propone di ricavarne un cortometraggio. Manca il tempo perché i ragazzi, con la sua guida, possano farlo direttamente. Così, insieme, si decide la struttura narrativa -telefonate a qualcuno che non risponde- poi il regista gira le immagini esterni inanimati di Milano - e in uno studio di registrazione le studentesse leggono, attribuendosele casualmente, una selezione delle testimonianze, fortemente asciugate, ma assolutamente intatte rispetto alla stesura originale.
Sui materiali del forum, sull’esperienza delle registrazione, sul cortometraggio la classe riflette e discute ancora, vivacemente. E della varietà di queste posizioni dà conto al pubblico della Casa della Cultura: si proietta il cortometraggio, vengono illustrate le modalità di lavoro, le posizioni, e anche alcune perplessità sulla realizzazione dell’iniziativa,. Queste parole non sono veramente incrociate, come noi le vorremmo”- dichiara una studentessa nella sua lettera aperta - è necessario intrecciarle davvero, e trovarne la trama comune. Perché, come nelle vergogne del ragazzo di oggi c’è un po’ dell’adulto che sarà domani, in tutti voi ci siamo in fondo noi, con le nostre vergogne, che erano le vostre e che vi hanno fatto diventare chi siete.
Una posizione forte, che chiede agli adulti una ridefinizione del loro ruolo. La riprende Silvia Vegetti Finzi, che mentre nell’intervento iniziale aveva storicizzato la vergogna, in quello finale cerca ciò che si nasconde sotto le tante particolari vergogne per la nudità, la sessualità, l'inadeguatezza. E conclude: credo che ci vergogniamo del fatto stesso di cui andiamo più orgogliosi : la nostra umanità. Non dell'umanità idealizzata e splendente , lontana dalle bestie, prossima agli dèi, ma della parte in ombra , fragile, vulnerabile e dipendente di noi. Ci vergogniamo di non bastare a noi stessi, di aver bisogno degli altri per nascere, crescere, amare, procreare, vivere e morire.
Il senso di vergogna rende palese una inadeguatezza che lo precede, che è ontologica, inscritta nell'essere, non fenomenologica, relativa al fare o all'apparire. Se essa non viene riconosciuta dentro di noi, sarà proiettata fuori, come accade nelle società arcaiche antiche e attuali, ma anche nel razzismo, nel sessismo, in tutte quelle relazioni che si esprimono nel disprezzo dell'altro e nella contrapposta idealizzazione di sè.
In ultima analisi mi sembra che l'antidoto alla vergogna sia la tolleranza, la pietà, l'accettazione dei limiti propri e altrui, il riconoscimento del buio che circonda la luce della coscienza.
Maurizia Franzini
Liceo Agnesi, Milano
[1] Anno scolastico 2006-2007
[2] I docenti che hanno partecipato all’iniziativa e i temi trattati:
prof. Milena Ancora, Liceo scientifico Vittorini; la noia
prof. Luciano Campagna, Liceo classico Beccaria; l’amore
proff. Maria Mastinu e Luisa Bloise, Istituto tecnico Besta; la speranza
proff. Remo Cacciatori e Maurizia Franzini, Liceo Agnesi; la vergogna
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