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4 giugno 2007
Enrica Chiappero Martinetti, Riccardo Petrella
L’ambiente come bene comune
MARTINETTI
L’economia - quella che è stata chiamata la “scienza triste” - raramente si interessa di tematiche ambientali. Perciò un economista non particolarmente specializzato in tali tematiche che voglia allargare lo sguardo non può che occuparsi di cifre e di elementi statistici: non per allineare dati aridi, ma per cercare di mettere a fuoco i valorì che essi sottendono e in questo modo cogliere la complessità dei problemi globali.
Innanzitutto si tratta di mettere in risalto le profonde diseguaglianze nella distribuzione delle risorse, sia umane, sia naturali, sia economiche. Quanto alle risorse umane, il dato che balza all’occhio è la grande crescita della popolazione mondiale. Una crescita disomogenea, che si distribuisce in modo asimmetrico e si concentra soprattutto in Asia. E’ da chiedersi se si tratta di un problema. Per alcuni lo è, per altri no. Intanto però tale crescita produce una forte urbanizzazione che non può non avere gravi ricadute sull’ambiente. Al contrario di quello che avveniva nell’Ottocento, le maggiori concentrazioni urbane si verificano soprattutto nei paesi più poveri, dove le risorse sono più scarse. Si può calcolare che circa 900 milioni di persone vivono negli slum delle grandi metropoli.
Dando uno sguardo alla dinamica demografica, si può dire che nei paesi più longevi, quelli in cui si vive mediamente 80 anni, con una bassa mortalità infantile (e una natalità altrettanto bassa), la qualità della vita sia mediamente buona. Ma nei paesi cosiddetti in via di sviluppo l’aspettativa di vita è di 65 anni, mentre nei paesi poveri scende a 52. In Africa, poi, l’aspettativa di vita in un solo decennio è scesa da 45 a 35 anni, soprattutto a causa della diffusione dell’AIDS (e della relativa mancanza di farmaci). Altro dato drammatico rispetto all’Africa: muoino 145 bambini su 1000 nati.
Circa le risorse naturali, la cui distribuzione sul pianeta è diseguale, si deve innanzitutto mettere l’accento sul loro depauperamento progressivo, come viene evidenziato da un indice di impatto legato a gli stili di vita. Per esempio, per l’italiano medio l’impatto è di 3,11 ettari di territorio a persona, contro 0,8 - 1 ettaro disponibile. D’altra parte, si importano grandi quantità di risorse a basso costo dal Terzo mondo, la cui povertà risulta evidentemente funzionale per l’Occidente. Ed è assolutamente innegabile il nostro iperconsumo di carta e combustibili fossili e la nostra iperproduzione di spazzatura. Rispetto a tale indice, sarebbe necessario ridurre del 75% i consumi, pena una drastica riduzione futura delle risorse naturali.
Passiamo alle risorse economiche. In base a i dati ONU, 1.200.000.000 persone vivono con meno di 1 dollaro al giorno, mentre le 225 persone più ricche hanno un reddito pari al PIL dei 12 paesi più poveri. Dati della Banca Mondiale: in Sudafrica la mortalità di un bambino nero povero è di 7 volte maggiore rispetto a quella di un bambino di famiglia agiata o del ceto medio; lo stesso bambino ha la possibilità di frequentare 1 solo anno di scuola mentre l’altro bambino ne può frequentare 12. Non si prevedono cambiamenti di una tale situazione nel corso degli anni.
L’insostenibilità del modello di sviluppo appare del tutto evidente. Invece, nessuno si sofferma su queste cifre, nemmeno gli addetti a i lavori, tra i quali peraltro non c’è accordo sull’interpretazione dei dati. Per alcuni economisti tutte queste enormi disuguaglianze sono necessarie, anzi, sono positive in quanto stimolano lo sviluppo. Ma nessuno può garantire che tutti beneficino di tale sviluppo. La Cina, per esempio, cresce del 10% all’anno, ma con effetti devastanti di sfruttamento. La cecità dell’economia politica è sotto gli occhi di tutti. L’economia politica non parla quasi mai dei valori sottesi ai numeri, anzi, li ignora - non importa con quali conseguenze - e semmai li lascia ai filosofi. In realtà, bisognerebbe confrontarsi tra le varie discipline. Si tratta, certo, di prospettare uno sviluppo sostenibile, ma che sia tale anche sul piano sociale, come sostiene Martyal Sen. Si tratta, cioè, di coniugare fatti e valori per orientare i fatti. E bisogna dire che in questo senso la globalizzazione ha aperto lo sguardo sui problemi mondiali.
PETRELLA
Intanto si può cominciare a dire che la sinistra non ha più nessuna cultura politica. Detto in altre parole, la cultura della sinistra è tutta da reinventare. E’ questa un’affermazione dura, che però può essere dimostrata partendo da un discorso introrno alle tematiche ambientaliste.
In merito a queste tematiche, ormai assolutamente pressanti, è il caso di porsi alcune domande:
1) Cosa emerge, in generale, quando si parla di ambiente?
2) Cosa proprongono i detentori del potere (che in realtà dovrebbero essere i cittadini stessi)?
3) Cosa dobbiamo fare noi tutti, in quanto cittadini?
Cerchiamo di dare qualche risposta a queste domande. Cominciamo naturalmente dalla prima. Innanzitutto non possiamo non rilevare il fallimento delle classi dirigenti in tema di ambiente. La Terra è stata ed è un terreno di lotte per il dominio (inteso come dominio dell’insieme dei suoi beni: si pensi solo alle guerre per l’acqua, di cui parlano solo i potenti): guerre condotte non in nome dell’interesse generale, ma in vista del profitto e dell’affermazione di potenza. Su questo terreno, le classi dirigenti, capaci solo di accordarsi sulle politiche securitarie, alla fine si sono delegittimate da sole. Un illustre politilogo come Giovanni Sartori ad esempio non riesce a proprorre nessun’altra analisi sulle cause del depauperamento del pianeta all’infuori di questa: siamo in troppi sulla Terra, e le risorse non bastano. Le cifre, però, dicono questo: che il 20% degli abitanti della Terra consuma l’88% delle risorse.
In secondo luogo, di fronte alla crisi ambientale il fallimento del sistema capitalistico appare clamorosamente. Il capitalismo investe e specula su beni rari e non abbondanti. Il minimo che si può dire è che non abbia gestito bene la rarità. Alcuni esempi: le acque del Po stanno diventando pericolosamente esigue, quelle del Colorado non arrivano più al mare, le foreste primarie stanno sparendo. Tutto si sta rerefacendo. L’acqua, infatti, è ormai rara, sempre più rara. Il dilemma fondamentale del capitalismo si gioca tra la sostenibilità e il benessere dell’Occidente: come è possibile coniugarli, tanto più se si aggiungono la Cina e l’India? L’Occidente sostiene: non si può trornare indietro negli stitli di vita (vedi gli USA), non si negozia nel quadro del capitalismo vincente, quindi non si può cambiare il modo di vita basato sul consumo. Rispetto a questo discorso - scontato dal punto di vista del modello capitalistico - la sinistra sembra non abbia nessuna alternativa da opporre. Quanto al consumo distruttivo delle risorse, basta dare uno sguardo a qualche dato esemplare sul consumo di acqua. Ogni singola persona consuma ogni giorno mediamente 300 litri d’acqua in Italia, 400 in Canada, 500 a Milano, 800 negli Stati Uniti.
Il capitalismo ha mercificato la vita, cioè ha ridotto ogni forma di vita allo stato di merce. I geni umani sono in vendita. Il territorio è merce, come lo sono l’acqua e l’energia, ma anche il sole e il vento (acquedotti privatizzati, pannelli solari, tralicci eolici, eccetera). Di fronte a un tale processo di mercificazione, si verifca ormai una forma di abdicazione etica generalizzata. Basti pensare alla piaga della povertà nel mondo e a ciò su cui tutti i capi di stato sono concordi: non si può diminuirla.
Veniamo alla seconda domanda: cosa propongono i potenti. Propongono l’innovazione tecnologica per aumentare la produttività, l’efficienza energetica, il dissalamento dell’acqua marina, e quant’altro. Però si tratta, sì, di innovazione, ma solo se competitiva. Quindi la scienza e la conoscenza devono essere al servizio della competitività. E’ questo il fondamento della sedicente economia della conoscenza, che è ormai divenuta il paradigma centrale dell’Unione Europea: innovazione per la crescita (alla decrescita non ci pensano neppure, anzi, la deridono). Tutto il potere alla teocrazia: ecco una delle risposte dei potenti. Investo quindi comando. Ma c’è anche un altro tipo di risposta: il capitalismo verde. Meglio vendere ecologico: presto renderà di più del non-ecologico (si veda il caso delle automobili).
E infine la terza domanda: cosa devono fare i cittadini. Essi devono rivendicare il diritto alla vita per tutti - per me e per gli altri, nessuno escluso come primo principio ecologico. Lottare significa testimoniare l’affermazione della cittadinanza. Si tratta di inventare le nuove regole dell oikos, della casa, vale a dire dell’economia. In una parola: l’ambiente è un bene comune. I costi dell’ambiente, quindi dei beni essenziali per la vita, devono essere coperti dalla collettività (rifiutando la teria dell’utilità marginale). E’ necessario ricostruire un’architettura politica mondiale fondata su nuove regole che superino l’assenza di leggi attuale (per esempio, dicendo no all’autocertificazione delle regole stesse).
Bisogna buttare a mare l’Unione Europea che ha prodotto lo stato attuale delle cose. Serve una nuova Costituzione europea.
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